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Fiaba dedicata ad Agira trovata per caso su internet il 18/05/1999.
Esiste un paese, da qualche parte, a cui la storia ha riservato uno strano
destino.
Un paese come tanti altri, una piccola cittadina, un ranocchio di stagno
inevitabilmente
condannato a diventare principe di un regno fantasma.
Agira sorge ( o sorgeva o non è mai sorta perchè è sempre esistita) in una
valle che ne circonda l'estensione, un grande vaso pieno di case e uomini
come di terra e fiori; vicino, troppo vicino alla valle, un grande corso
d'acqua, testimone della sua nascita, quasi metafora di un tempo in continuo
fluire, di cui non si scorge sorgente e foce ma
solo rumoroso passaggio.
Con Agira qualcuno ha voluto giocare il gioco del tempo, come solo mano
d'uomo sa giocarlo in guerra e libri, il gioco di chi cambia le regole e
scrive la storia senza capire
che non ci sono regole, che non c'é storia.
In poco più di un attimo di un anonimo giorno di Settembre un artificioso
boato devia di colpo il corso del fiume verso la valle evacuata, sommergendo
il luogo di mille possibili vite, le case di ricordi dei vecchi e i castelli
in aria dei bambini; un boato di un attimo e poi un silenzio di secoli.
Immemori del mito di Atlantide viviamo immersi nell'aria, vicino al cielo;
di questo abbiamo imparato ad ammirarne la rassicurante incommensurabilità,
con gli occhi coperti dal velo della riverenza. I nostri spazi sono scolpiti
nell'aria o germogliano dalla terra, dominiamo lo spazio attraverso le
misure dei nostri corpi e la gravità in fondo non
ci fa paura anzi ci tiene per mano nelle nostre case.
E' così lentamente dimentichiamo l'elemento di cui siamo composti, il fluido
da cui fummo partoriti con dolore, quello che seppe darci vita più di
qualunque respiro, quello che seppe conservare latente la nostra probabile
esistenza e confortare un attesa di millenni; abbiamo dimenticato le musiche
di madre acqua anche se i più attenti ne riescono a cogliere ancora l'aspro
profumo sulla riva di qualche mare invernale.
Ad Agira puoi camminare nel luogo che, senza saperlo, hai sempre desiderato
conoscere; puoi fare breccia nel tuo corpo e sentire l'acqua, che peraltro
hai dentro, scorrere tra acqua, in un silenzio denso di sussurri, perché la
tua vera voce é un sussurro, difficile da ascoltare nel frastuono del mondo,
e tu, senza saperlo, lo hai sempre creduto.
Agira é il ventre, forse l'ultimo paradiso.
Ad Agira nulla ha senso, o forse tutto ha il senso che vuoi dargli; tranne
le case, queste mantengono il senso che credevano di avere una volta,
mantengono il senso del loro passato, la traccia di un origine ormai
impossibile da datare.
Sono vecchie e giovani insieme le case di Agira, hanno porte e finestre e
altezze diverse, come nel mondo d'aria, ma nulla ti impedisce di varcare la
soglia di una finestra, camminare su un tetto spiovente, o scalare una
parete d'alabastro con grazia
di sirena.
Ad Agira non c'é il dolore delle cadute, non c'é il sonno della stanchezza.
Si dice che talvolta Agira sia nuovamente riempita d'aria, questo non é
molto bello per lei, ma forse, in quel momento, puoi vederla anche tu che
non credi alle mie parole di viaggiatore; stupisciti, dunque, se non vuoi
credere che esista una città immersa sul fondo di un lago, continua pure a
respirare la tua aria, ma ricorda ogni qual volta il sudore bagnerà le tue
labbra e scioglierà i tuoi pensieri che c'é un Agira in ogni
esistenza non da tirare fuori ma in cui immergersi a fondo.
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