Introduzione

Il mio nome è Dario. Mia sorella gemella Libera, prima di morire, ha espresso decisa una volontà e cioè che la storia vissuta dai nostri genitori sia tramandata per iscritto. Libera era come suo padre: ha saputo sempre quel che voleva, un carattere forte temprato dalle vicissitudini della vita. L’ultimo suo desiderio è ora nelle mie mani tremanti da vegliardo, lei se ne andata da due mesi dopo aver tanto sofferto per la morte per mano mafiosa dell’unica figlia che era riuscita a concepire. Ha voluto pure che nessuno si vestisse a lutto dopo la sua morte. Una tradizione che qui in Sicilia non verrà estirpata tanto facilmente così come la mafia. A questo proposito ho bisogno di dire questo: che non sono più tanto convinto che la mafia sia così semplice come i fatti della propaganda vogliono spiegare. Anzi non ci credo. Non ci credo che tutto debba essere così evidente. Non ci credo che il bene e il male si possano tagliare con la precisione del coltello. Come per tagliare le spine del ficodindia. A maggior ragione non credo nella teologica distinzione tra lo Stato e la Mafia. Facendo tutti i passi indietro che volete, potete bene avvertire una triste verità: cioè che nell’immaginario collettivo le stragi mafiose hanno sostituito le stragi fasciste. Un copione consumato: una bomba, tanti morti e poi la “festa” dei dolenti, la “festa” del regime in emergenza di solidarietà. La “festa”. Capita la parabola? Quando salta un botto, un botto forte forte, vanno tutti giù per terra. Tutti a manifestare, tutti a vomitare: resistenza, nuova resistenza, ergo solidarietà. La “festa” dispiega la sua scaletta: il dolore delle vittime viene piegato dall’onda dell’ufficialità, dentro e fuori le chiese le risse. Se non ci fosse l’ingombro di fatti atroci, se non ci fosse la complicità beota della società italiana, se non ci fosse il tanfo ottuso del tritolo si potrebbe pensare di vedere un semplice accadimento, un incidente di percorso come tanti: una banda del buco, la società della mano morta, il circolo dei folli. Ma evidentemente qualcuno vuole controllare meglio. Con tante parole d’ordine. Allertare la coscienza, tanto per dire. Imbrigliare le anime, motorizzare le lacrime. Come per convincere tutti, vittime sacrificali e carnefici: teniamoci stretti. I morti secondo la dizione voluta dalla cronaca sono vittime della mafia. Mi permetto di aggiungere una goccia di veleno: vittime di un gioco incrociato tra regime e mafia. Vittime di un disegno studiato a tavolino. Un disegno malvagio per raddrizzare il potere e per accecare la realtà. Possiamo solo immaginare a quali livelli i tanti magistrati uccisi avevano elevato le proprie indagini. Possiamo condividere il sospetto di tanti che la parola “mafia” nell’elaborazione fatta dai giudici avrebbe potuto mutare definizione e natura. Che non sia regime? Gratta, gratta la mafia è questo sistema di potere, anzi, la mafia è una raffinata esercitazione di regime. Forse il suo giocattolo più importante. Il più coro fra i tanti. Come gli ex servizi segreti, la santa congregazione delle aiuole, i partiti. Gratta, gratta, dopo le corna e la coda della mafia ci sono loro: quelli che tagliano i nastri alle celebrazioni ufficiali, quelli che organizzano le riunioni di giunta e le assemblee. Mi ricordo da ragazzo uomini bardati di pesantissime collane d’oro, inciondolati e inanellati. Come le madame di una volta. Dicevano che la mafia non c’è ma esiste la criminalità. Quante fesserie si scrivono sui giornali. La fesseria più grossa è la parola mafia. Una parola grande grande che nasconde tutto tutto. Il capolavoro comunicante del regime. Nella sostanza nessun siciliano si è accorto dell’esistenza di uno Stato. Forse uno o forse centomila fanno finta di crederci ma di certo nessuno, lo Stato lo vede... Il paesaggio è immutabile, il paesaggio è irredimibile. Nelle librerie informatizzate da parecchi ann,i il rom “le Cose di Cosa nostra” è divorato da impiegati solitamente dediti a ben altro. La verità è pesante. Quando una delegazione ufficiale dell’allora nuovo governo italiano riuscì - dopo una lunga mediazione di Luigi Pirandello - a recare visita a Giovanni Verga questi si premurò di chiudere a chiave tutti i cassetti, le vecchie cassapanche di una volta, gli anfratti e le stanze della sua casa. La Sicilia dei padri salutava così l'unità d’Italia. Con il sospetto. Mi sono dilungato un po’ troppo ma è nell’anima mia introdurre la storia dei miei genitori non tralasciando nulla. Una storia di triste ribellione sfociata tanti e tanti anni dopo con l’uccisione di mia nipote. Trovare l’inizio di tutto questo non è facile ma forse la scintilla è scoppiata dopo la pubblicazione di un articolo infuocato scritto da mio nonno e pubblicato su un periodico locale. Il padre di mio padre faceva il giornalista per hobby. Nella soffitta ho trovato una copia di quel giornale e di quell’articolo grazie alla nostra fobia di conservare tutto. A pagina otto si legge: “Quei sogni rimasti in un cantiere. Appartato nel mio studio sto pensando cosa scrivere o meglio cosa non scrivere. Guardo quasi con compassione una foto della mia auto, una vecchia 127 color turchese del 76 , compagna di tante avventure di qualche sbandata. E pensare che qualcuno aveva l’intenzione di ritoccarla brutalmente solo perché ho una penna così piena d’inchiostro... non finisce mai, inesauribile. L’editore mi ha detto di fare l’articolo e io devo ubbidire ma ha anche sottolineato di farlo buono, calmo, pacato, romantico, un articolo cretino insomma; invece io ho deciso di scriverlo proprio all’incontrario e cioè cattivo, nervoso, irrequieto e freddo. Il materiale non manca, se esiste un inconveniente è certamente la disposizione da dare allo scritto. Se scrivo che tutti i miei paesani sono bacchettoni nessuno compra questo putrido settimanale; se scrivo che l’amministrazione è mafiosa possiamo solo sognare i contributi che la legge mette a nostra disposizione; se scrivo male di qualcuno dobbiamo spaventarci di qualche vendetta trasversale... insomma cosa scrivo? Riguardo la foto pensieroso, ho una grande responsabilità, è il mio primo pezzo e lo devo scrivere bene se no nessuno compra il giornale e l’editore mi butta fuori a calci nel sedere. Uno squillo di telefono... pronto? “Ciao sono Mario, le diapositive sono pronte”. Grazie Mario, tra un’oretta vengo a ritirarle. Clic. Le diapositive sono pronte, mi ripeto, ci sarà da ridere. Mi sistemo meglio sulla sedia e comincio a confabulare qualche parola, qualche scarabocchio. Immagino quei doppi pilastri che io e il camerata Giuseppe abbiamo fotografato presso il nuovo ospedale. Ma perché due pilastri invece di uno? Semplice, è stato solo un errore di progettazione, solo qualche centinaio di milioni in più per far contento ingegnere e imprenditore edile. Immagino tutte quelle porte distrutte, calpestate, che Giuseppe fotografava e fotografava con un ritmo impressionante. “Quando le ingrandiamo, queste foto faranno furore” mi ripeteva così come fotografava. Servizi igienici nuovi ma diventati inutilizzabili per colpa del solito vandalo, vetri rotti, finestre distrutte. Immagino il denaro speso per costruire l’ospedale. Un miliardo, due? Forse più. Di più o di meno erano sempre soldi che soli in pochi hanno avuto il privilegio di mangiare. E noi sappiamo chi. Continuo a immaginare un Comune commissariato e qualche buon giudice tarlo che rintraccia i colpevoli. “Senti - mi disse Giuseppe - ci fai l’articolo?” “Non lo so” - rispondo evasivo -“forse...”. “Qualche volta t’ammazzunu” e giù a fotografare. Un edificio di una grandezza impressionante che da quindici anni è chiuso anche se qualcuno mi ha detto che i topi vorrebbero pulirlo e riassettarlo ad albergo. “Sai com’è - mi ha detto uno dei roditori - siamo troppi e vorremmo utilizzare questo condominio per farne una stabile dimora”. Un saluto - ciao topo - “squick...squick...” la risposta che Giuseppe traduce in tempo reale dicendomi che il topo aveva gradito il colloquio. A volte penso se anche noi uomini abbiamo una sorta di parentela con i topi. Mah! Continuo il mio viaggio nell’immaginario. “Giuseppe, te lo ricordi l’oratorio?”. “Come no” - risponde - “ora è stato distrutto abusivamente dalle ruspe per costruire una palestra”. “E se parlassimo della palestra?”. “Te lo posso dare un consiglio...futtitinni”. A quelle parole seguì un minuto di silenzio. Forse ha ragione Giuseppe. Me ne dovrei fottere. Confondermi con la gente anonima. Il telefono squilla. Vedo sorpreso tanti segni neri su quello che era un foglio bianco. Ho scritto l’articolo, l’editore sarà soddisfatto. Ah...non me lo faccio pagare. Un finale romantico. L’editore sarà contento. Senza peli sulla lingua, mio nonno infuocava i suoi scritti e le sue giornate combattendo l’ignoranza e la sottocultura mafiosa del suo paese, militando in un partito dell’allora destra rivoluzionaria. Una vita incastrata tra microfoni e le trombe, gli applausi e la fiamma. Era piccolo, piccolo e timido con il cuore gonfio di coccarde, spilli e fazzolettoni tricolori. Era piccolo con la fissazione di questo gioco: verde, bianco e rosso. Divenne adulto forgiato alla scuola della politica, non ebbe modo di conoscere la sua individuale solitudine, conobbe la necessità romantica del noi; noi siamo, noi saremo, noi fummo. Divenne adulto ai margini del parcheggio generazionale, imparò ad imparare e si fece largo tra i belati conformisti ingurgitando rotoli di parole stampate, quasi un oceano di libri. Una spaventosa e meravigliosa macchina della pubblica comunicazione si impadronì di lui. Inevitabilmente si affacciò da un palco con il microfono, oratore e candidato. In giro per la provincia cercando piazze senza che una sola potesse essere spostata nel tempo: il sole al tramonto, nessuno disposto a meravigliarsi, nessuno disposto a contestare. La cantilena era sempre la stessa: “qui la voce del Movimento Sociale, qui la voce della Destra Nazionale, questa sera in piazza Europa comizio tricolore. Il tempo alita la naftalina: clap, clap. Un bel discorso, un bel comizio. Quattro cani per strada. Mio nonno visse nell’epoca del conformismo compiuto, nell’epoca della rassegnazione, della complicità, quasi un complesso di affezione con aguzzini e mafiosi. Nonostante tutto lui continuava a comiziare. Gli altri non ne facevano perché passavano la busta di soldi ai parroci, organizzavano le mega cene, inquadravano i clienti ricattando e minacciando. La stessa cosa la spiegò in un articolo che gli procurò qualche guaio... “...il vescovo della Diocesi ha accompagnato nel prato del seminario i caporioni della Balena convenuti con duemila chili di carne da dividere ai cani del consenso; spero ardentemente che la sua anima possa bruciare fra le vampe dell’inferno, che con lui possano saltare in fondo alla gola di Lucifero i mistificatori di Dio, i preti caporali di giornata, le pie donne della carità, la morte puttana che se li prende. In un altro comizio, e qualcuno lo ricorda ancora, si concesse il lusso di fare il verso a Machiavelli a proposito della mafia... “...la latronia landa che vedete in giù e la landa delli confini solari di insule et profondissimo meridione at maffia et camurria anchora conchiuse et disperatamente consegnate...” Per la sua attività politica e sociale fu spesso minacciato, anche di morte. Fu mio padre a patire le conseguenze, ma di questo avrò modo di parlarne in seguito. La mafia è soprattutto paura, soprattutto rispetto condizionato per i cosiddetti mafiosi. Anni addietro, ormai ho perso il conto, mi rubarono un autoradio (oggi sono diventati un cimelio). Quando andai dalle forze dell’ordine per una regolare denuncia, venni tacciato di essere un “confidente”. Rubano la mia radio, denuncio i presunti colpevoli e vengo messo al bando per aver fatto una cosa che dovrebbe essere normale. Ridotto al rango di una pseudospia per aver denunciato un furto alla mia persona. Ecco cosa è la mafia, ecco a quale stato di riduce la gente per volontà della mafia. A tutto questo c’è però un rimedio. Vive dentro di noi, nella nostra coscienza di siciliani poveri e delusi privi di qualsiasi volontà di ribellione perché indifesi. La coscienza. Ne occorre una nuova, che sia in grado di capire la differenza tra ideale e omertà. Libera mi scuserà da lassù per la lunga introduzione ma non ne ho potuto farne a meno. Cercherò di narrare la storia dei miei genitori soffermandomi sul mestiere che li univa, che dalle mie parti, occorre svolgere con le dovute cautele. Quando sono nato io, ottantuno anni fa, correva l’anno 1996, ventesimo secolo. Mio padre Filippo e mia madre Stefania lavoravano in una tv privata. Racconterò così come mi hanno raccontato con la speranza che la mia memoria da vecchio eremita non mi giochi brutti scherzi.

Il libro, distribuito gratuitamente nel mese di novembre 1998, fu recensito nel 2003 dal bimestrale "Storie".


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Gaetano Amoruso,
Alluvione

la recensione di Storie


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