Fonte: Prof. Giuseppe Maria Amato

Ce

Nome

Tipo

Descrizione

AIDONE

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Abb. io dell'Acqua Inchiavata

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L'abbeveratoio, certamente esistente già nel XIX secolo e segnalato come un punto fermo del territorio sulle carte militari dell'inizio del secolo XX, sorge nella contrada di San Bartolomeo, a mezza costa lungo la strada che da Valguarnera porta ad Aidone attraverso le contrade Cafeci e di San Bartolomeo.

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Abb. io di San Marco

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Legato alla chiesa medievale di San Marco, veniva utilizzato anche dagli ospiti del vicino Fondaco del Baccarato. Sorge lungo la strada, proprio di fronte l'ingresso del lungo viale del fondaco, a circa 590 m. s.l.m.

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Abb. io Marrano

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Pertinenza delle case di Contrada Fargione (v. s.v.)

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Abb. io Salioni

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Posto nell'omonima contrada, a poche centinaia di metri dal borgo ERAS del Baccarato, lungo la strada di accesso al piccolo centro rurale.

L'abbeveratoio, posto lungo il pendio che dal Cozzo Salioni, 586 m. s.l.m. , va giù verso il Torrente Dragofosso, doveva servire l'intera area sia per l'approvvigionamento potabile che per i bisogni delle bestie da soma e da allevamento.

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Aidone, Bosco di

n p

In parte protetto della R.N.O. dei Boschi di Rossomanno Grottascura e Bellia, (v. s.v.) il Bosco di Aidone è costituito da rimboschimenti sia a pinacee che ad eucaliptus, sulle colline degli Erei.

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Aidone, Centro Storico di

u p

Il primitivo centro storico sembra nascere a cavallo tra un probabile incastellamento bizantino di genti sino ad allora vissute tra le rovine dell'antica Morgantina e la nascita di un casale arabo proprio sulla cresta del. monte omonimo, a 800 m. s.l.m. nella catena degli Erei, tributario del bacino del fiume Gornalunga.

Il toponimo secondo lo studioso catanese santi Correnti deriva dal greco Aidon che significa usignolo, tale derivazione greca potrebbe avvalorare la tesi dell'incastellamento bizantino e della nascita del piccolo casale già durante il VI secolo d.C., mentre per altri il nome è di derivazione araba, da pronunziarsi Aidun, (fonte d'acqua) così come compare nel libro di Re Ruggero, compilati da Ibn al Idris. Del resto tutta l'area aidonese dovette essere sottoposta ad una forte colonizzazione da parte di genti islamiche, così come testimoniano diversi toponimi tra i quali, il nume moderno delle rovine di Morgantina, Sadd'u Ran, poi divenuto Serra d'Orlando, ma anche Gasena, Cuba,

Tradizionalmente Aidone araba dovette essere grande e prosperosa sì da avere almeno tre moschee poi trasformate in chiese cristiane. Secondo il cronista normanno Ugo Falcando, Aidone venne "fondata" da un gruppo di seguaci lombardi di Ruggero I. Di certo nel 1061 il centro venne conquistato dai normanni del conte Ruggero d'Altavilla e venne rifortificato con la costruzione del castello posto sulla parte più rilevata del centro. La popolazione araba dovette essere o sostituita o, comunque, soverchiata dall'arrivo di schiere di "lombardi" i provenzali venuti in Sicilia al seguito degli Altavilla, ai quali si deve l'odierna parlata dialettale aidonese che appartiene all'isola linguistica gallo occitanica.

Sembra risalire a questo momento il primo nucleo del centro storico, a fuso generato da una strada centrale posta sullo spartiacque e tracciata tra il castello e la antica chiesa di San Michele, oggi ridotta a rudere, ma allora importante "segno" della latinizzazione normanna del paese. La strada divenne poi il fulcro dell'allargamento del paese e nel tempo lungo l'asse si stabilirono i luoghi chiave della vita e del potere, Il duomo di san Lorenzo, dirimpettaio del Castello, il complesso monastico di san Domenico, che noi oggi vediamo nella veste moderna con una magnifica facciata a bugne adamantine, la piazza del palazzo di città, proprio dove il rilievo fa "corda molla" tra le due cime, arricchita da un mirabile intervento architettonico pubblico qual è il Palazzo Comunale costruito nel XVIII secolo.

Nel XIII secolo vi fu una seconda migrazione gallo occitanica proveniente dalla zona di Piacenza, guidata da Umberto Mostacciolo e concessa da Federico II di Svevia per Aidone e per Piazza.

Aidone venne duramente colpita dal terremoto del 1693 e perse in quel sisma sia il castello i cui ruderi sono ancora chiara testimonianza della furia del sisma, che la bella chiesa di San Michele arcangelo, della quale resta un lembo con decorazione ad archetti ciechi di chiara derivazione arabo normanna.

Il borgo, quindi, conobbe il dominio normanno venne infeudato alla nobildonna Adelicia o Adelasia, intorno al 1200 passò al signore Manfredi Chiaramonte che la cedette a Enrico Rosso di Cerami. Nel 1373 fu possesso del nobile Bartolomeo Gioieni quindi appartenne a Bartolomeo Perone. Nel 1665 fu di marco Colonna Principe di Paliano e dei Colonna rimase sino all'abolizione dei diritti feudali nel XIX secolo.

Tra i monumenti di particolare interesse citiamo la Chiesa di S. Maria La Cava, (v. s. v.) La Chiesa di S. Antonio Abate di splendida architettura romanica, la Chiesa di S. Anna del XV secolo ove si trova un interessante Crocifisso ligneo attribuito a fra' Umile da Petralia ed un interessante chiostro monastico. La Madrice del XVII secolo dedicata a S. Lorenzo. La chiesa di san Leone Papa. (costruita nel 1090 anno della santificazione del papa che tradizionalmente era originario di Aidone).

Fra le altre chiese, è notevole San Domenico, o di San Vincenzo Ferreri, dall'impianto quattrocentesco e dalla facciata arricchita da una singolare e scenografica utilizzazione di conci con bugne adamantine. (fondata, insieme con il convento dal Beato Vincenzo da Pistoia nel 1419)

Aidone ospita oggi il Museo archeologico regionale, situato nei locali dell'ex convento dei Cappuccini. Qui sono conservati numerosi e preziosi reperti provenienti dagli scavi di Morgantina ove recenti scavi, condotti anche dalla Università nordamericana di Princeton nel New Jersey, hanno portato alla luce i resti di un importante centro siculo, Morgantina, fortemente ellenizzatosi con influssi calcidesi e ricostruito in età Timoleontea con piazze a gradinate trapezoidali, un teatro, dei templi ed edifici pubblici e privati di grande interesse.

Aidone fu la città natale di Filippo Còrdova (1811-1868) definito da Cavour "il più importante uomo politico dell'Italia meridionale" poiché ricoprì numerose e insigni cariche pubbliche (ministro dell'Agricoltura, dell'industria e del Commercio e Consigliere di Stato) e fu fautore della Corte dei Conti e del Consiglio di Stato

Il Santo Patrono, S. Lorenzo martire, si festeggia il 10 agosto ma la festa più importante per Aidone che porta il centro a divenire luogo di attrazione religiosa e folcloristica delle genti di tutti i paesi circonvicini, è la festa di san Filippo Apostolo, celebrata nella chiesa di santa Maria La Cava ogni primo maggio e basata su uno dei maggiori pellegrinaggi non romani ancora vivi in Italia.

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Aidone, Duomo di San Lorenzo

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Sorge in posizione di rilievo ed in vista dell'antico castello, oggi ridotto a rudere dal terremoto del 1693, venne ricostruito nel settecento, forse per sopperire ai danni provocati dal sisma, ed assunse la forma a pianta rettangolare poi arricchita dalle cappelle laterali. La facciata, ricostruita con una sorta di anastilosi ante litteram , presenta ancora la forma primitiva con un bel portale medievale di forma gotica con timpano e lunetta. Interessante è notare come nel rimontare la facciata non sia stata curata la ricostruzione di una antica iscrizione i cui frammenti sono oggi sparsi qua e là nel paramento. Accanto al portale si possono vedere due incisioni che rappresentano le unità di misura locali, il palmo e la canna, e che fungevano da paragone nelle trattative commerciali. La chiesa custodisce tra le altre opere d'arte, anche un bel reliquiario in argento che rappresenta un braccio la cui mano regge la palma del martirio. All'interno è conservata una sacra reliquia del martire cristiano Lorenzo.

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Aidone, Museo reg.le di

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Il Museo regionale ha sede nell'antico convento dei cappuccini di Aidone, appositamente restaurato e rifunzionalizzato con il primo risultato di ridare forme e ruoli ad un importante edificio ecclesiastico altrimenti destinato ad un lento oblio.

Il Museo, raccoglie ed espone i reperti provenienti dall'area di Morgantina e delle sue pertinenze, una delle più importanti aree archeologiche dell'intero bacino del mediterraneo.

Nel particolare, la organizzazione delle esposizioni prevede una sala introduttiva con grandi quadri dedicati alla descrizione topografica del territorio delle indagini, una sala della preistoria e della protostoria, nella quale fanno bella mostra di sé alcuni reperti siculo morgetici che vanno dall'età del bronzo (1800 a.C.) all'età del ferro finale (700 a.C.).

La terza sala è dedicata ai resti della contrada "La Cittadella" la parte più antica di Morgantina, con la fondazione morgetica del centro e le testimonianze della lenta ellenizzazione calcidese delle usanze della popolazione indigena. Bellissimi, tra i tanti reperti, i resti di ceramiche architettoniche pertinenti ad edifici di culto oramai scomparsi. La quarta sala è , invece dedicata all'area centrale della nuova città, nata dalla ricostruzione timoleontea e sorta quasi come un manuale della città ellenica. La grande agorà con tutti gli edifici pubblici su di essa aperti a testimonianza della grande complessità della società siceliota.

Una ulteriore collezione è quella detta della sala tematica, ove sono esposti interessantissimi pezzi che ricostruiscono la vita di tutti i giorni delle genti che vissero nella antica città di Morgantina, qui sono esposti sigilli ma anche attrezzi agricoli, gioielli ed armi, segni del lavoro domestico e pezzi dedicati al culto delle più sentite divinità.

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Aidone, Santa Maria La Cava

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Fu fondata nel 1134 in piena dominazione normanna sul sito del cimitero musulmano e detta si Santa Maria Lo Plano. Sembra che fu la nobildonna Adelicia Altavilla, nipote del Granconte Ruggero I a volerne la costruzione.

La chiesa ha poi subito diversi rimaneggiamenti ed oggi ha una veste essenzialmente settecentesca con parti precedenti come l'abside trecentesca. Il campanile, detto Torre Adelasia, con tre ordini, presenta la parte bassa costituita da un chiaro impianto medievale con portale ogivale e vano voltato a crociera su archi acuti e costoloni. Il secondo livello è ancora gotico catalano con grandi monofore arcate a tutto sesto mentre il livello sommitale è settecentesco con una intera vela dedicata ad un orologio civile ed alle campane. All'interno è custodita la statua di San Filippo Apostolo intagliata in lego d'ebano ed arricchita da dorature in zecchino.

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Baccarato, Fondaco del

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In posizione rilevata ma comoda, lungo una delle importanti regie trazzere siciliane, vicino al casale ed al suo castello, sorgeva il fondaco del Baccarato. Luogo di sosta e di cambio dei cavalli durante i lunghi spostamenti tra l'area iblea, il calatino e la Sicilia centrale ed occidentale. Oggi ne rimane il grande edificio a corpo lungo e basso, con le scuderie, la locanda e la casa padronale, oltre agli edifici minori che ne costituivano il naturale corteggio. Grande è il valore documentario della struttura che, però, rischia l'oblio a causa delle frequenti manomissioni e dell'abbandono in cui versa.

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Baccarato, Masseria del

a

Centro della grande contrada, la masseria oggi si presenta come un grande corpo a corte centrale circondato da una zona di giardino produttivo con inserimento di alberi ornamentali. Nei dintorni, descritti anche nelle altre schede del Baccarato e delle contrade Fargione e Salioni, doveva sorgere un antico insediamento attivo certamente sin dall'età del bronzo, e rappresentato in loco dai resti ellenistici e dalla esistenza documentata anche dai documenti diplomatici di un casale con castello durante l'alto medioevo.

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Baccarato, Miniera del

a

Posta nell'area più bassa della contrada aidonese, la miniera sfruttava la locale vicinanza al suolo del minerale solfifero dovuta alla erosione degli strati superiori da parte delle acque di ruscellamento.

Della miniera, abbastanza grande ed attiva, restano i locali della Santa barbara, alcune case dei minatori e moltissimi segni dell'attività superficiale laddove, l'abbandono, ha cancellato ogni segno della grande rete di cunicoli e compartimenti di coltivazione in sottosuolo.

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Baccarato, San Marco al

a

E' certamente la testimonianza maggiore della vetustà della presenza umana al Baccarato. La chiesa, dedicata all'evangelista Marco, ha forme di basilichetta ad aula con abside a catino semicircolare.

La facciata principale ha da tempo perso la foggia originaria che avrà avuto un portale centrale, mentre un portalino riccamente decorato con volta a sesto acuto e decorazioni chiaramente gotico catalane ascrivibili al XIII XIV secolo, si apre ancora su uno dei fianchi della chiesa.

All'interno, nonostante una gravissima superfetazione che ne ha suddiviso lo spazio soppalcando l'aula ecclesiale, l'abside mantiene la foggia a catino con costoloni e decorazioni a pugni scolpiti. Rimangono anche delle feritoie e i resti della decorazione absidale esterna.

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Baccarato, Borgo

a e

Il Borgo fu voluto dall'ERAS, un ente per lo sviluppo rurale ed agricolo, durante i primi anni cinquanta.

Le case vennero costruite in un'area già da tempo sottoposta alla antropizzazione non solo rurale ma anche di veri insediamenti urbanizzati.

Tutta la contrada Baccarato, infatti, era almeno dal medioevo luogo di un casale (v. s. vv.).L'intervento di colonizzazione previde però lo spostamento della urbanizzazione ad un chilometro più a sud del nucleo originario. Qui, in un piccolo spiazzo vennero costruite alcune comode abitazioni raccolte attorno la piazza, una scuola rurale, un ufficietto postale ed una chiesa. Le forme di queste costruzioni sono quelle dell'architettura funzionalista del primo dopoguerra, estremamente sobrie sino a rasentare l'anonimato. La stessa chiesa, evidentemente pensata come il monumento del luogo, è caratterizzata esclusivamente da alcune arcature ottenute con l'uso del cemento armato e con un risultato non eccezionale considerato che già negli anni ottanta parte dell'abside era crollata trascinando l'altare e la statua della Vergine.

Passata la prima colonizzazione, il concomitare del grande flusso migratorio dalla ruralità siciliana verso la Mitteleuropa o verso il nord Italia e la chiusura della grande miniera del Baccarato, vanificarono la urbanizzazione che vide ridursi gli abitanti sino a scomparire del tutto.

Oggi il villaggetto è rivivificato dalla presenza di un ristorantino che potrebbe essere il preludio per una riscoperta in chiave turistica delle strutture anche in considerazione della loro centralità rispetto l'area principe del turismo culturale ed archeologico verso i siti di piazza Armerina, casale, Morgantina, Rossomanno, Gresti. Ed Aidone.

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Battia, mulini di

a

Posti lungo il torrente Murapano, a nord di Aidone, sono scomparsi durante la prima metà del secolo XX. Oggi non se ne vedono che dei ruderi informi e coperti dalla vegetazione.

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Belmontino Sottano

a e

Nella contrada, posta a circa 230 m. s.l.m. tra il Monte Crùnici e il Cozzo campana, sono stati individuati i resti di un insediamento nato apparentemente in età greca e continuato almeno sino all'alto medioevo. Tale insediamento, probabilmente una pertinenza della vicina Morgantina, si sarà col tempo trasformato nelle masserie dei due feudi di Belmontino Soprano e Sottano.

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Bosco, mulino del

a

Sorgeva in corrispondenza del guado del torrente della Campana Bannata da parte di una delle antiche trazzere tra Valguarnera ed Aidone, ai piedi del monte del Bosco 619 m. s.lm. Oggi è scomparso ed i resti non sono visibili.

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Briglio, Masseria

e

A 386 m. s.l.m., Piccola masseria dell'agro aidonese, sovrastata dalla collina del monte Fauciglione di quasi 500 m. e posta al confine con la provincia di Catania (Comune di Mineo).

La masseria fa parte delle pertinenze agricole del borgo del Baccarato.

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Campana, Cozzo

a

Il Cozzo, una piccola collina di soli 278 m. s.l.m., oggi in vista del lago Ogliastro, è sede di quelli che sembrano i più antichi resti di questa area del morgantinese, segno della preistorica penetrazione attraverso la valle del Gornalunga dalla costa jonica all'interno.

Anche in questo caso, bisognerà provvedere ad accurate indagini archeologiche utili a comprendere il valore documentario dei resti sinora solo individuati.

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Casalgismondo Sop ,Masseria

e

Masseria posta in un'area di antichissima frequentazione (v. s. v. Casalgismondo Villaggio). Oggi è un corpo massiccio a pianta quadrangolare con corte interna, utile alla difesa da attacchi esterni, soprattutto brigantaggio, al centro di un feudo abbastanza vasto e dedito alla coltivazione cerealicola.

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casalgismondo Sot ,Masseria

e

E' una estensione moderna della fattoria omonima soprana, in un'area che, probabilmente, sino all'avvento delle opere di bonifica non doveva essere molto salubre a causa dell'impaludamento dei torrenti Acquabianca e Pietrarossa che proprio dinanzi la masseria si congiungono. Il corpo di fabbriche presenta una pianta aperta, ad Elle allungata, con diversi rifacimenti ed interventi successivi.

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Casalgismondo, Villaggio di

a

Proprio nell'area di Casalgismondo sottano, un'ampia spianata alluvionale creata dal fosso dell'Acquabianca, a d una altezza media sul livello del mare di soli 190 m., sono stati individuati i resti di una fattoria ellenistico romana di certo interesse. Essi fanno capo ad una rete di ritrovamenti archeologici dell'intera area morgantinese che fanno vedere come, non solo Morgantina dovesse essere il ricco centro di una ricchissima campagna, ma anche come, finita l'acme della città, che già Strabone vide in gravissimo declino nel 17 d.C., le campagne abbiano continuato a produrre ed a esser popolate anche senza un centro urbano di così vicino riferimento.

Questo continuum culturale produttivo è, in alcuni casi, ed è questo esempio di Casalgismondo uno di questi, continuato tra alti e bassi sino ai nostri giorni con la trasformazione delle massae e delle villae in casali e poi in masserie feudali.

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Chianelli, Mulino

a e

Antico Mulino ad acqua, vicinissimo alla città di Aidone, sfruttava le acque del torrente Murapano attraverso la captazione delle stesse ad una quota superiore a quella del mulino e la deviazione verso una torre di lancio.

Non più utilizzato, probabilmente a causa dell'avvento dell'energia elettrica, è stato danneggiato dal tempo e dall'incuria.

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Colla, Contrada

a

La contrada è stata segnalata come luogo di ritrovamenti sporadici ascrivibili ad età preistoriche.

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Crunici, Monte

a

Bassa collina isolata dal rimanente fondovalle aidonese, sorge a sud di Morgantina ed alla città è stato sempre legato per la estrema vicinanza e per l'importanza strategica rivestita in caso di difesa dell'area urbana. Lungo i pendii le indagini archeologiche hanno messo in evidenza la presenza di diverse tombe indigene a grotticella a testimonianza di un uso collocabile durante la età del bronzo.

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Dragofosso, Contrada

a

Ancora in stretta corrispondenza con l'area del Baccarato, la contrada, posta al confine tra i territori di Aidone e Piazza Armerina, e sede della Grotta di santa Brigida (v. s.v.) è luogo di una necropoli di età ellenistica e di un insediamento ellenistico e romano.

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Dragofosso, Masseria

e a

Alla masseria moderna si affiancano ritrovamenti superficiali dell'età neolitica dell'età del bronzo.

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Fargione, Contrada

a

La contrada, pertinenza dell'area del Baccarato, può essere suddivisa in due aree, la prima interessata da una necropoli indigena con sepolture polisome in tombe a grotticella databili all'età del bronzo e la seconda con resti che testimoniano una presenza senza soluzioni di continuità tra la età del bronzo e quindi la preistoria e le età greca, romana, tardo romana e bizantina, sino al medioevo. Importante l'affioramento di resti architettonici che sembrano databili all'età greca classica.

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feudo Nuovo, masseria del

e

La costruzione rurale organizzata attorno una corte aperta, è posta a 302 m. s.l.m. tra Aidone ed il Monte Crùnici. E' circondata da una piccola area coltivata ad orti e giardini ma fa capo ad un appezzamento destinato alle coltivazioni tradizionali di quest'area, grano e relative sementi di rotazione, ulivi e, un tempo, mandorli.

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Feudo Nuovo, Vallone di

a

Il vallone, che accoglie le acque dell'omonima contrada e del Fianco nord del Monte Crùnici, per poi tributarle al Gornalunga, è oggi utilizzato per formare alcuni laghetti collinari. L'area è interessata da una vegetazione ripariale superstite al restringimento dell'alveo a causa dell'uso della motorizzazione in agricoltura.

I dintorni della parte centrale della contrada Feudo nuovo, sono stati oggetto di una campagna di indagine archeologica che ha rilevato la presenza di un piccolo insediamento di età ellenistico romana.

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Fondacazzo, Contrada

a

Il nome probabilmente si rifà alla presenza nell'area di ruderi, oggi molto meno visibili, pertinenti a strutture di età bizantina e medievale. Di certo le poche indagini sinora portate a termine hanno dimostrato in loco una presenza che va dal periodo tardo imperiale romano, attraverso l'età bizantina sino all'alto medioevo. Questi resti sono, comunque, pertinenti alla vicinissima città di Morgantina, della quale la contrada Fondacazzo è la pendice Sud.

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Giardinazzi,, Mulino di

a

Sorgeva nella contrada detta della Noce al confine tra i territori comunali di Piazza ed Aidone, in una area oggi interessata dalla Riserva naturale Orientata dei Boschi di Rossomanno Grottascura e Bellia. I suoi resti, che dovevano mostrare anche le opere idrauliche, non sono visibili e potrebbero essere scomparsi dopo l'abbandono anche a causa del loro uso come bersagli militari del poligono di tiro che per un certo tempo insistette nell'area.

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Giresi, Masseria

a

La masseria Giresi sorge sul rilievo minore dell'omonimo monte, in realtà una collina, a 339 m. s.l.m. (cima maggiore a 418 m. s.l.m. Oggi la struttura gode di una invidiabile posizione panoramica rispetto al lago Ogliastro che si stende subito ad est della contrada. La zona è stata frequentata sin dall'età del bronzo, così come dimostrano sia alcuni resti qui ritrovati che la scoperta di resti più tardi, quali una cava di pietra dell'età ellenistica e diverse prove di frequentazione sia bizantina che alto medievale. L'odierna masseria, che potrebbe avere un bel ruolo in un rilancio agrituristico dell'area dell'Ogliastro e di Morgantina, è costituita da due corpi di fabbriche affrontati e divisi da una corte aperta

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Gresti ,Feudo dei

a Il Castello di Gresti.

Sin dall?epoca greca classica, se non da prima, le città stato di Agira e di Morgantina, rappresentarono per il territorio che oggi costituisce l?area di sud est della provincia regionale di Enna, due importantissimi poli di attrazione per le genti che a quei tempi vivevano in Sicilia.

Proprio per questa loro funzione di fulcro territoriale e di centro della cultura, delle arti, della produzione e dello scambio delle merci, le due entità urbane interloquirono tra loro con fitti traffici sino a determinare, lungo la linea più breve tra i due luoghi, la nascita di una strada vera e propria.

Tale direttrice, che superava la vallata del Dittaino e che attraversava i fertili campi a grano dei quali parlano diversi autori antichi tra cui Cicerone nelle Verrine, una volta tramontata Morgantina, che già nel 17 d.C. apparve del tutto abbandonata al geografo Strabone, decadde anch?essa rimanendo una via di minore collegamento almeno sino al medioevo quando venne fondata Aidone e il Calatino vide crescere la potenza economica e politica di Caltagirone anche e spese della marca saracena della Judica.

Il riconoscimento dell?itinerario classico avviene solo ai nostri giorni quando l?archeologo e topografo antico Dinu Adamesteanu, rumeno ma appassionato cultore della Sicilia antica, ripercorre scientificamente il reticolo delle vecchie linee di traffico commerciale greco sino a ricostruire con evidenza archeologica la logica dei traffici e delle direttrici stradali delle epoche andate.

L?uso di questa strada, oggi in gran parte ridotta ad una semplice sterrata interpoderale, favorì, comunque, l?insediamento di coloni dediti all?esercizio della agricoltura e della pastorizia.

Nel tempo, proprio dove la strada si inerpica per superare uno sbarramento naturale creato da una bella ed articolata emergenza di quarzareniti quasi "a diga", iniziarono a concentrarsi le abitazioni di questi coloni sino a creare un piccolo casale.

Quando, nel medioevo, si acuirono le problematiche della sicurezza dei villaggi e dei casali, questo piccolissimo centro, venne dotato di una torre di guardia e difesa che divenne il primo nucleo del castello e quindi del feudo di Gresti o di Pietratagliata di Fesuna.

Il nome di Pietratagliata viene proprio dalla enorme rupe quarzarenitica che taglia la valle in modo perpendicolare all'asta del fiume Gresti dando l'impressione di una sola, gigantesca pietra tagliata da una mano sovrannaturale.

Fu di diverse famiglie nobiliari e la prima grave crisi la subì quando i Fesuna, suoi feudatari del XIII secolo, vennero messi a morte in Piazza, per vicende legate alla complicata e secolare guerra delle fazioni.

Nel XIV fu infeudato alla famiglia Gioieni, che lo tenne sino al 1648, anno in cui pervenne ai Graffeo. Da questi venne venduto ad Andrea Amato, principe di Caccamo e cavaliere dell'Alcantara, che ne detenne la baronia per un breve arco di tempo. Fu poi dei la Lumia i cui eredi sono ancora proprietari e che ne decretarono, per l'assoluto e colpevole disinteresse, il degrado odierno.

Oggi dell?insediamento classico ed alto medievale non rimane alcunché se non la testimonianza diffusa dei ritrovamenti di diverse monete e resti ceramici sino alla denominazione dialettale di "A Munita" data al colle dirimpettaio la lunga cresta rocciosa che fa da base alla fortificazione.

Il Castello, invece, integro almeno sino all?inizio del secondo conflitto mondiale, oggi versa in drammatiche condizioni.

La torre a pianta quadra, risalente probabilmente all?epoca normanna e costruita per funzioni di avvistamento e segnalazione, ha perso oramai da tempo la bellissima scalinata elicoidale che portava sin sulla cima a trentasei metri di altezza dal fondovalle.

Le fabbriche medievali e barocche, ricostruite in seguito al sisma che colpì la Sicilia orientale l?11 gennaio 1693, comprendenti l?entrata con un arco a sesto acuto, la scala per il vano di ingresso e tutta la complessa area a più piani dedicata alla abitazione feudale ed agli ampi magazzini ricavati nel pieno della roccia quarzarenitica, hanno subito diversi crolli, l?ultimo dei quali risale al sisma del 13 dicembre 1990 (come peraltro venne puntualmente denunciato da Legambiente con un comunicato stampa ripreso dai quotidiani locali). Oggi, addirittura, le condizioni della parte medievale e barocca sono tali che è del tutto impossibile entrare nelle parti padronali senza rischiare di provocare altri crolli e mettendo a repentaglio la propria vita.

Anche la cappella familiare, posta sulle rocce antistanti l?entrata del castello, in una stupenda posizione panoramica, ha subito crolli e spoliazioni sino a mantenere intatti solo i muri perimetrali ed il semplice ma affascinante portalino in pietra locale.

Alle fabbriche più antiche, tra le cui mura spicca un bel portale in pietra che dava accesso ad una camera padronale oggi priva di solai e soffitto, si affiancano poi una serie di costruzioni moderne che venivano adibite a scopi agricoli produttivi e che già tempo addietro la Provincia di Enna propose di trasformare in un struttura di accoglienza turistica extra alberghiera, (magari un ostello della Gioventù) da utilizzare per la fruizione turistica del maniero ma anche della vicina Morgantina, di Aidone, Valguarnera e della Riserva di Rossomanno.

Queste costruzioni, in pietra locale, probabilmente sottratta alle strutture castellate, hanno subito un gravissimo crollo nel 1998.

Per la salvaguardia dell'importante monumento, uno dei pochi castelli extra moenia rimasti in condizioni leggibili in Sicilia, non si può ulteriormente postergare l'esproprio ed il restauro.

Tutta la contrada è poi interessata da resti di diverse età che testimoniano la lunga e complessa frequentazione di questa parte dell'ennese. Sulla collina della moneta, dirimpettaia al castello, sono attestati (ed il toponimo è chiaro segnale) resti di un insediamento ellenistico romano continuato sino all'età tardo romana. Attorno le case Gresti, poste sul fianco di nord ovest della collina dei Gresti, sono stati ritrovati resti che vanno dall'età greca arcaica, a testimonianza della precoce influenza calcidese verso Morgantina, e resti di età tardo romana e bizantina.

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Gresti, case Tuffo

a

Nell'area della odierna casa rurale Tuffo, poco più a sud del castello dei Gresti ma all'interno del territorio dell'antico feudo, in una posizione certamente più amena di quella occupata dal severo maniero, ed oggi addolcita dalla presenza di due laghetti collinari non di rado frequentati da aironi ed anatidi, sono stati identificati resti di età ellenistica ma anche tardo romana e bizantina. Ulteriore evidenza di una sorta di urbanità spezzettata, parcellizzata, che doveva occupare tutta l'area dei Gresti .

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Gresti, Vallone dei

n p

IL fiume Gresti, tributario del Gornalunga, nasce dalle acque che scendono dalle contrade Pietrapesce, Cunazzo e Gresti. Esso mantiene le caratteristiche di un qualsiasi fosso della campagna erea, sino a quando non incontra le rupi del castello dei Gresti. Qui, la rupe quarzarenitica, formata da diverse guglie, è stata scavata dall'azione delle acque ed è crollata o ha assunto fogge veramente fantastiche creando un quadro paesaggistico veramente particolare. Inoltre lo sfasciume creato dai crolli della rupe si è distribuito, da alluvione in alluvione, lungo tutta l'asta fluviale a valle del castello, facendo fare alle acque piccoli salti, giri viziosi e, in caso di piena, cascatele e rapide di sicuro effetto scenografico.

Nonostante la particolare aridità dei luoghi, soggetti tra l'altro ad una pressione di pascolo probabilmente eccessiva, la vallata mantiene ancora un grande valore anche dal punto di vista naturale, infatti le alte rupi, la presenza della "Gurna" una pozza d'acqua posta ai piedi della rupe e capace di sopravvivere anche alla siccità estiva, consentono la permanenza di diverse specie altrove scomparse. Proprio attorno la rupe dei Gresti è stata più volte avvistata l'ultima coppia di Aquile del Bonelli della parte sud della provincia ennese. Ancora qui è stato di passo il rarissimo avvoltoio Capovaccaio ed i ruderi sono frequentati da diverse specie di chirotteri e da rapaci notturni.

Ulteriore nota di interesse è la presenza del relitto di una sughereta, nella collina posta a ovest del castello, sull'altro fianco del fiume.

Questa area fu proposta dalla Provincia Regionale di Enna come una futura Riserva naturale da inserire

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Liota, Contrada

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Sul versante meridionale della lunga cresta formata dal monte Crùnici con il monte Riscignolo, la contrada Liota, conferma, ove ce ne fosse il bisogno, che l'area a sud di Morgantina ed oggi di Aidone, è densissima di resti delle diverse età della storia siciliana. In particolare in questa area, non lungi dal complesso del Baccarato, sono stati identificati i resti di un edificio di età greca munito di cisterne per la conservazione del grano e dell'acqua.

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Malaricota, Masseria

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La contrada di Malaricota, posta nella vallata di Belmontino (v. s.v.) è così detta per la casa rurale centrale alla contrada, posta a 296 m. s.l.m., in vista del monte Crùnici sul cui fianco est sorge. Qui la ricerca archeologica condotta attorno la area di Morgantina ha portato alla luce i resti di un insediamento medievale, forse un piccolo casale dell'età emirale, che andrebbe indagato con accuratezza.

La casa odierna consta di diversi corpi di fabbrica posti lungo la strada che collega la zona del Baccarato con la zona di Belmontino e della valle del Gornalunga. Qui sono presenti diverse sorgenti che alimentano un abbeveratoio, posto più a monte della casa, e alcuni laghetti collinari, uno dei quali ,molto vicino alla casa ed ai suoi ovili.

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Mendola sop e sot, Masserie

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Le due masserie della Mendola, poste quasi lungo il confine tra la provincia di Enna e quella di Catania (comuni di Raddusa e Ramacca) rappresentano la naturale continuazione della millenaria utilizzazione cerealicola ed orticola dell'area delle giogaie dell'alto Gornalunga e dei suoi primi affluenti. Le due masserie non molto grandi, sono, in realtà due case rurali oggi sottoutilizzate e dedite, oltre che alla coltivazione del grano all'agrumicoltura effettuata nelle aree gorenali del Gornalunga.

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Mendola Sottana, Masseria

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Attorno la masseria della Mendola sottana, la maggiore tra le due la più vicina alla vallata del fiume dai cui meandri non dista più di duecento metri, è stata trovata dalle indagini accurate Qui effettuate dagli archeologi, una cava preistorica di materiale litico, in particolare di quarzite, ricercatissimo per la produzione degli utensili litici.

Questa cava rafforza l'ipotesi affascinante e sempre più corroborata dai ritrovamenti, che il Gornalunga sia stato la via di penetrazione della colonizzazione umana in questa parte dell'isola, che lungo esso salirono i primi raccoglitori cacciatori paleolitici e che sino alla definitiva stanzializzazione delle genti neolitiche già dedite all'agricoltura, la via d'acqua abbia rappresentato un tracciato noto ed utile per i popoli nomadi. Alla cava si sovrappongono poi resti dell'età del bronzo quasi ad ulteriore conferma della continuità delle abitudini in questa area dell'aidonese.

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Molera, Monte

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Luogo di un centro indigeno ellenizzato, il monte Molera,

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Morgantina

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Uno dei maggiori siti archeologici del Mediterraneo, per dimensione e per monumentalità ed integrità dei resti, la città di Morgantina sorge su una serie di coline non molto alte, dominate dalla cima detta della Cittadella, e distendentesi in direzione Est Ovest.

L a presenza nel sito, ed in particolare nella zona dell'agorà, prima detta di Serra o Sella di Orlando, di resti pertinenti alle antichità classiche, è conosciuta da tempo immemorabile. Di certo già nel XIX secolo si iniziarono scavi sistematici che miravano soprattutto al ritrovamento di pezzi di valore antiquario. Furono sulle colline di Sella d'Orlando sia il Pappalardo che l'esimio Paolo Orsi, ma fu solo nel 1955 che iniziò la storia vera e propria degli scavi a Morgantina.

Inizialmente il sito venne identificato con Herbessos, tant'è che ancora negli anni sessanta si parlava di "Erbetea Morgantina" e non di Morgantina.

La certezza venne a seguito del ritrovamento di alcune monete coniate dopo le guerre puniche e recanti la dicitura Hispaniorum, la quantità delle stesse monete ed il loro ritrovamento nei resti della antica agorà confermò la loro provenienza da zecca locale e, nel contempo, le collegò alla notizia conosciuta attraverso le fonti che la città di Morgantina, dopo le guerre puniche era stata ceduta dai romani a dei veterani ispanici autori di quelle monete.

I resti mano a mano indagati hanno inoltre confermato quella che a tutta prima sembrava una delle leggende inventate a posteriori per dare corpo a nobili origini di una polis, infatti nell'area del pianoro di San Francesco, vennero ritrovati i resti di capanne pertinenti alla prima età del bronzo. Tali capanne, per nulla difese dal mondo esterno, cessano di essere utilizzate lasciando una sorta di vuoto abitativo sino a quando nel XI secolo si sviluppa , sulla meglio difendibile altura della cittadella, un sito urbano chiuso all'interno di un'area murata. I resti architettonici e culturali,(ceramiche e oggetti in metallo,) riportano chiaramente all culture della Italia peninsulare e danno quindi nuova linfa alla tradizione che voleva Morgantina fondata dai Morgeti, di provenienza italica peninsulare.

Nella metà dell'VIII secolo la città morgetica subisce una violenta distruzione che potrebbe essere spiegata con lo sconvolgimento creato dall'arrivo dei primi coloni greci sulle coste e quindi dall'abbandono delle stesse da parte di gruppi di siculi pronti a guadagnarsi col ferro e col fuoco nuove terre all'interno.

Sul sito si insedia un villaggio più caratteristicamente siculo che verrà ellenizzato da influssi calcidesi ponibili tra la prima e la seconda metà del I secolo a.C. Già alla metà del VI secolo Morgantina è divenuta una vera e propria città stato con chiari influssi greci nei suoi edifici maggiori.

La appartenenza culturale degli abitanti ai siculi viene comunque tradita ancora dalle sepolture polisome in tombe a camera poste lungo le pendici del monte della Cittadella.

Tra il 460 ed il 459, le ruppe di Ducezio, principe siculo della vicina area palica, assediano Morgantina che rifiuta categoricamente di far parte della lega autonomista siciliana e infine la distruggono.

Sembra che lo stesso Ducezio proceda a seguito della distruzione della città posta sul monte della cittadella, alla fondazione di un a nuova città il cui centro sarà posto nel pianoro poi detto di Serra d'Orlando.

Finita sotto l'egemonia politica siracusana, Morgantina continua la sua vita pubblica arricchendosi di splendidi monumenti civili e sacri. Sarà per volere del tiranno Ierone II che Morgantina acquisterà quella foggia che ancora oggi si può osservare passeggiando tra le splendide rovine sinora portate alla luce dal paziente lavoro dei ricercatori.

Morto Ierone II, fallita la scelta filopunica dei suoi successori, Morgantina verrà inglobata nella provincia di Sicilia nel 212 a.. C. m la città cadrà solo un anno più tardi sotto la potenza della macchina militare romana che la metterà a ferro e a fuoco. Ceduta ai veterani iberici la città perderà sempre più i suoi connotati originari, addirittura al centro della grandissima agorà superiore verrà costruito un macellum, un edificio con funzioni commerciali. Poco a poco il declino porterà al totale abbandono cosicché nel 17 d. C. il geografo Strabone troverà la città quasi morta.

Per la descrizione dei resti si rimanda ad una delle guide agli scavi quali quella del Prof., E. de miro o quella, più aggiornata ed agile della Dottoressa Angela Incardona, responsabile della Soprintendenza di Enna per la antica città di Morgantina.

Una chiosa va invece fatta per quanto ha perso Morgantina, qui, infatti, la avidità di figuri senza scrupoli, unita alla tradizionale gestione malavitosa del territorio ha fatto si che importantissimi oltre che bellissimi pezzi testimonianza dello splendore e della ricchezza della città abbiano preso il volo per destinazioni estere.

Tra le opere d'arte trafugate va ricordata la bellissima statua femminile oggi conservata al Getty Museum di NY, per la quale si spera in un prossimo ritorno.(sulla stregua della Phiale d'oro di Caltavuturo).

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Mulino, Murapano

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Ad acqua, sorgeva alle scaturigini dell'omonimo torrente, ad ovest di Aidone. Probabilmente fondato da un ramo laterale dei Trigona di Piazza, il mulino venne abbandonato nella prima metà del XX secolo.

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Neggi, Contrada

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La ricerca archeologica ha potuto individuare nella contrada i resti di una vera e propria necropoli ellenistica, con diverse tecniche di sepoltura, oltre che resti pertinenti alle età tardo romana e bizantina.

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Ogliastro, Lago

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Invaso nato con lo sbarramento artificiale del Fiume Gornalunga in contrada Ogliastro. Lo sbarramento prende il nome di Don luigi Sturzo, famoso politico italiano, fondatore del partito popolare e calatino di nascita. Posto tra le provincie di Enna a sud e di Catania a nord, lo sbarramento crea le condizioni pere l'accumulo delle acque del Gornalunga ad una altezza media sul livello del mare di m. 203.

Il paesaggio è quello dell'area calatina, dolci rilievi collinari con campi di cereali su terre chiare, dominati da rilievi maggiori sui quali nel tempo hanno trovato spazio i centri urbani, Aidone, Morgantina ma anche Castel di Judica o la grande e vicina Caltagirone.

Il fiume, nella porzione a monte dell'invaso mantiene ancora tratti di vegetazione ripariale dominata da salici e tamerici, a volte inframmezzata da giardini ad agrumeto. Una delle colline sulle quali si appoggia la diga è, invece, coperta da un bosco artificiale ad eucaliptus.

Con il passare del tempo, al primo brusco impatto dovuto all'avanzare delle acque su terreni sino ad allora coltivati (il lago ha anche sommerso e distrutto alcune masserie) si è sostituito un processo di successione ecologica verso la complessità della zona umida lacustre che ha portato, oggi, ad una situazione di grande interesse naturalistico. Il lago è meta di molte specie ornitiche sia stanzializzatisi sia migratorie che, non di rado, ne fanno una ambita meta per i bird watchers.

In tal senso è giunto il provvedimento della unione Europea che ha dichiarato l'invaso del Don Sturzo Ogliastro Sito di interesse Comunitario (S.I.C.). Inserendolo nella lista delle aree da sottoporre a studi e tutela per la salvaguardia della natura europea.

Il Codice sito del lago è ITA060001, su di esso viene proposta la creazione di una Riserva naturale Regionale che ne copra il 100% della superficie per un totale di 983 Ha nei comuni di Aidone e Ramacca (CT),

Il lago viene definito come appartenente alla categoria dei laghi eutrofici con vegetazione del tipo Magnopotamion o Hydrocharition, mentre i dintorni comprendono aste fluviali con minimo flusso idrico permanente interessate da vegetazione a Paspalo-Agrostidion e ripe con Salix sp. E Populus alba (Salici e pioppi):

Tra le specie di maggiore rilevanza vengono segnalati l'Airone rosso, Ardea purpurea, il , Burhinus oedicnemus, il falco di palude, Circus aeruginosus, il?.Circus pygarcus, la garzetta Egretta garzetta, la Nitticora Nycticorax nycticorax, che di sovente colonizza gli alberi stecchiti che sorgono dalle acque del lago, ed il Cormorano Phalacrocorax carbo.

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Pietrapesce, Cozzo

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La collina di 481 m. s.l.m., con al contrada e la masseria omonime, rappresenta una parte del vasto feudo dei Gresti, poi suddivisosi in Gresti, Pietrapesce e Mendola. Proprio nella zona maggiormente rilevata del Cozzo di Pietrapesce sono stati individuati alcuni resti di età romana ed alto medievale.

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Pietrarossa, Valle di

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E' posta proprio al confine tra la provincia di Catania, con il comune di Mineo e quella di Enna, con il comune di Aidone, l'area è stata interessata da un insediamento rurale dell'età romano imperiale, così come dimostrano i ritrovamenti avvenuti in seguito all'inizio dei avori per la costruzione di una diga il cui sbarramento è posto proprio a cavallo del fiume di Pietrarossa.

A seguito della paventata sommersione dei resti i lavori sono stati sospesi ed è iniziata una lunga vicenda giudiziaria non ancora conclusasi che rappresenta uno dei momenti più difficili della difesa die beni archeologici siciliani contro un'idea di progresso che prescinde da ogni razionalità e da ogni considerazione verso la complessità della natura e della storia siciliane.

Del resto non solo i resti di Pietrarossa sono vittima di azzardate costruzioni di bacini idrici, ricordiamo l'esempio dello Al Kazar di Zabut, sambuca di Sicilia, un insigne monumento della Sicilia alto medievale finito sott'acqua nel lago Arangio o la masseria medievale dell'Ancipa, la Grotta dei Ladroni a Regalbuto e, in Italia, la bella cittadina di fabbriche di Careggine, con il suo duomo medievale, spopolata e sommersa dalle acque della diga di Vagli.

A volte, questi ed altri monumenti avrebbero potuto salvarsi semplicemente non sovradimensionando le dighe o allontanando di poche centinaia di metri il fronte diga dal luogo prescelto.

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Prato, Contrada

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Ai piedi del Cozzo Sugherita, nell'area del feudo dei Gresti, la contrada Prato di Montemaggio, (e la vicina contrada Tuffo) è stata luogo di un insediamento greco arcaico, forse uno dei primi insediamenti calcidesi posti attorno l'area della cittadella di Morgantina e precursori della completa ellenizzazione della stessa.

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Quattro teste, Mulino

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Posto lungo il versante del monte omonimo, doveva servire i campi della zona del Baccarato e delle contrade viciniori. Oggi è ridotto a rudere. Il torrente, nonostante diversi fenomeni di degrado presenta ancora un certo interesse naturalistico. L'alveo è in più punti interessato da una folta vegetazione ripariale che riesce ad assumere l'aspetto a galleria.

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Rossomanno, R. N. O ?

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Vedi sub Voce R.N.O. Rossomanno? nelle schede del Comune di Enna.

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San Bartolo, Cozzo

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La contrada fa parte dell'area strettamente pertinente a Morgantina, dalla quale dista un paio di chilometri in linea d'aria. E' alle scaturigini del fiume Gornalunga ed ha rivelato la presenza di un centro indigeno ellenizzato con evidenze della necropoli e dell'abitato. Nella stessa area sono anche resti di età romana.

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san Giuseppe, Cozzo

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Posto nell'area dell'antico centro anonimo di Rossomanno, il cozzo San Giuseppe guarda dalla vallata dei tributari iniziali del Gornalunga. Qui sono presenti due delle maggiori sorgenti dell'aerea, oggi captate, che nel passato dovevano rappresentare una importantissima risorsa per le popolazioni Qui stanziate.

Sulla cima del monte San Giuseppe sembra presente un piccolo centro indigeno ellenizzato ancora da indagare.

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santa Brigida, Grotta di

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Tradizionale luogo del sacro nella contrada del Baccarato, aperta sulle pendici est del monte Dragofosso, non ci è stato possibile ritrovarne l'accesso. Urge controllarne l'esistenza e la eventuale importanza dei resti.

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Santa Maria La Mattina

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L'area della tenuta di santa Maria la mattina sembra essere uno di quei luoghi, frequenti nell'agro aidonese, nei quali la presenza umana nn ha avuto soluzioni di continuità. Qui, infatti, sono stati individuati resti di età preistorica, resti indigeni con chiari influssi greci, resti greci veri e propri ed ancora romani, bizantini e medievali. Manca purtroppo un accurato studio stratigrafico che, se la successione dovesse dimostrarsi complessa ma integra, potrebbe servire da colonna di paragone per gli eventi altrove non messi in relazione.

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Scalisi, Mulino

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Antico mulino ad acqua posto lungo la alta valle del Gornalunga, ai piedi delle alture di Morgantina. Ne rimangono i resti con parte della canalizzazione di presa delle acque e torre di lancio. Era riferito alle vicine case Scalisi.

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Scoppina, Contrada

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Tra Aidone e il Baccarato, la contrada, particolarmente impervia e caratterizzata da balze rocciose di grande instabilità, è interessata da resti di età preistorica, ellenistica, romana e bizantina.

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Sollima, Masseria

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La masseria moderna è insediata sui resti di un apparato rurale nato probabilmente durante l'età ellenistica e certamente ancora in vita durante l'età imperiale romana.

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Toscanello, Contrada

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Pertinente al casale di Casalgismondo, l'area, sul versante sud del monte Crùnici, è sede di resti che vanno dall'età del bronzo all'alto medioevo senza soluzione di continuità.

ASSORO

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Assoro, Madonna della Medica

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Tutti i versanti della contrada Rito sono poi forati da ciò che resta di numerose tombe a forno ed a camera in una delle quali venne poi riadattata la chiesetta rupestre probabilmente bizantina, successivamente rimaneggiata nel cinquecento o nel seicento e dedicata alla madonna della Medica.

In questa interessante, piccolissima cappella, oggi custodita con amore da una vecchina, si intravede una decorazione pittorica realizzata con la tecnica dell'affresco direttamente su un intonaco apposto alle pareti rocciose. Oggi le caratteristiche delle immagini sono quasi del tutto impercettibili a causa del profondo degrado, ma il misticismo primitivo e struggente del luogo coinvolge il visitatore riportandolo a tempi andati. Le immagini sembrano essere posizionate secondo una tecnica tipicamente bizantina di divisione degli spazi in riquadri rettangolari contornati da fasce rosso porpora, ma, almeno nella immagine centrale è chiara una successiva rivisitazione dell'icona in chiave seicentesca.

Interessante la permanenza di una tradizionale preghiera dialettale che sembra abbia superato indenne il periodo in cui la cappelletta venne dimenticata e sia giunta sino al 1956, anno del ritrovamento dell'antro sacro.

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Assoro, Castello Valguarnera

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Il castello di Assoro, abbandonato già nella prima età moderna e poi dato in cava ai cittadini che ne deturparono l'andamento sino a renderne difficilissima la comprensione degli apparati, è oggi inserito in un bel parco urbano di nuovissima creazione che comprende tutta l'area alta del paese con i resti delle fortificazioni e della acropoli antica.

Le fortificazioni medievali sono, come non è raro nella provincia ennese tutta, ricavate con un sapiente gioco architettonico tra i volumi scavati nella roccia e quelli costruiti con murature forti e solide. Ancora si vedono una grande cortina muraria conclusa da un torrione pieno a pianta circolare, una seconda cortina munita di finestre che guarda verso la valle, un ambiente sotterraneo di passaggio, altri ambienti scavati nella roccia e voltati a crociera che, ad un primo esame paiono aver avuto funzione di magazzini anche a giudicare dalle canalette di scolo delle acque ricavate sul fondo degli stessi.

Nelle rocce adeguatamente scolpite per dar agio alle murature si nota poi una particolarità veramente interessante, accanto ai grandi fori per le travature dei pavimenti e dei solai compaiono in più punti lunghe serie di petroglifi lineari, tutti uguali, la cui interpretazione è veramente ardua.

Le notizie storiche del castello sono alquanto rare, certamente qui doveva essere in uso una fortificazione bizantina che venne espugnata nel 939 da una gualdana araba capitanata dal capo Chalil. Costui una volta guadagnato il sito forte vi ricostruì il castello e modificò le forme delle muraglie. Conquistato dai normanni il castello passò, con un atto di vendita firmato da Ruggero II, al Vescovo di Catania che ne acquisì il diritto feudale.

Pervenne poi a Scaloro I degli Uberti, parente del farinata di dantesca memoria, e rimase alla famiglia Uberti sino al 1394, anno durante il quale il regnante Martino d'Aragona pose fine alla guerra delle fazioni con la conquista e la distruzione delle fortificazioni dei ribelli chiaramontani tra i quali spiccava Scaloro II degli Uberti.

Fu poi dei Polizzi e dei Valguarnera che lo tennero sino alla fine del feudalesimo facendone importante fulcro del loro vastissimo territorio feudale.

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Assoro, Centro Storico di

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Assoro (C.A.P. 94010) dista 136 Km. da Agrigento, 66 Km. da Caltanissetta, 89 Km. da Catania, 25 Km. da Enna, alla cui provincia appartiene, 185 Km. da Messina, 186 Km. da Palermo, 142 Km. da Ragusa, 136 Km. da Siracusa, 285 Km. da Trapani.

Il comune conta 5.392 abitanti e ha una superficie di 11.150 ettari per una densità abitativa di 48 abitanti per chilometro quadrato. Sorge in una zona collinare interna, posta a 850 metri sopra il livello del mare.

Il municipio è sito in via Crisa n. 280, tel. 0935-61001/61002 fax. 0935-620725.

Paese con impianto urbanistico medievale con stradine contorte e vicoletti chiusi, con cortili e piccoli bagli, Assoro vanta una cospicua coltivazione di grano, olive, uva e frutta prodotti che vengono esposti nell'annuale Fiera Agricola che si tiene nel mese di agosto.

Il primo nucleo abitato nacque nel periodo protostorico, prima dell'influsso ellenico, cosi come ci testimoniano Diodoro Siculo, Cicerone e Plinio il Vecchio. Durante il periodo romano repubblicano, anche in virtù della grande vicinanza linguistica e di tradizioni tra siculi e latini, Assoro godette di prosperità e fama. Il centro fu conquistato dagli Arabi entrando a fare parte della Taifa di Qasr Jani, (Enna) e nel 1061 dalle truppe dei Normanni Altavilla. Successivamente venne infeudata al Vescovo di Catania.

Nel 1299 divenne borgo feudale di proprietà del nobile Scaloro degli Uberti che Qui stabilì la sua dimora permanente. Rimase feudo degli Uberti sino alla caduta della famiglia nobiliare con la guerra delle fazioni nel 1394.

Nel tempo appartenne a diversi signori quali Matteo Alogna, Damiano Polizzi e al Conte di Adernò Antonio di Montecastro. Nel 1393 la signoria pervenne alla famiglia Valguarnera e ad essa rimase sino all'abolizione dei diritti feudali.

Spiccano fra i monumenti la Chiesa Madre eretta nel XII secolo in onore di S. Leone e eletta a priorato, oggi uno dei più complessi ed interessanti monumenti cristiani della provincia ennese.

La Chiesa dei Carmelitani del 1400 che conserva il sepolcro marmoreo del nobile Francesco Valguarnera scolpito nel 1491 e quasi certamente espressione di una ottima scuola artistica con contatti anche esteri di gran livello (Laurana?)

Fra le strutture urbane è rilevante il Palazzo Valguarnera con singolari mensole figurate, un impianto massiccio e dominante sulla vallata del Crisa Dittaino, ed un interessante passaggio su archi verso il priorato di San leone.

Inoltre vanno ricordati la Abbazia di santa Chiara, oggi sede del Comune, i ruderi della Chiesa di santa Caterina e quelli della chiesa di san Biagio, la cosiddetta Porta Romana, i resti del castello e della acropoli antica di contrada Rito, oggi inclusi in un bel Parco urbano dalla panoramicità strabiliante, i resti delle vaste necropoli scavate dall'archeologo Jean Paul Morel ed i cui resti sono oggi conservati anche al Museo regionale Archeologico di palazzo Varisano in Enna.

Il centro moderno è attestato proprio sopra la città antica e si è recentemente espanso verso Ovest sui luoghi che dovevano essere le necropoli del periodo arcaico, classico e romano.

Il centro è ancora fortemente pervaso dall'atmosfera medievale che i suoi monumenti irradiano. Al centro il magnifico anche se manomesso Priorato di San leone, una delle chiese medievali più interessanti del centro Sicilia, il grande Palazzo dei Valguarnera e la Badia di Santa Chiara, oggi sede del Comune. In cima, quello che resta dell'acropoli e della fortezza medievale che fu dei Valguarnera.

E' qui che la natura di Assoro diviene chiara, infatti dalla cima del colle la vista spazia su uno dei maggiori panorami di Sicilia. Le mura rovinate del castello prospettano verso la Pina di Catania, gli Iblei e Morgantina, ad Ovest verso Enna e l'Altesina ed a Nord verso la lunga catena dei Nebrodi mentre su tutto domina il cono dell'Etna eternamente fumante.

Una posizione, quindi, di grandissima importanza strategica che fece di Assoro un centro piccolo ma importante sin dal periodo classico.

Diodoro Siculo cita Assoro come l'unica città dei Siculi che non defezionò dall'alleanza siculo -dionigiana a favore del punico Imilcone (DIOD. XIV, 58, 1) e che venne ripagata dal potente tiranno siracusano, per il gesto di fedeltà, con il patto concluso con i Cartaginesi sconfitti (DIOD XIV, 78, 6). Cicerone, citerà pure gli assorini e la loro città, esaltandone proprio la estrema fedeltà ai patti intrapresi (Cic. Verr. IV, 44, 96: "Assorini viri fortes et fideles")

Assoro riceverà poi lo status di Civitas Foederata dalla Repubblica Romana ed entrerà a far parte della Lega di Venere Ericina, una sorta di comunità tra città libere sotto l'egida della divinità patrona dei romani e degli ericini.

Questa particolare indipendenza consentirà al centro di rimanere meno soggetto alla legislazione romana durante tutto il periodo repubblicano sino al punto di coniare moneta bronzea propria con legenda latina.

Con questi importantissimi natali, Assoro fu nel passato meta di molti dei viaggiatori stranieri che facevano il Grand Tour nell'isola alla ricerca delle antiche vestigia. Qui passarono prima il Fazzello, abate domenicano saccense autore di una enciclopedica opera sulla Sicilia antica ove più volte dimostrò una capacità indagativa non comune, l'abate Vito Amico, ma anche il Cluvier, lo Holm, lo Houel.

Questi grandi indagatori del passato ci hanno lasciato molte testimonianze delle vestigia che emergevano nella Assoro medievale e moderna consentendone una ricostruzione abbastanza credibile.

Sulla scia di questi studi, a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta, un archeologo della Scuola francese di archeologia di Roma, il Professore Jean Paul Morel, diresse i suoi sforzi nella comprensione moderna del passato dell'importante centro ereo.

Così si poté fissare con certezza il luogo dell'acropoli, sulla contrada Rito e nelle rocche poi occupate dalle fortificazioni medievali, ma anche quello del famoso Tempio del dio Crisa, la personificazione divina del fiume che si sarebbe poi chiamato Dittaino.

Purtroppo molte delle importanti scoperte e intuizioni dello studioso francese finirono o dimenticate o utili per aprire la strada ai clandestini cosicché già nel 1984, chi scrive stentò a riconoscere i luoghi ed oggi del tempio dorico rimangono solo le foto delle colonne e la collina deturpata da una costruzione privata posta proprio su quello che doveva essere lo stilobate dell'edificio sacro.

Ulteriori testimonianze elleniche e romane si trovano nelle pianure che circondano la città, Qui doveva sussistere una vasta curtis, un insieme di ville signorili utili all'otium ma anche alla gestione delle feraci terre della zona. A testimonianza di questa diffusione dell'abitazione campagnola e di villeggiatura sono i diversi, sporadici rinvenimenti nelle contrade Aiutu, Pipituna, Maddalena, e soprattutto nel Piano di Murra ove furono rinvenute diverse tombe terragne ellenistiche e un frammento di pavimentazione di strada romana in basole di calcare.

-Nel complesso il centro assorino potrebbe divenire uno dei fulcri di un turismo di élite ed itinerante nell'area del leader, sia per le sue numerose testimonianze storiche, sia perché, comunque, nonostante il grave abbandono e l'incuria che purtroppo caratterizzano il centro storico, nello stesso si può ipotizzare ancora una forte azione di risanamento conservativo che vada alla rivalutazione del patrimonio monumentale ed edilizio convenzionale.

Tanto per fare un esempio, l'itinerario che passando per la Via Pietro Nenni, verso Santa Caterina, porta terra, Santa Chiara ed il centro con il Palazzo Valguarnera e il Priorato, per poi giungere, girando dinanzi la Porta Romana e la Medica, verso l'acropoli ed il castello, potrebbe divenire un bellissimo itinerario "manuale" di lettura dei borghi interni di Sicilia, svolgendosi attorno ad esso praticamente tutte le tematiche che la storia e l'etnologia di questi paesi possono offrire.

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Assoro, Contrada Rito

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Ai piedi dell'area maggiormente rialzata ed occupata dal castello si svolge una lunga balza rocciosa precipite ed alta almeno una quindicina di metri, le cui pareti sono occupate da numerose cavità artificiali la cui foggia è particolarmente complessa, si va dalle edicole per la esposizione di immagini ai grottoni abitativi il cui ingresso è difeso da grondaie a doppio spiovente per lo scolo delle acque. Una vera è propria collezione di tipologie di architettura rupestre che arricchisce questa area del paese.

E' da queste contrade che venne alla luce durante un saggio condotto da Luigi Bernabò Brea, (L. Bernabò Brea: Assoro "Tempio greco e necropoli sicula" in N.S.A. 8° serie 1947 pag. 249) allora soprintendente alle antichità di Siracusa, un blocco ed un rocco di colonna.

Questi resti, che avrebbero potuto far bella mostra nel parco assorino, erano già stati distrutti per ricavarne pietra da massicciata nel 1961, anno in cui il Morel si dedicò alla acropoli assorina. Del resto già lo Houel nel suo "Voyage pittoresque des isles de Sicilie, de Malte et del Lipari " (pag. 37)parla dell'esistenza di un "tempio" classico in contrada Rito e così lo descrive:

"On me parla des ruines d'un temple au sommet de la roche; je me fis conduire, j'en vis les restes; c'est un mur de construction tout en pierres parfaitement taillees il y en avait encore huit assises, dont la plus longue avait sept toises.

Ces murs ont eté conservés parce qu'ils ont servi de fondements a une petite eglise consacreé a la Vierge. Elle est abbandonneé aujourd'hui, aussi bien que huit ou neuf autre de ce pais. La ruine de cette eglise entrainera la destruction totale du rest de ce temple. Si on foullait, on en trovverrait tous les gradins. Non loins de ce lieu on voit des portions de murs bien faits, qu'on avait eleves, pour soutenis les terres, et le mettre au niveau de ce temple. Pres de cet endroit la roche s'eléve: on y a creuse una grande multitude de grottes?(quelle della contrada Rito) On voit sur le rocher des places creusees comme pour y poses une inscriptions".

Sempre in contrada Rito, il Morel portò alla luce altri interessantissimi resti che poté rilevare e pubblicare nei suoi lavori assorini e dei quali ci rimangono degli schizzi.

Schizzo in sezione dei resti scoperti dal Morel in Contrada Rito;

Tra le varie testimonianze, chiaramente classiche, il Morel trovò una muratura con un accenno scolpito di trabeazione dorica con triglifo fronteggiante una colonna non scanalata su base e con i resti degli agganci per il sollevamento ad argani. Ai piedi del fregio dorico venne trovato un oxillum a pastiglia insieme a molti altri frammenti di datazione ellenistica. Complessivamente la pianta del piccolo edificio dalla oscura funzione venne misurata in 5,50 per 4,50 m. Il tamburo di colonna superstite era alto 1,28 m. per 0,50 di diametro. Inoltre uno dei muri della contrada venne paragonato al muro "ciclopico" della antica Adranos con un tentativo di datazione per confronto al periodo successivo alla guerra che Dionisio di Siracusa mosse ai cartaginesi di Imilcone. (396 a.C. ca). Anche il Fazello aveva visto nella zona una cinta muraria che così descriveva: "Oppidi quoque antiqui moenia cum porta adhuc integra, ex miris saxis fabricata cernuntur".

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Assoro, Quartiere del Carmine

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Tra le tante tombe delle necropoli che circondavano l'antica Assoro e che poterono essere adeguatamente indagate prima che il selvaggio piccone dei clandestini o le ruspe della nuova città ne cancellassero l'esistenza, sono venuti alla luce frammenti e reperti che vanno dall'VIII sec. a.C. sino al VI e V sec. a.C., momento della penetrazione culturale ellenica.

Alla protostoria appartenevano pure le capanne indagate dai francesi sia in contrada Carmine che nella parte più bassa dell'abitato, interessanti e testimoni di una distruzione violenta (in una capanna vennero trovati i resti delle stoviglie ancora posati sul focolare).

Del periodo ellenico sono, invece, i resti, anche in questo caso scomparsi, di una fornace figulina posta in contrada Carmine e sistemata sui resti di una precedente tomba con dromos, qui furono trovati i resti della lavorazione delle ceramiche e persino degli interessanti isolanti ceramici da porre tra pezzo e pezzo per distanziarli durante la delicata fase della cottura.

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Assoro, San Giuliano

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Le tombe elleniche dovevano essere per lo più a fossa terragna così come testimonierebbero i muretti a secco della contrada oggi attraversata dalla Via Pietro Nenni, prima Via Nazionale, che sono chiaramente costruiti riutilizzando i lastroni di copertura delle tombe a fossa terragna.

La Via P. Nenni è ancora oggi interessata da una serie di abitazioni rupestri in funzione e da una chiesetta ricavata interamente nella roccia viva con pianta rettangolare e altare nella parete di fondo, coperta da una semplice volta a botte anch'essa ricavata nella roccia.

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Capobianco, Masseria

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Ai piedi del Cozzo Cuticchi, un rilievo della piana del Dittaino, sorge la masseria Capobianco, una struttura rurale in parte rovinata, con diversi edifici raggruppati disordinatamente fra loro. L'area è quella della coltivazione cerealicola estensiva.

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Casotta, Masseria

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Nella omonima contrada, in vista della valle del Dittaino e del rilievo della Milocca, la masseria è in realtà costituita da due diverse strutture rurali, una minore posta più in basso, l'atra, maggiore, più in rilievo e con le forme tipiche della grande casa di campagna. La seconda è servita da un lungo edificio stalla.

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Ciaramito, Contrada

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La contrada è caratterizzata da un andamento pianeggiante e dalla presenza dei valloncelli del torrente Calderari , del mulinello, del Ciaramito, che sui congiungono nella loro corsa verso il Dittaino. Qui, alcune ricerche ancora da approfondire hanno restituito tracce di un insediamento di età greca arcaica, Tale scoperta diviene estremamente interessante per valutare le ondate di penetrazione culturale ed economica greca verso l'interno indigeno dell'isola.

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Cuticchi, Masseria

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Piccola masseria in prossimità della stazione ferroviaria di Raddusa Agira, consta di un unico edificio con piccola corte chiusa da una cancellata in ferro.

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Dolei, Contrada

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Luogo di un probabile insediamento tardo romano a prevalenza agricola.

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Li Destri, Masseria

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In contrada Sperone li Destri, lungo la valle del Dittaino, la masseria è una piccola abitazione rurale.

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Mandre Tonde, Masseria

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Più che di una masseria bisognerebbe parlare di case rurali e relative strutture, la stazione rurale è infatti, composta da tr diversi edifici differenziati funzionalmente e distaccati fra loro. È posta lungo un valloncello tributario del Dittaino. Sempre nella stessa contrada sorge la Masseria mandre tonde minore, anch'essa di piccole dimensioni.

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Perciata, Contrada la

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L'area è interessata da una emergenza rocciosa calcarea molto complessa, utilizzata nell'antichità per lo scavo di diverse cavità artificiali a scopo funerario, alcune ancora oggi visitabili e assimilabili alla preistoria ed alla protostoria isolana.

La parte sommitale dell'emergenza roccia, sia per fatti naturali legati all'erosione eolica, sia per l'uso antropico, ha finito ere assumere la forma di una finestra verso il cielo che, appunto, da il nome di Perciata (pervia)all'intera zona

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Piana dei Comuni, Palazzo di

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Nella piana posta ai piedi della montagna assorina, in un luogo di particolare bellezza paesaggistica, sorge il palazzo appartenuto ai Valguarnera Conti di Assoro ed oggi di proprietà privata.

L'edificio, purtroppo invisitabile, presenta interessanti elementi archiettoinici. La costruzione potrebbe essere datata intorno la metà del XVIII secolo, se non prima,

La struttura, al cui interno dovrebbero trovarsi anche opere pittoriche murali che non è stato possibile controllare, potrebbe essere facilmente trasformata in una struttura ricettiva di particolare prestigio.

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Piana dei Comuni, Masseria

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Tipica masseria siciliana, la struttura centrale si articola sullo schema del rettangolo con vasto cortile centrale. Dal rttangolo, in questo caso, aggetta una torretta di eguale altezza rispetto al rimanente edificio. Intorno sorgono altre costruzioni sussidiarie.

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Piano Corte

a

Nella contrada di piano corte, le indagini archeologiche hanno evidenziato la presenza di un centro indigeno ellenizzato anonimo, le cui dimensioni sono ancora da sottoporre a verifica. Nella stessa area sono state rinvenute diverse tombe di età ellenistica che potrebbero indicare una continuazione del suddetto centro o una utilizzazione agricola intensiva dell'area.

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Piano di Murra

a p

Seguendo la strada provinciale che da Assoro porta alla frazione di san Giorgio, si giunge ad una pianura chiusa dalle colline eree della zona assorina, Monte Stella, Monte le Serre, Monte Zimbalio, e caratterizzata da una evidente feracità del suolo. Tale Pianura è detta Piano di Murra, essa è attraversata da Nord e Sud da un impluvio, poi tributario del Dittaino, che porta le acque delle alture delle Serre. Proprio lungo l'asta del torrente sono stati segnalati la maggior parte dei ritrovamenti di interesse archeologico della zona. In apparenza la zona, anche in ragione della notevole fertilità del suolo, sarà stata per lungo tempo occupata da strutture ad indirizzo rurale, ma sarà stata con la lunga pax romana, che in Sicilia va dall'impero di Augusto sino alla invasione vandalica, che l'area della Murra avrà acquisito l'aspetto di una vera e propria curtis, densa di insediamenti sia prettamente rurali che di villeggiatura.

E' ad essi che possiamo riferire i resti delle tombe, della strada che in parte affioro qua e là, delle macine laviche frammentarie e degli orci vinicoli ed oleari visibili anche nei cortili e nelle vicinanze delle attuali case coloniche.

Paesaggisticamente l'area del Piano di Murra è certamente uno degli angoli più interessanti della ruralità ennese. Grande estimatore di questo paesaggio fu il pittore Elio Romano che vi si stabilì in via definitiva in una casa colonica che la sua maestria trasformò in una sorta di monumento all'estro dell'assorino. Questa casa di villeggiatura potrebbe, già con le sole opere pittoriche murali, divenire un "Museo all'opera del Romano" giustificando un flusso turistico verso la Murra.

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Rape Sop e sot ,Masserie

e

Le due masserie e l'omonimo màrcato, sono localizzati lungo la bassa valle del torrente Calderari, in un'area dedita da millenni alla coltivazione cerealicola. Nessuna delle tre strutture ha particolari elementi di richiamo e la maggiore, Rape soprane, è semplicemente un lungo caseggiato rettangolare con annesse stalle ed abbeveratoio tra gli spogli campi di grano.

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San giorgio ,Villaggio

a e u

Frazione del Comune di Assoro, San Giorgio si incunea con le sue poche case tra le gole che a Sud guardano le valli di Murra ed il Monte Zimbalio, attestandosi in una posizione veramente ben riparata.

La frazione è costituita dai nuclei di Di Marco, Bannò (forse il più antico), San Giorgio, Di Pasqua e Screois, quest'ultimo costituito essenzialmente da una bella abitazione rurale fortificata con torre merlata e archibugiere in aggetto a sezione cilindrica.

Il villaggio è diviso in tre diversi quartieri uniti da strade che seguono gli antichi sentieri. Queste strade furono ammodernate solamente una cinquantina di anni fa. La Regia Trazzera Assoro San Giorgio fu ripristinata e rettificata come strada provinciale trenta anni addietro e solo da allora il piccolo centro poté sfruttare una precaria sede stradale asfaltata per collegarsi al comune.

I lavori per l'ammodernamento della suddetta strada prevedevano una serie di scavi per l'alloggiamento della massicciata e fu durante uno di questi scavi, precisamente durante la creazione della sede stradale tra il quartiere Bannò ed il quartiere Di Pasqua, che vennero alla luce una serie di testimonianze importanti della storia del piccolo centro, tali da far luce sulle sue più probabili origini.

Infatti, tra i resti del battuto del vecchi sentiero gli operai trovarono grandissimi orci ceramici, talmente grandi da essere in seguito risotterrato sotto il moderno strumento viario, diversi resti ceramici ed una iscrizione latina con un testo frammentario che così recita:

 

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?] MAC[?.]ILIANIS

?]NICIBUS IIII ([FOR]NICIBUS)

?]IT[?.]EX VC

?]II

Questi resti, uniti ad un altro grande orcio oggi posto in un cortile del villaggio, fecero supporre già all'illustre studioso francese Jean Paul Morel, che fu nei primi degli anni sessanta in campagna attorno Assoro, la presenza sul sito di una villa romana le cui pertinenze dovevano essere quelle del vasto e fertile piano di Murra.

Già nel 1984, durante un sopralluogo, ho potuto ascoltare un operaio che partecipò alla costruzione della strada e che mi confermo la scoperta ed il successivo interramento degli orci oltre che una grande varietà di frammenti ceramici di colore rosso, che fanno propendere per la possibilità di ascrivere i resti al primo secolo d.C. o, ai secoli immediatamente successivi (ceramiche Aretina o Sigillata africana).

Nella stessa zona si vedono ancora oggi gli ingressi rettangolari di grotte artificiali che dall'aspetto paiono proprio grottoni bizantini adibiti a povere abitazioni che potrebbero testimoniare il continuum tra la florida villa romana ed un rifugiarsi di povere genti tra i ruderi della stessa nei periodi più bui successivi alla guerra gotica.

Oggi San Giorgio si presenta come un villaggio agricolo purtroppo gravemente deturpato da interventi costruttivi tutt'altro che rispettosi. L'impianti viario ricalca ancora quello agglutinante del passato con strade tortuose e spesso chiuse, legate alla strada principale che si mantiene lungo la direttrice Murra - Nissoria.

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Tuttobene, Masseria

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La masseria è posta Lungo i meandri che il Dittaino forma all'altezza della contrada Accascina, una parte delle strutture è oggi ridotta a rudere mentre una porzione rimane utilizzata a fini agricoli. La stazione rurale sorge su di un rilevo che tocca i 300 m. di altezza e si eleva sulla valle.

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Zimbalio, Miniera di

e

La grande miniera di zolfo di Zimbalio, sorgeva sul fianco meridionale dell'omonimo monte, a 540 metri circa di altezza sul livello del mare. Un secondo nucleo di strutture, più piccolo ma interessante, si apriva sul vallone di Giangagliano del quale portava il nome.

Le strutture erano in vista del sottostante vallone del torrente Salito, uno dei tanti corsi d'acqua dell'altipiano gessoso solfifero le cui acque, ruscellando tra le evaporiti sono ricche in contenuto salino tanto da dare il nome di "Salito" Salato al fiume.

Oggi la miniera è abbandonata e le terre che erano pertinenza dell'Ente Minerario Siciliano sono adibite a pascolo.

Le strutture della miniera versano in grave stato di abbandono è sono continuamente preda delle spoliazioni che, iniziate dalle opere di maggiore pregio, stanno oramai cancellando le più piccole tracce della importante presenza estrattiva ed industriale. Da tempo per Zimbalio era stata proposta la adozione del ruolo di "antenna" periferica del parco minerario di Grottacalda e Floristella, ma ogni ulteriore ritardo rischia di cancellare ogni testimonianza delle attività.

ENNA

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Ajala, Villa

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In contrada Furma la Cara, lungo la vallata del Furma, si trova una bella villa ottocentesca, voluta dalla famiglia Ajala, una famiglia aristocratica ennese. Oggi a villa, dopo essere passata di mano in mano negli ultimi cinquanta anni, è abbandonata pur essendo, almeno sono queste le informazioni che siamo riusciti ad avere, stata rilevata da una banca a capitale pubblico.

La villa si presterebbe ad essere trasformata in una bellissima dimora turistica che potrebbe essere aperta ad un turismo di élite interessato alla visita della area occidentale del GAL.

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Aiuolo, Abbeveratoio

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Lungo la strada Enna Barrafranca, all'altezza della valle dell'Aiuolo, un tempo proprio lungo la strada ed oggi nascosto dalle nuove costruzioni della sede ammodernata, sorge un abbeveratoio a forma ottagonale che doveva fare parte integrante delle strutture della Regia Trazzera. Esso è circondato da un largo selciato in pietra locale e coperto da ciò che resta di una un tempo folta, galleria vegetale con pioppi ed altre essenze igrofile.

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Alvanello, Masseria

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Piccola masseria della Contrada Stretto - Alvanello, Le fabbriche constano di due corpi con corte aperta centrale e di un abbeveratoio per l'approvvigionamento idrico e la zootecnia. Il complesso sorge a 641 m. s.l.m. ed oggi dista poche centinaia di metri da uno dei pozzi della miniera di Pasquasia. La vicinanza alla SS 117 b. e alla Contrada Cannarella (v. s.v.) potrebbero preludere ad un uso turistico naturalistico sia della masseria che delle vicine case Stretto, case Librizzi e Case Pispico.

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Balatella

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La contrada, posta sulle colline che si stendono tra Enna e Piazza Armerina, in agro ennese, giunge ad una altezza massima sul livello del mare di 752 m., con la cima detta della montagnola. Tutta l'area è interessata da resti sia dell'età romana imperiale, con diverse segnalazioni di ceramiche sia sigillate che probabilmente aretine, sia da resti, forse meno appariscenti ma esistenti, delle età protostoriche con oggettistica sicula e ellenica di provenienza rodio cretese.

Questa, come altre contrade dell'ennese, è stata per troppo tempo sottoposta ad una escavazione continua da parte dei clandestini che hanno, impunemente, distrutto e disperso gran parte delle testimonianze superstiti.

Anche in questo caso sarebbe opportuno poter arrivare ad una campagna di scavi per garantire una maggiore comprensione dell'esistente e per poter salvaguardare quanto resta delle diverse età attestate in area.

Nella contrada oggi sorge l'omonima masseria, un complesso di diversi edifici rurali posti su un crinale a circa 680 m. sl.m.

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Barone, Mulino del

a e

Oggi scomparso, il mulino rimaneva ancora visibile se pur rudere sino al 1983, successivamente è stato abbattuto con le ruspe e sul suo sito sono stati ammassati i materiali di scavo della galleria che dovrebbe portare le acque del torrente San Giovannello al lago Olivo.

L'area del mulino, un bella gola scavata dal San Giovannello nelle calcareniti della contrada Sirieri - Cateratta, rimane oggi deturpata dall'accumulo di materiali peraltro addossati al ponte della SS 117 b. e dal cantiere, fatiscente, dell'impresa che stava conducendo i lavori di scavo.

Del mulino rimane solo qualche foto tra le quali una che mostra un architrave in legno con incisa una data 18?..;

Per fortuna resta, invece, la parete rocciosa retrostante il mulino con alcune grotte scavate dalla furia dell'acqua nei tempi andati e, nonostante la posizione quasi inaccessibile, utilizzate dall'uomo come rifugio e ripostiglio.

Non va sottovalutata la pericolosità idrogeologica dell'accumulo dei detriti lungo la vallata, in caso di forte piena gli stessi potrebbero rappresentare un pericoloso approvvigionamento di solidi nella corsa verso valle del San Giovannello che, raccoglie le acque meteoriche e fognarie (depurate più a monte, della città di Enna

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Battiati, Masseria

e

Masseria della vallata del Calderari, a preminente produzione cerealicola, la struttura edificata è una semplice casa rurale.

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Berardi, Masseria

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Grossa masseria di costruzione probabilmente settecentesca, posta nella omonima contrada lungo la vallata del torrente Baronessa Calderari. Il corpo centrale è basato sul solito schema del rettangolo con cortile centrale ma il perimetro presenta diversi corpi aggettanti che corrispondono a superfetazioni e movimentazioni dell'apparato base.

Confinante con un vasto seminativo arborato ad ulivi, si presta ad essere utilizzata per fini agrituristici anche in ragione della sua vicinanza agli assi ferroviario ed autostradale.

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Borgo Cascino

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Il piccolo borgo, frazione del comune di Enna, fu fondato quale centro di una vasta opera di riforma agraria e colonizzazione del latifondo, operata in periodo fascista. qui il ripopolamento avvenne a scapito del latifondo cerealicolo su aree parzialmente insalubri.

Alle sparse case rurali fece da contrappunto un piccolo borgo collinare, costruito con l'intenzione di farne il centro civico di un futuro paese e non dissimile da altre fonazioni siciliane (Pergusa, Borgo Bonsignore, Borgo Giuliano, Borgo Lupo etc.)

La fondazione venne così dotata di Chiesa, scuola rurale, posta, torre civica e piazza centrale a pianta rettangolare con portici.

Le scelte formali sono quelle della architettura fascista delle nuove fondazioni, linee semplici ed austere che fanno capo ad una tradizione classica romano imperiale riveduta ai fini della propaganda ma anche della funzionalità delle inurbazioni volute dal regime.

Oggi il Borgo ha perso alcune delle funzioni originarie, vi sopravvive l'ufficio postale che serve l'ampia zona rurale e le poche famiglie ancora insediate nel complesso originario.

Il luogo è pittoresco nel suo dormiente semiabbandono, e non di rado vi si svolgono funzioni matrimoniali proprio in ragione di questa sua particolare aria di campagna.

L'intero complesso, anche per la sua vicinanza alla autostrada PA CT ed alla superstrada SV CL Gela, potrebbe prestarsi ad una rifunzionalizzazione turistica di grande richiamo.

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Boscarino, Masseria

e

Masseria della vallata del Calderari, a preminente produzione cerealicola, la struttura edificata è una semplice casa rurale.

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Brancifort,i Laghetto

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Piccolo specchio d'acqua formato con la costruzione di uno sbarramento in terra. In inverno rappresenta una frequentata area di sosta per la ornitofauna in migrazione.

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Bruchito, Monte

A n p

Il rilievo raggiunge gli 872 m. s.l.m. e si pone come dirimpettaio naturale di Enna dal fianco Sud Ovest.

La sua morfologia è quella di una lunga cresta sviluppantesi ad arco da Est verso Ovest con una cresta alquanto impervia che culmina con la cima detta, appunto di Monte Bruchito.

Il luogo assume una particolarissima valenza paesaggistica sia in virtù della sua posizione rispetto Enna che della centralità di cui gode che consente di poter avere un orizzonte spaziosissimo a 360° capace di guardare anche alle Madonie. La cresta di sommità è costituita in prevalenza da marne gessose interessate da fenomeni di pseudo carsismo non ancora indagati soprattutto nella loro eventuale forma ipogeica. Del complesso fanno parte anche le Serre di Monte Cannarella, (v. s.v.) dichiarate dalla Unione Europea Sito di importanza Comunitaria. La lunga cima è divisa in diverse porzioni da alcuni passi, le portelle dell'ennese, esse sono da Ovest ad Est, la portella di Furbalata, dalla quale veniva estratta una pietra grigia in gran voga nelle opere medievali e moderne della città di Enna (es. colonne della chiesa di san Martino, oggi in parte conservate al castello di Lombardia in parte al Museo Alessi e, ancora nel portale laterale del Duomo, detto di san Martino.) ; la portella alle forche, ad una altezza di 766 m. s.lm. e la Portella dei monaci, a 780 m. s.lm., la più panoramica ed impressionante per la stradina precipite che la serve.

Infine, in basso, la Portella castro, posta dove la cresta del Bruchito viene superata dal vallone del Serieri e risale verso il poggio della Cutura.

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Bubudello, Serra di

a

In agro di Enna, al confine con il comune di Piazza Armerina, la Serra è un rilievo posto in direzione Ovest Est con la sua cima a 753 m. s.l.m. Qui diverse sono le segnalazioni di resti appartenenti all'età primo imperiale romana. Probabilmente gli stessi vanno ascritti ad impianti rurali legati ad un uso cerealicolo, vitivinicolo e di produzione olearia della zona che ancora oggi ha una certa valenza agricola.

Il rilievo presenta una certa panoramicità nel suo versante di Sud, ove la maggiore acclività consente di sovrastare la vallata del torrente Bonifacci e tutta la contrada di Ramursura, che già si inserisce nel contesto archeologico di Montagna di Marzo.

A nord, invece, la Serra si stempera verso un boschetto con presenze di quercia da sughero Quercus suber, e poi nel Piano Tardo, vasta pianura sabbiosa interessata nella seconda guerra mondiale da un aeroporto militare.

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Calderari, villaggio dei

e

Piccolo villaggio rurale posto lungo la strada che portava da Enna alla vallata del Dittaino. Di relativa importanza come stazione stradale, ebbe, probabilmente la funzione di accogliere i nomadi Sinti e Rom, che un tempo erano dediti, oltre che ai giochi circensi ed alla elemosina, alle attività di riparazione della metallurgia in rame e stagno. Questa utilizzazione potrebbe avere motivato il toponimo di "Quadarara" Calderai. Il villaggio oggi conta alcune case rurali organizzate lungo il fuso della strada e caratterizzate da diverse corti private con accesso alle case padronali ed ai servizi. Da tempo gran parte del villaggio è di proprietà dei diversi rami della famiglia Restivo che, in parte, ne ha mantenuto l'aspetto rurale originario. Interessante è una piccola chiesa ad aula absidata, detta della Madonna dei Calderari, presso la quale si celebra una importante ricorrenza religiosa ennese (prima domenica di maggio) con una festa folcloristica che mantiene ancora il sapore delle uscite fuori porta primaverili. Il villaggio, favorito da una odierna posizione a pochissima distanza dall'asse autostradale (del quale oggi soffre il rumore) potrebbe avere un bel lancio agrituristico anche in considerazione delle diverse masserie che al villaggio fanno capo.

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Caliato, Miniera

E

Piccola miniera di zolfo posta lungo il crinale delle colline eree tra Enna e Pergusa. Ne rimangono vari resti superficiali ed alcuni imbocchi, "discenditorie" in parte allagate ed in parte crollate.

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Cannarella, Serre di Monte

n

Sito di importanza naturalistica e paesaggistica comunitaria, le Serre del Monte Cannarella sono costate inserite nelle liste della protezione naturale della Unione europea con il codice ITA060013.

L'area è interessata da un esempio di steppa mediterranea con graminacee e piante annue conosciuta come associazione Thero-Brachypodietea. Inoltre alcune parti dell'area studiata sono popolate da vegetazione a gariga con prevalenza di Ampelodesmos tenax e di Thymus sp.

Complessivamente l'area copre una superficie di 836 Ha e potrebbe essere trasformata in una Riserva naturale Orientata.

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Canneti, Pantano dei

N

La piccola zona umida, oggi in parte trasformata in laghetto collinare, si stende nella porzione settentrionale del comune di Enna, in una sorta di enclave tra il territorio di Calascibettta e Villarosa e quello delle provincie palermitane di Gangi e Petralia Soprana.

L'area è, per quanto ristretta, abbastanza interessante per una grande estensione di cannuccia palustre, Phragmites australis, che funge da rifugio per diverse specie animali sia stanziali che di passo. Nell'area sono stati segnalati sia il Tarabusino che il Porciglione.

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Capodarso

a p

Dall'altro lato dl fiume, raggiungibile solo dopo avere percorso una difficile stradella che da sotto il ponte di Carlo V si inerpica su per la montagna, si giunge alla cima del monte Capodarso, a n ch'esso interessato dallo stanziamento di un anonimo centro indigeno.Il centro si trova sulla parte sommitale della collina, a 795 m.s.l.m., peculiarmente il primo impianto del villaggio è legato alle culture dell'età del bronzo tardo con produzione di ceramica nello stile di Sant'Angelo Muxaro e della ceramica piumata, culture, queste, che non compaiono se non in maniera del tutto sporadica nel vicino centro di Sabucina.Questa particolarità fa pensare alla appartenenza del centro ad una entità etnico-culturale diversa da quella di Sabucina, quasi a ricordare il sempiterno uso del Salso a confine tra diverse entità della stessa isola.

Certamente trarre conclusioni simili senza il conforto di altri dati è azzardato, ma accattivante è dare un senso alle leggende che raccontano per quei lontani tempi della divisione dell'isola tra Siculi e Sicani.I resti, ancora pochissimo sottoposti ad indagine archeologica ed invece gravemente preda di ignoti e perseveranti scavatori clandestini, viene sottoposto all'influenza ellenica geloa durante il VI sec. a.C., ma anche a Capodarso il centro viene abbandonato alla fine del IV sec. a.C. o, al massimo agli inizi del III sec. a.C.Oggi del centro sono visibili i resti di un lungo muro urbico ad aggere che corre lungo tutto il versante Sud della collina chiudendo così il lato più debole del centro, la rocca invece è talmente erta e acclive che appare del tutto imprendibile in natura e senza alcun bisogno di interventi.Interessante lungo la cresta rocciosa è notare un passaggio a scale che scende verso la vallata e dopo qualche gradino si getta verso il vuoto.

Tra i materiali che sono venuti alla luce nel villaggio appaiono insieme alle ceramiche indigene delle belle ceramiche attiche a figure rosse, un cratere a calice che rappresenta un messaggero e tre donne piangenti, alcune statuette votive chiaramente di influenza geloa ed akragantina.

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Capodarso, Masseria

e

Grossa stazione rurale, sorge lungo il tracciato della vecchia strada Ferdinandea Castrogiovanni - Caltanissetta, per la quale doveva rappresentare un importante luogo di sosta. Apparteneva alla omonima famiglia nobiliare che deteneva, come feudo eponimo l'intero monte Capodarso e parte della valle dell'Imera.

Oggi la masseria conta un bel corpo padronale su più piani con torretta di avvistamento e corte centrale, una cappelletta privata associata ad un edificio a pianta quadrangolare oggi adibito a stalla ma, probabilmente un tempo utilizzato come fondaco per il ricovero dei viaggiatori.

La sua posizione e l'integrità delle fabbriche ne farebbero un ottimale stazione agrituristica.

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Capodarso, Ponte di

M P N

La forte portata del fiume durante l'inverno e soprattutto durante la primavera, a seguito del disgelo delle Madonie, sue tributarie, e la sempre maggiore necessità di traghettare le acque proprio nella zona della gola di Capodarso, causata dall'ingrandirsi della città di Caltanissetta, prima centro feudale di scarsa importanza, poi, mano a mano, centro rivale di Castrum Johannis (o. Enna) nel ruolo di capoluogo del centro dell'isola, portò l'imperatore Carlo V a ordinare la costruzione di un ponte in pietra con una tripla arcata posto tra le due rive del Salso proprio ai piedi delle rocce della gola di Capodarso.

La bella opera di ingegneria, una delle più interessanti per il rinascimento nel meridione di Italia, presenta due arcate minori poste l?una sul lato ennese e l?altra su quello nisseno delle rive, utili a scavalcare le stradelle che corrono parallele al fiume stesso lungo la stretta gola. Queste arcate sono a tutto sesto con intagli molto accurati e impostate su pile massicce a base quadrangolare.

Al centro le torbide acque del fiume sono superate da una grande arcata maggiore, svettante ed agile, che sembra seguire le linee del ponte originale, crollato e ricostruito solo durante il regno di Ferdinando di Borbone, interessatissimo ad avvantaggiare il fedele centro di Caltanissetta rispetto la "giacobina" Castrogiovanni.

La arenaria calda e rosata del ponte è poi interrotta dal marmo bianco dei blasoni delle case reali degli Asburgo e del Borbone che con i loro complicati disegni testimoniano di altre epoche della storia di Sicilia.Il ponte, danneggiato e crollato nella sua arcata centrale durante il settecento, così come lo ricorda J.W. Goethe nel suo "Viaggio in Sicilia", durante il quale fu costretto a traghettare con il metodo del trasporto sulle spalle di solerti locali, venne rinnovato durante il regno di Ferdinando I di Borbone, che, sancendo ancora di più la crescita della fedele Caltanissetta a discapito della giacobina Castrogiovanni, ordinò il collegamento tra i due centri con una strada pubblica utilizzata interamente sino agli anni sessanta e ben visibile con le sue interessanti opere murarie in calcarenite locale lungo la SS 112 e la SS 117 bis.

La ricostruzione ferdinandea non si limitò solamente alla messa in pristino del ponte maggiore, ma realizzò anche una serie di opere minori lungo la direttrice Enna Caltanissetta, utilizzate sino agli anni sessanta come opere di ingegneria stradale dalla 122 ed oggi abbandonate ad un immeritato oblio.

Tra queste vanno ricordate le belle sostruzioni della contrada Pasquasia bassa, il ponte che scavalca il Morello, ciò che resta dei due ponti del Benesiti.

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Capodarso, R. N. O. Monte

n p

Denominazione: Riserva Naturale Monte Capodarso e Valle dell'Imera Meridionale;

Provincia: Enna e Caltanissetta;

Comuni: Enna, Pietraperzia e Caltanissetta;

Riferimento Cartografico: I.G.M.I.: scala 1:25.000 F. 268 III N.E.- IV S.E.

Categoria di Classificazione: Riserva Naturale Orientata;

Estensione Totale: Ha 1.485,

Estensione della zona A: Ha 679,79;

Estensione della preriserva: Ha 805,33;

Ente Gestore: Italia Nostra;

Regime di Protezione della preriserva: Come da art. 7 della L.R. 98/81 e successive modificazioni. Relativamente all'area delle miniere Giumentaro e Trabonella si rileva che dal punto di vista geologico trattasi dell'orizzonte gessoso-solfifero siciliano, ed in particolare nelle miniere si ha una esemplificazione con le tipiche mineralizzazioni in zolfo; pertanto, le miniere, vanno identificate in un "museo laboratorio" in cui vengano espresse tutte le implicazioni di coltivazione, di ricerca, sociali ed economiche che l'industria dello zolfo ha comportato in Sicilia.

Motivazione: Per favorire la ricostituzione e la diffusione della tipica vegetazione igrofila, arbustiva ed erbacea e per la protezione della avifauna presente.

Posta lungo la parte mediana della Vallata del Salso o Imera meridionale, a confine tra le provincie di Enna e Caltanissetta, l?area protetta cinge le gole del monte Capodarso, nelle quali la successione stratigrafica delle evaporiti viene messa in luce con straordinaria chiarezza.

La gola è stata scavata nel tempo dal corso del Fiume Salso che i greci di Sicilia chiamarono Himera, esso nasce dalle Madonie e dopo aver raccolto alcuni tributari come il salito ed il fiume di Gangi, giunge ai piedi di un corrugamento montuoso formato dai Monti Capodarso, ad Est e Sabucina ad Ovest.

Superato il corrugamento con una stretta gola il Fiume si riapre al paesaggio tipico dei fiumi dell?interno siciliano, con un amplissimo letto di piena caratterizzato da grandi depositi alluvionali ed un letto di magra quasi sempre quasi asciutto con pozze minime e una discontinuità notevole tra i diversi affioramenti di acqua.

Dopo un lungo giro, il fiume, superate le contrade oggi protette dalla riserva naturale, che si ferma a valle all?altezza del Ponte del Besaro, lungo la vecchia strada Pietraperzia Caltanissetta, giungerà in provincia di Agrigento per gettarsi a mare a Licata ove per un brevissimo tratto avrà l?aspetto di un fiume perenne a tutti gli effetti.

Sin dall?antichità questo fiume è stato una importante via di comunicazione tra le coste e l?interno dell?isola, sembra che lungo esso siano risaliti i micenei che frequentavano la marina agrigentina e certamente la valle fece da strada alla penetrazione greca geloa ed akragantina, non a caso tutta l?area è interessata da centri antichi ancora da indagare o solo parzialmente indagati che continuano a dare segni di una antica vitalità culturale dell?interno ereo.

Tra essi, .nell?area di riserva naturale e in sua prossimità ricordiamo i centri anonimi di Capodarso e Sabucina, sui due monti omonimi, Gebel Habib, Monte San Giuliano e Juculia.

Lo stesso monte Capodarso, sito di un antico insediamento siculo ellenizzato ancora anonimo, fa parte integrante della riserva, sia in ragione delle presenze archeologiche, tra le quali risalta l?incredibile scalinata verso il vuoto, ma anche per la scenografica posizione paesaggistica della sua lunga rupe di calcarenite come per le miniere di zolfo Giumentaro e Giumentarello, oggi abbandonate.

Nella gola, scavalcata dal ponte in pietra di Carlo V d?Asburgo, compare l?ingresso di una cavità carsica con interessanti speleotemi, oggi ridotta a causa dei lavori stradali, e conosciuta come "Grotta delle meraviglie".

Il fiume, caratterizzato come si arguisce dal nome Salso da acque ad alto contenuto salino, ospita una fauna microscopica eurialina e da sede ad un corteggio di piante ripariali tra le quali compaiono la cannuccia d?acqua, Phragmites australis e la Canna, Arundo pliniana.

Lungo la scarpata del Capodarso rimane il relitto di una antica coltivazione a terrazze con terebinti, Pistacia terebinthus, innestati a pistacchio, Pistacia vera.

Le gole ed il fiume vennero citate e descritte da Goethe nel suo Viaggio in Sicilia.

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Carangiaro, Masseria

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Bellissima masseria castellata con struttura quadrangolare aperta al cortile interno, casa padronale rilevata, camminamenti di ronda sulle mura e torre di tutela sulla apertura centrale del cortile. Si presenta come un vero e proprio castello di campagna, in una ambientazione notevolissima per la particolare severità del paesaggio. Fu costruita lungo la regia trazzera Villarosa, Enna, piazza Armerina, Mirabella Imbaccari, una delle vie di tratturo più battute nell'antichità. Certamente dovette servire anche come stazione di sosta e rilievo di cavalli se non come un vero e proprio fondaco. Questa ultima utilizzazione potrebbe non solo motivarne le forme ma anche fare supporre una particolare antichità della fondazione, magari non evidenziata dalle strutture di alzato, infatti la foggia, anche vista la peculiare grandezza del cortile interno, fa ricordare il caravanserraglio arabo e, come esempio siciliano, l'Al Kazar di Zabuth.

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Carangiaro, Monte

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Con i suoi 911 metri sul livello del mare, il monte Carangiaro è la maggiore altura del bacino endoreico del Lago di Pergusa, esso domina la conca lacustre anche dal punto di vista paesaggistico, rimanendo la nota di maggiore evidenza da quasi tutte le angolazioni che inquadrano lo specchio d'acqua. Il suo profilo lo rende anche molto particolare a casa della presenza di diverse incisioni, probabilmente dovute a cedimenti tettonici, che risaltano soprattutto durante le ore della mattina e del tramonto, con incidenza radente della luce solare. La vegetazione, sottoposta purtroppo a incendi regolarmente appiccati ogni anno per facilitare le pratiche di caccia, è fondamentalmente quella di una steppa dominata da Ampelodesmo, forma secondaria della macchia che riesce a resistere anche ai ripetuti percorrimenti del fuoco.

L'area del monte Carangiaro è interessata da un insediamento preistorico dell'età neolitica, con resti probabilmente assimilabili alla cultura stentinelliana. In seguito l'area, così come la gran parte del bacino di

Qui sono segnalati anche resti dell'età bizantina.

Tradizionalmente tutta l'area del Carangiaro e del vicino Capitone, dovevano far parte di un Sollazzo federiciano che avrebbe avuto nel Carangiaro la sua parte centrale.

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Carangiaro, case Rosso

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In posizione riparata, quasi nascoste tra la vegetazione ubertosa di una valletta che appare come una sorta di oasi nella asprezza del paesaggio della contrada Carangiaro, sorgono le strutture della casa di campagna dei Baroni Rosso di cerami, un tempo padroni dell'intera area di Carangiaro.

La casa, certamente antica, probabilmente costruita su ruderi precedenti, consta di diversi edifici, stalle, magazzini ed un palazzetto padronale ad una sola elevazione, organizzati attorno ad un unico cortile selciato, fortificato da una cortina muraria continua ed aperto solo con una grande arcatura ben difesa da eventuali assali esterni.

Il valore della casa dovrebbe essere ulteriormente studiato anche per comprendere meglio la provenienza e la funzione di alcuni elementi architettonici di pregio, quali, ad esempio, delle tozze colonne in pietra, che potrebbero appartenere ad una precedente costruzione medievale.

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carangiaro ,Torretta di

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Piccolo fortilizio basato sulla torre quadrangolare tozza, nulla si riconosce più dell'impianto medievale che viene supposto ma non suffragato. Nell'area del Carangiaro diversi testi parlano, comunque della presenza di un vasto apparato semifortificato utilizzato come solatium da Federico II di Svevia.

Vicini la torretta, oggi abitazione privata, si rinvengono in superficie diversi resti ceramici preistorici, forse stentinelliani.

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Castellazzo, Masseria

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Sul fianco nord ovest del Monte Castellazzo, (835 m. s.lm.), in una insenatura arricchita dai resti di un giardino romantico con vegetazione arborea di pregio, sorge la masseria Castellazzo, un grande corpo rettangolare, con un cortile centrale i cui accessi sono difesi da camminamenti di ronda e una torretta, ed una vasta abitazione padronale con il corpo aggettante nel cortile. La masseria, divisa tra diversi eredi ed oggi tornata nelle mani di un unico proprietario, versa in pessime condizioni statiche e rasenta il crollo. Alla masseria è pertinente anche un abbeveratoio con vasca rettangolare alimentato da una delle copiose sorgenti che dal monte Castellazzo danno acqua persino a Caltanissetta. Le strutture potrebbero essere facilmente sottoposte ad un restauro statico e riattate ai fini agrituristici.

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Cateratta, Mulino

a e

Alla fine delle gole del Serieri Cateratta, sulla sponda meridionale, il mulino presenta ancora la torre di lancio con il vano della ruota a cucchiai e la ruota stessa quasi del tutto seppellita dal fango ma ancora recuperabile per una sua museizzazione.

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Cateratta, Vallone

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Rappresenta la parte più impervia del corso del torrente Torcicoda san Giovannello, qui , le acque scorrono incassate tra due alte pareti rocciose, scavate dal corso del fiume e caratterizzate da un panorama associabile a quello dei Wadi sahariani.

Il vallone, dopo una serie di meandri e di rapide, con un pezzo di corso ove si nota la nettissima distinzione tra letto di magra e letto di piena, giunge alla fine delle gole e forma la vallata alluvionale che lo porterà a confluire nell'Imera meridionale in contrada Fico d'India.

Il Vallone cateratta, come detto in altre schede relative alle presenze monumentali (v .s.v. Mulino dl Barone..) dovrebbe essere sottoposto ad un regime di tutela e di gestione o di Parco Naturale provinciale o di Riserva Naturale Orientata.

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Coppola, Masseria

e

Detta anche di Cannavò, la masseria presenta una bella casa padronale ed un giardino che sfrutta le acque della sorgente dell'Acquacità, una delle sorgenti di scarico del bacino di Pergusa.

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Cozzo di Cuti, Masseria

e

Piccola masseria cerealicola posta nella alta valle del mulinello, un affluente del Dittaino.

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Cundrò, Villaggio di

a

Detto anche di Fundrò, con una ricorrente variazione linguistica dalla K alla F, il casale o villaggio viene da alcuni testi identificato come castello di Fundrò. In realtà doveva trattarsi di un casale fortificato, posto sulle alture tra Enna e Piazza Armerina, in una zona oggi occupata dai boschi del demani della Azienda Regionale delle Foreste. Certamente il casale era già vivo in età bizantina e potrebbe essere nato per l'aggregazione a scopo difensivo, di alcuni abitati rurali pertinenti alle contrade della stessa Fundrò, di Balatella, di acqua dei Conti, nelle quali la frequentazione ab antiquo è chiaramente testimoniata dai resti che vanno, comunque, sino all'età imperiale romana. Passato attraverso la difficile epoca della invasione araba e della successiva dominazione normanna, il casale di Fundrò nel 1282 appartiene al nobile Simone Belloloco. Con l'investitura reale di Federico d'Aragona a rex Trinacriae, il casale viene infeudato a Scaloro degli Uberti, Conte di Assoro e feudatario della vicina Rossomanno. Contemporaneamente il degli Uberti riceve la signoria del feudo della Gatta, posto tra Piazza e l'odierna Mirabella Imbaccari, così da costituire un grosso nucleo di proprietà e giurisdizioni feudali nel centro dell'isola. Iniziata la lunga guerra delle fazioni, la famiglia Degli Uberti si schiera con la fazione latina capeggiata dai Chiaromonte della quale condivide appieno le idee e le sorti. Così dopo che nel 1340 viene decretata la divisione in perpetuo del feudo tra le città demaniali di Enna, allora Castrogiovanni e Piazza, nel 1394 96, con la definitiva sconfitta della fazione latina per mano di Martino d'Aragona, il feudo viene attaccato ed il casale raso al suolo. Gli abitanti vengono deportati nella città di Enna ove saranno obbligati vivere in un quartiere separato detto dei Fundrisi o dei Funnurisi. Tale quartiere, nella zona di Ovest della città, mantiene ancora oggi un dialetto diverso da quello della rimanente popolazione del capoluogo ed è ancora nominato con l'etnico di Fundrisi.

Successivamente sulle rovine venne costruita una abbazia benedettina che nel 1622 venne definitivamente trasferita nella città di Piazza. Oggi la abbazia piazzese è divenuta la sede del Comune della cittadina erea.

Sul luogo del casale si possono ancora osservare i resti dell'abbazia, con un piccolo campanile ed alcune fabbriche di pregio con arcature e pilastri cinquecenteschi, purtroppo gravemente danneggiati dall'uso zootecnico dell'intera struttura.

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dell'Abate, Mulino

a

v. s. v. Vecchio Nuovo e dell'Abate, Mulini

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dell'Arcera, Mulino

a

I ruderi del mulino, pesantemente danneggiati dall'alluvione dell'ottobre del 1992, sorgono lungo le sponde del torrente Aiuolo, alla confluenza con il Torcicoda, insieme al Pampilona - Marcato Bianco, costituiva un riferimento per l'intero territorio cerealicolo della Pasquasia e di Pietraperzia.

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Dell'Arcera, masseria

e

Tipica masseria a pianta quadra e cortiletto centrale, posta lungo la strada che da Gerace va verso Marcato Bianco

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Donna Nuova, Mulino della

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Il più basso degli impianti, molitori ad acqua del Vallone dei mulini, in realtà già utilizzava anche le acque dello Scaldaferro.

Il mulino, i cui ruderi in parte abitati sono visibili dalla strada Enna Villarosa SS 121, apparteneva alla chiesa della Donna nuova di Enna, chiesa di fondazione corporativa, voluta dal nobiluomo Della Mendola, per cappella del Collegio della Donna Nuova che riuniva i mugnai della città di Enna. Parte del macinato andava alle donazioni che i confrati facevano regolarmente ai poveri della città.

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Enna, Castello di Lombardia

a

La città di Enna, fu sin dall'antichità, legata soprattutto al ruolo militare e di controllo territoriale che la sua particolare posizione le conferiva, dall'alto dell'altipiano calcareo sul quale sorge la struttura storica dell'abitato, si dominano le valli circostanti e tutto il centro dell'isola di Sicilia con vedute a trecentosessanta gradi, la distanza verticale tra il fondovalle e la sommità dello stesso altipiano consente poi un controllo diretto anche di tiro delle vie di accesso alla cima e quindi all'abitato.

Delle strutture urbane monumentali e difensive della antichità classica non ci è pervenuta alcuna traccia leggibile ed ascrivibile con sicurezza, tranne i resti delle necropoli del Pisciotto, o le nuove scoperte operate all'interno del Castello di Lombardia ma non ancora pubblicate.

Prime notizie riguardanti le fortificazioni ennesi, evidentemente non riferibili alle opere che ammiriamo oggi, ma ad Castrum del quale non ci è dato di conoscere l'ubicazione precisa, le abbiamo con la "Geografia" di Strabone, infatti lo studioso asiatico, nel 17 a. C., menziona il Castrum Hennensis come fulcro della linea forte che allora correva tra Siracusa, maggiore città dell'isola, ed Erice, caposaldo della costa lilibetana.

La predominanza del settore militare è, a mio avviso, riscontrabile nella diffusione del nuovo nome di Henna, Castrum Hennae, ovverossia il Castello di Henna, laddove diviene maggiore il ruolo culturale delle fortificazioni poste sul sito della famosa ma declinata città rispetto alla città stessa.

Se si dovessero fare delle ipotesi circa l'estensione urbana e la differenziazione delle varie parti di territorio occupate, potremmo dire che nella zona detta oggi di Lombardia, e quindi nella cuspide Est della città, doveva sorgere un complesso sacro strettamente collegato al culto di Cerere e Proserpina, una Acropoli forte ma dall'assetto prevalentemente socio religioso.

Le fortificazioni romano bizantine potrebbero invece collocarsi in un Castrum posto dove oggi sorge la Torre di Federico (v. s.v.).

L'ipotesi che ne potrebbe venire corroborata è quella di una cittadella fortificata ma essenzialmente dedita alle attività abitative sulla zona di Est dell'altipiano, circondata da alcuni piccoli nuclei abitativi sempre interni al perimetro delle rupi che guardano le valli, e gemellata da un luogo forte posto verso la punta di Sud Ovest dell'altipiano, probabilmente nel luogo oggi occupato dalla collina della Torre di Federico.

Con l'entrata degli arabi, dovuta tradizionalmente ad uno stratagemma piuttosto che alla forza delle armi, il toponimo bizantino di Castrum Hennae venne variato nell'assonante Qasr Jani, dal significato intrinseco ancora oscuro ma evidentemente legato al precedente e indicante nella sua prima parte, "Qasr" una vera e propria città murata.

Il governo emirale mise subito mano alla ricostruzione della città gravemente provata dalla guerra e privata della fortezza bizantina che era stata rasa al suolo dagli invasori, la zona di Sud Ovest rimase sprovvista della fortificazione mentre la antica acropoli di Est divenne il nucleo di una nuova fortificazione.

Con l'arrivo dei normanni, Enna si trovò ancora una volta a fronteggiare gli assedianti. Nella città si era asserragliato l'emiro Ibn Hamud, uomo di grande carisma per le sue genti e di notevole valore militare oltre che strenuo difensore dell'Islam in terra siciliana.

Anche dell'assetto della città in periodo normanno nulla ci è rimasto se non la descrizione alquanto succinta che ce ne tramanda il geografo arabo Ibn Al Edrisi, il quale lavorò alla compilazione di un libro sulla geografia del mondo conosciuto dando moltissimo risalto al Regnum Siciliae del Re Ruggero II, suo illustre committente.

A giudicare da quello che per tutta la Sicilia ci viene tramandato sulle modalità della dominazione normanna, possiamo supporre che ben poco cambiò nell'assetto urbanistico così come in quello socio culturale ed etnico, sembra comunque che l'arrivo dei normanni comportò la stabilizzazione di una piccola colonia di Lombardo Provenzali che, se non riuscì, come a Piazza Armerina o a Nicosia, a sopraffare il substrato precedente, dovette assumere una certa importanza sia politica che culturale sino a determinare il cambiamento del toponimo della zona Est dell'altipiano, da allora detta appunto di Lombardia.

Sulla forma del castello utilizzato dagli arabi prima e dai normanni dopo, nulla ci è dato di conoscere mentre sembra alquanto ferrata la tradizione della presenza di una grande torre, forse un mastio, forse un dongione, che per gli arabi era detta la Torre delle Aquile, mentre per i normanni prese il nome di Pisana in quanto il suo presidio fu affidato ad un gruppo di mercenari pisani.

Questa torre non può e non deve essere confusa con quella che oggi ne porta il nome, le cui forme sono perlomeno dugentesche.

In periodo svevo le fortificazioni furono certamente restaurate e non deve essere così peregrina l'idea che la forma attuale del castello possa essere dovuta all'opera di uno degli architetti di corte di Federico II.

Questa idea soprattutto è legata ad alcune analogie costruttive riscontrabili con castelli o parti di fortificazioni sveve dell'Italia meridionale per le quali, non essendosi verificata la cancellazione degli archivi che invece avvenne durante il Vespro in Sicilia, abbiamo la assoluta certezza della paternità sveva.

Su questa possibilità personalmente mantengo comunque dei dubbi in quanto le fortificazioni certamente sveve dell'isola sono molto più complesse e soprattutto più euritmiche di quanto non lo sia il maniero ennese che nella sua complessità è però legato fondamentalmente all'assecondare le forme dell'altipiano roccioso sul quale sorge, del resto all'esame diretto i castelli di Siracusa, di Augusta, di Catania, di Andria e di Lucera, anche laddove i loro resti sono andati superfetati o distrutti, appaiono molto più ricchi e comodi del maniero ennese.

Alla fine del regno svevo, dopo anni di lotte intestine ed un altro periodo di anarchia feudale, la Sicilia, come è noto, passò alla dinastia cadetta degli Angiò di Francia e nel 1282, vide scoppiare la rivolta dei Vespri.

Durante questo periodo il castello dovette subire danni anche gravi, infatti si ha notizia dell'attacco dei cittadini alla fortificazione tenuta dalla guarnigione angioina con grave nocumento delle strutture forti.

Con l'ascesa al trono del Regnum Siciliae di Federico III di Sicilia, figlio secondogenito di Pietro d'Aragona e con le conseguenti guerre di indipendenza del regno dalla potenza angioino papale, Enna ebbe invece un periodo di floridezza economica e politica, Federico più volte sostò con la sua corte nella città.

Certamente lo stesso castello non può essere posteriore al regno di Federico III, anche perché da allora in poi se ne possono ben seguire le vicende tra le carte dei muniti archivi storici dell'isola.

Possiamo quindi porre le date entro le quali va inquadrata la costruzione del nucleo del castello come noi oggi lo vediamo, tra il regno di Federico II Hohenstaufen e quello di Federico III d'Aragona, re di Sicilia.

Per quello che riguarda la progettazione delle opere del castello va detto che forti sono i richiami al duecento, intanto nella sobrietà delle forme, che, se certamente gotiche per la scelta dell'arco a sesto acuto, non si abbandonano mai a ricerche di preziosismi tipici del gotico catalano e visibilissimi invece nella costruzione dell'abside del Duomo.

Dall'esame comparato delle aperture superstiti e dei resti delle altre strutture similari del castello, risalta subito la quasi totale organicità delle scelte architettoniche che fa ricondurre il progetto del castello ad un anonimo ma certamente unico, Maestro del Lombardia.

La struttura basa la sua difendibilità intanto sulla posizione arroccata sulla cima rocciosa della cuspide Est dell'altipiano ennese, qui il basamento roccioso fu intagliato sino a ricavare una alta muratura a barbacane, utilissima alla difesa piombante della base del castello e, evidentemente del tutto inattaccabile da una eventuale opera di mina delle muraglie.

Le mura chiudono poi una serie di circuiti modulati secondo diverse linee di difesa sempre più strette e sempre più vicine alla zona chiave del castello stesso, il Maschio.

La prima cinta, va probabilmente immaginata come una blanda cortina muraria che doveva contenere anche la Rupe di Cerere, utilissima al controllo delle vallata del Dittaino. Di questa cortina, ci rimangono alcuni lembi oggi seppelliti sotto la strada che porta alla stessa Rupe con due torrette di rincalzo a base quadrata delle quali una sembra posizionarsi sotto la scaletta di accesso alla pizzeria posta immediatamente ai piedi della stradina e l'altra è visibile come restauro molto opinabile nella zona più alta della stessa stradina.

Più interna stava la cortina muraria che segue l'andamento del roccione calcareo tagliato a scarpa, quella, in parole povere, che viene oggi identificata come la cortina esterna del castello. Su questa cortina si aprivano le entrate. La prima a Sud, ancora esistente, munita di una rampa gradonata percorribile anche a cavallo e chiusa da una porta con arcata esterna a sesto acuto, rimbotto e arcata interna a tutto sesto.

Un'altra porta si apre verso la zona della rocca di Cerere, anche questa costruita secondo lo stesso modulo del doppio arco con rimbotto ed anche questa controllata da una torre aggettante dalla cortina muraria e da un camminamento di ronda.

L'entrata principale avveniva invece attraverso una grande porta posta al centro del fronte Ovest del castello, dove oggi è posta la villetta del monumento ai caduti, tale porta, in genere tenuta chiusa, era munita di un sistema con rampa esterna e ponte levatoio, come si può vedere da alcune antiche rappresentazioni e come ci ricorda la tradizione della processione pasquale detta del ponte.

Complessivamente il sistema di entrata al castello dal suo lato prospiciente la città, avveniva o dalla porta minore con la rampa e poi attraverso il piccolo cortile del fronte, o attraverso il ponte levatoio e quindi attraverso il cortiletto stesso.

Sulla disposizione di questo cortile bisogna lavorare ad una ipotesi di ricostruzione che ne consideri le funzioni altamente difensive.

Ivi chiaramente non vi era alcuna traccia della porta e della rampa che oggi salgono al castello dal lato di nord e che furono aperte solo nella seconda metà del nostro secolo, al centro lo spazio del cortile, oggi tutto unico, doveva essere diviso in due dalla presenza di un corpo turrito aggettante dalla muratura interna e il cui andamento si può indovinare seguendo l'innesto della base piena e delle murature appoggiate al muro interno tra quelle che oggi sono le due porte di accesso al cortile grande di San Nicola.

L'ingresso al cortile grande avveniva quindi dalla porta che oggi campeggia al centro del cortile piccolo, anch'essa modulata secondo lo stile che va ascritto alla personalità del cosiddetto Maestro del Castello di Lombardia.

Questa porta, munita di arcatura esterna a sesto acuto, rimbotto e arcatura interna a tutto sesto, è ulteriormente interessata da due grandi nicchie laterali al vano della porta stessa, probabilmente utili alla presenza stabile di guardie armate nei suoi pressi.

Tutte le murature del piccolo cortile dovevano essere munite di camminamenti di ronda merlati utili al controllo dall'alto del delicato settore.

Certamente è da espungere la presenza della seconda porta aperta nella muratura tra il piccolo cortile esterno ed il cortile grande, tale apertura fu infatti costruita solo nella seconda metà del nostro secolo per esigenze legate alla utilizzazione a teatro del cortile stesso.

Sotto quello che sino a un paio di anni fa era l'impiantito del palcoscenico teatrale si apre una lunga cavità artificiale che alla luce delle ultime campagne di scavo sembra essere la cella segreta Din un tempio dedicato alle divinità Ktonie

E' questa una vasta galleria con pavimentazione a rampa discendente ed imboccatura ad imbuto, del tutto ricavata nella viva roccia verso una sala sotterranea con loculi per lampade e pinakoi, una sorta di sepolcro gigantesco ed una vasca di raccolta dell'acqua a probabile uso lustrale. Oggi la cavità è terminante in un piccolo cunicolo che esce al livello della strada esterna e che venne aperto per il trasporto degli apparati scenici del teatro.

Questo cunicolo ha tagliato anche un pozzo verticale controllabile dalla muratura soprastante poi utilizzato per il posizionamento del paranco.

Sempre all'interno del cunicolo compare un complesso sistema di raccolta delle acque piovane che venivano poi immesse in una canaletta esterna che portava l'acqua sino ad un abbeveratoio che doveva essere posto all'angolo di Nord Ovest del castello ove oggi è una piccola fontanella.

All'angolo di Nord Ovest del cortile si trova invece il complesso delle residenze della guarnigione, a giudicare dalla struttura oggi visibile, del tutto dissimile dalle altre opere del castello, sembra che questo settore sia stato costruito in un secondo tempo, probabilmente sotto il vicereame spagnolo.

Molto interessante è la struttura visibile al piano terreno, coperta da una serie di arcate a sesto leggermente ribassato ed impiantate su pilastri a base quadra di dimensione leggermente maggiore dello spessore della ghiera dell'arcata stessa.

Dal complesso delle guarnigioni si può accedere a due vani contenuti nello spessore della torre detta della Campana, ed utilizzati come prigione.

Questi vani sono del tutto privi di luce e sono coperti da bassi tetti.

Nel vano cella superiore gli intonaci a gessetto portano ancora i segni dei "graffiti" dei prigionieri: calendari, minacce, poesiole e firme, segnali della grama vita dei prigionieri che sino alla costruzione del nuovo carcere del Mulino a Vento, stazionarono nelle buie celle del castello.

Al periodo "moderno" del castello, appartiene anche la bella guardiola con copertura a cupoletta in pietra posta sulla muraglia tra il cortile e la zona dell'entrata.

Dalla scalinata che costeggia il complesso della guarnigione si sale al camminamento di ronda della murata ed ancora ad una scala esterna che con i gradini in aggetto su risega, portava al piano terrazzato della torre della Campana, oggi coperta da un tetto in coppi di cotto.

La torre della campana, forse rimaneggiata in un secondo momento, veniva così chiamata perché in essa era contenuta la campana che dava l'allarme alla città in casi particolari e soprattutto in caso di evasione di qualche prigioniero.

Molto bella è la finestrella probabilmente utile al posizionamento della campana, questa è elegantita da un antepagmenta in pietra scolpita con un conchiglione sulla sommità dell'apertura.

Dal cortile grande, attraverso una scalinata che certamente e da considerarsi come una superfetazione, si accede al cortile detto delle vettovaglie.

L'ingresso di questo cortile è difeso da un'altra delle porte a doppia arcata detta della Catena.

Questa porta è controllata dall'alto di due torri, a Sud da una piccola torretta quadra a piani non comunicanti e legata ai camminamenti di ronda delle mura ed a nord dalle terrazze della vasta torre a dongione che doveva ospitare gli appartamenti reali.

La scalinata che da oggi accesso alla porta della Catena, doveva essere invece una rampa capace di dare facilità di accessi a carri e cavalli che certamente dovevano poter circolare tra le diverse parti del castello.

Nel cortile delle Vettovaglie, dove venivano ospitati i terrazzani in caso di assedio, oggi sono ben poche le opere murarie ricostruibili, si notano una torretta in corrispondenza dell'apertura di Est di cui si è già parlato, il basamento in pietra di un'altra torretta angolare su barbacane, posta a difesa dell'angolo di Sud Est del castello e della quale non rimane traccia alcuna, un'altra torretta, posta alla confluenza delle murature esterne ed interne dei due cortili del teatro e delle vettovaglie ed infine i segni degli innesti di varie murature coeve e successive alla costruzione del castello.

Si giunge quindi al terzo ed ultimo dei grandi cortili, il cuore del castello, il luogo della residenza reale e dei servizi della corte ma contemporaneamente il Maschio della difesa militare.

Questo cortile è concepito come un castello nel castello, di forma quasi quadrangolare è difeso agli angoli da torri quadre anche molto grandi.

La porta che apre il cortile sul precedente spazio delle vettovaglie è gemellare a quella della Catena, è difesa verso l'esterno da un camminamento di ronda e dai lati della torre reale e della piccola torretta che si innalza alla sua destra. Probabilmente in un primo momento questa torretta non doveva esistere e al suo posto doveva trovarsi una postierla che apriva il cortile verso la porta di Est, successivamente l'uso di questa postierla dovette risultare ridondante o addirittura pericoloso e al suo posto fu eretta la torretta quadra che oggi si vede. Questa ipotetica posteriorità mi sembra comprovata dalla presenza nella torretta di un corridoio di ingresso che presenta in entrambi i suoi lati porte con il rimbotto per la difesa esterna, ad una attenta analisi l'unica differenza che compare tra le due ghiere degli archetti è l'uso di una diversa tecnica per la chiave di volta, la ghiera che dà verso l'interno della torre, e che quindi sarebbe stata quella esterna, presenta la chiave sdoppiata in due conci così come quelle di tutto il resto del castello esclusa la Torre Pisana, quella oggi esterna, che dà verso il cortile di San Martino, presenta la chiave unica con la punta dell'ogiva esclusivamente scavata nella pietra. Interessante è notare come la dimensione delle porte di questa torre sia minima e come tale scelta sia destinata a costringere l'eventuale nemico a chinare la testa e porgere il collo alle armi dei militi.

In questo cortile, nei periodi in cui Enna veniva utilizzata come residenza militare dei sovrani del Regnum Siciliae, dovevano trovarsi tutte le strutture utili sia alla strenua difesa della famiglia reale sia, alla vita della corte sebbene in maniera spartana e militare.

La torre centrale, detta oggi erroneamente dell'Harem, è il fulcro della residenza reale, si sviluppa su due diversi piani e probabilmente doveva avere un ulteriore piano terrazzato almeno su metà del suo corpo.

Da questa torre vanno immediatamente espunti gli interventi di restauro operati negli anni cinquanta e sessanta senza alcun rispetto per la forma dell'edificio, Sono del tutto false la Porta che si apre accanto la Porta della Catena, e che laddove fosse esistita avrebbe vanificato in pieno lo sforzo difensivo del mastio, la finestra sovrastante la stessa porta, la porta di passaggio tra i vani del piano terra della torre e le due finestre basse aperte sul piano terra della torre stessa. L'imperizia o addirittura la netta ignoranza della struttura del Castello durante le operazioni di restauro si può rinvenire anche nella attuazione del tompagnamento della porta che doveva aprirsi al piano superiore della torre, nella cancellazione di ogni segnale di incardinamento murario sulle mura nord della torre, nella chiusura del vano del camino di quella che sembra essere proprio stata la sala di soggiorno degli appartamenti reali.

La torre doveva essere invece organizzata con una bassa sala buia, o forse illuminata da strette feritoie a sguancio simili a quelle che si aprono ancora sul muro esterno del mastio, da questa una scala in legno doveva portare alla sala superiore il cui livello viene demarcato dalla presenza di alcune mensole e della risega che restringe le mura fornendo l'appoggio per il soffitto in legno.

Solo dal piano superiore si doveva avere accesso alla saletta più piccola della torre, forse adibita a saletta privata, ed illuminata dalla bella finestra con ghiera a sesto acuto ribassato e piattabanda.

Dalla saletta si aveva accesso ad un corridoio voltato a botte, del quale oggi rimane solo una piccola porzione con una singola feritoia, e che probabilmente doveva essere connessa con le strutture di controllo della porta di accesso al mastio e con i camminamenti di ronda dello stesso.

Sempre dal corridoio voltato si ha l'accesso alla parte più alta della torre che presenta una doppia terrazza certamente merlata. Le coperture interne della torre sono ambedue costituite da belle volte a crociera in pietra da taglio a facciavista che dimostra la notevole perizia delle maestranze che costruirono il maniero.

L'accesso basso della Torre, avveniva attraverso un corridoietto voltato a botte ed una porta molto alta e stretta con un rimbotto ingentilito da due piccole mensoline tondeggianti che reggono l'architrave.

Questa porta, che dava accesso da parte della cosiddetta Sala del Trono, doveva essere difesa da una caditoia controllata dal corridoio soprastante e della quale sembra rimanere il foro di arrivo dei proiettili litici sovrastato da un archetto che incornicia una nicchia forse utile alle guardie di controllo agli appartamenti reali.

Quel piccolo vano scavato nella roccia sotto quella che abbiamo ipotizzato come saletta privata degli appartamenti reali, probabilmente doveva essere una buia segreta adibita o a forziere o a rifugio estremo in caso di disfatta delle difese del castello.

Oggi l'operato della Soprintendenza ennese sta portando alla luce non solo strutture sconosciute del castello che ne chiariscono ulteriormente il funzionamento e che potrebbero risolvere il problema della datazione, ma anche strutture precedenti, a volte monumentali, pertinenti all'acropoli antica ed a fortificazioni ed abitazioni ancora tutte da studiare. Il Castello di Lombardia si appresta così a divenire un parco archeologico antico e medievale tra i più interessanti dell'intero bacino del mediterraneo.

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Enna, Centro Storico di

U A P

La città capoluogo della provincia, antichissima per fondazione, sorge su di un monte tra i più alti degli Ere, caratterizzato da una più unica che rara conformazione orografica, esso, infatti, si presenta come un vastissimo altipiano posto tra i quasi mille metri delle cime ed una altezza minima di circa ottocento metri. Tutto l'altipiano è poi circondato da precipizi più o meno alti ma sempre precipiti che ne costituiscono una sorta di imprendibile muraglia. Queste caratteristiche ne fecero nell'antichità una meta ambita, un luogo che valse la pena di colonizzare nonostante il prezzo da pagare in termini di scomodità dell'abitato e di difficoltà meteorologiche.

Della sua fondazione non ci è dato di sapere molto, probabilmente a causa della continua sovrapposizione di ulteriori strati ed elementi nuovi sulle più antiche testimonianze.

Le tracce preistoriche e protostoriche sono estremamente rare e lacunose, a differenza di quanto succede nell'immediato circondario (Calascibetta, Pergusa, Cozzo matrice, Cozzo Juculia, Capodarso ecc.) certamente va espunta ogni teoria di fondazione greca della città stessa in quanto sono presenti resti ceramici, sporadici e frammentari ma contestualizzati nel caso del castello di Lombardia e dell'area del Pisciotto, che documentano una frequentazione in loco almeno dalla tarda età del Bronzo.

Tra queste tracce molto importanti sono le favisse a fossa scampanata ritrovate nell'area del castello e della vicina Rupe di Cerere.

Va quindi abbandonata del tutto la notizia data dal tardo Stefano Bizantino che vorrebbe Enna fondata addirittura dai Siracusani nel 663 insieme alla Akrai dei monti Iblei (o. Palazzolo Acreide).Ulteriori problematiche vengono dalla questione toponomastica, infatti, nonostante gli svariati sforzi compiuti per comprendere il significato del termine Henna, che nel dialetto locale mantiene ancora la H iniziale come una sorta di spirito aspro, nessuno è mai riuscito a dare esaudienti spiegazioni. La teoria maggiormente plausibile è quella che il termine sia stato coniato in una lingua mediterranea prearia, parlata da quelle popolazioni che vennero poi identificate come sicani, e che stando a quanto sinora ci è dato di ricostruire, si stabilirono oltre il fiume Salso all'arrivo dei bellicosi siculi di lingua latino italica.

Il Santi Correnti, illustre studioso di storia siciliana, sostiene che il termine venga dalla lingua sicana con il significato di: "località eminente".

Nel 403 le fonti danno notizia della uccisione di Aimnestos, un tiranno che aveva conquistato il potere ad Henna grazie alla forza militare e politica del suo "collega" siracusano Dionisio I. Tel notizia ci dà non solo il dato cronicistico, ma anche la percezione del grande livello di ellenizzazione già attuato in quegli anni. Nel 396, Dionisio I, attraverso un'opera di proselitismo politico tra le genti della polis riuscì a riconquistarne il potere.

Questo asservimento alla tirannide siracusana costò alla città l'occupazione da parte dei mercenari campani che lasciarono il luogo solo dopo l'intervento del "pacificatore" corinzio Timoleonte nel 344.

Nel 307 entrò a fare parte della sfera di influenza di Agatocle di Siracusa.

Come molte altre città siceliote Henna durante la prima guerra punica si schierò dalla parte dei romani, anche e soprattutto per la lungimiranza di Ierone, diversamente nel secondo conflitto, decisivo per la sconfitta di Cartagine, il partito filopunico ebbe la meglio e la città decise, come quasi tutte le altre città siceliote, di parteggiare per i semiti. Il risultato non si fece attendere, le legioni del console Piranius assediarono la città e la presero con la forza sottoponendola ad un sacco feroce.

Alla fine della seconda guerra punica Henna perse quindi lo stato di Civitas liber atque immunis e viene declassata al rango di Civitas decumana, costretta a pagare una decima delle sue produzioni alla Repubblica Romana. Nel 139 a.C. Henna divenne il teatro di uno dei fatti d'arme e di politica più importanti della storia romana repubblicana, qui, infatti, uno schiavo di origine siriana, un certo Antioco forse di stirpe nobile, riuscì a mettere su una rivolta servile che tenne a bada i romani per oltre due anni e costituì nel centro dell'isola e sino a Taormina, un regno di stampo ellenistico basato sul potere di alcuni ex schiavi. Come tutte le future rivolte servili, venne infine sedata nel sangue con l'intervento del console Rupilio che dopo avere militarmente sconfitto i rivoltosi ne mandò a morte migliaia. Si disse allora che le croci si vedevano a perdita d'occhio tutto intorno Henna.

A seguito della guerra servile lo steso Rupilio diede mano ad una legge di governo della provincia di Sicilia, la Lex Rupilia, che sarebbe divenuta la pietra di paragone per la gestione delle altre provincie che Roma si apprestava a conquistare.

Se sull'altipiano l tracce antiche sono rimaste schiacciate dalle ulteriori costruzioni e si imitano pochi resti (mosaici in Via del Grottone, Colonna in marmo bianco oggi al castello di Lombardia, Colonnette della Chiesa di san Biagio, Lapide dedicatoria alla Sacerdotessa di Cerere di san Pietro, oggi al Museo regionale ecc.) le pendici della città parlano con maggiore chiarezza dei diversi periodi dell'antichità. Ivi, infatti si aprono centinaia di grotte scavate con scopo funerario in diverse epoche, in parte poi riutilizzate come abitazioni, ma certamente di grande importanza storica e di notevole fascino architettonico e paesaggistico. Inoltre in località Pisciotto è stata ritrovata una necropoli con sepolture in terra a fossa di epoca ellenistica.

Tra le cavità artificiali delle pendici ennesi, importantissima è quella della cosiddetta Spezeria di Contrada Janniscuru, qui una grotta artificiale è stata scavata lungo il la parete del precipizio che guarda la vallata interna all'altipiano e l'interno della grotta, non molto grande, è stato lavorato con la creazione di una serie di nicchie a sezione rettangolare che danno l'impressione di una scaffalatura da farmacia, da qui il termine di "Spezeria". Le ipotesi sulla funzione di questa grotta sono diverse, una prevede una utilizzazione a fini sacri legati alle divinità ktonie ed alla esposizione di figurine fittili votive, le pinakoi, come nelle immagini di Akrai, l'altra, oggi rafforzata dal recente ritrovamento delle similari grotte a colombario della contrada Casa del mastro di Calascibetta, propende per un uso posteriore e funerario come colombario per la conservazione delle ceneri di defunti cremati.

Nel periodo romano imperiale la città dovette veder diminuire la sua popolazione sino ad arrivare ad una sorta di villaggio posto nelle vicinanze della fortificazione militare, tant'è che da allora il nome viene mutato in quello di Castrum Hennae, il castello di Enna, dando un peso di gran lunga superiore all'apparato militare piuttosto che alla città.

A dimostrazione della grande importanza militare della postazione, basti dire che Strabone, un geografo microasiatico che descrisse il nascente impero romano, disse di Henna che la sua fortezza era il fulcro interno della difesa romana dell'isola di Sicilia.

Certamente per tutto il periodo classico, Henna rimase un luogo sacro di grandissima fama ed importanza, luogo sacro alle divinità Ktonie per eccellenza, sincreticamente individuate nelle greche Kore - Persephone e Demetra e poi trasformate nelle latine Proserpina e Cerere.

( nel dialetto ennese si continua ad invocare Kore, la fanciulla, non di rado, infatti, gli ennesi pronunziano la frase Kori kori, che non sta per "forza, coraggio", come potrebbe sembrare a tutta prima, ma come il richiamo sottomesso alla divinità tutelare dei luoghi)

La cima maggiore dell'altipiano doveva essere occupata da un vasto Themenos e dall'acropoli con i templi delle divinità tutelari.. Di queste importanti costruzioni, ancora a noi sconosciute e probabilmente in gran parte demolite successivamente, ci parlano diversi autori antichi tra i quali Cicerone che venne ad Henna quale avvocato di parte contro il Pretore Caio Licinio Verre.

Il cristianesimo arrivò tardivamente e si diffuse per opera di un monaco siriano, il Santo pancrazio, poi vescovo di Taormina, tra le classi più povere della città, i fullones dediti alla follatura del lino e della canapa nelle acque fognarie della città.

(Quella della follatura delle fibre tessili era una tradizione antica in Enna che rimase sino al secolo scorsoi quando venivano utilizzate le acque del vicino Lago di Pergusa. Oggi, nell'area del Pisciotto, rimane un vallone chiamato "Fuddaturi" proprio in ricordo dell'uso produttivo che qui si faceva delle acque ricche di ammoniaca.)

Nell'età bizantina la città sembra essere stata munita di una grande fortezza militare costruita sui resti della fortezza romana, della quale sarà stata la naturale continuazione, la collocazione di questa fortezza è dibattuta, infatti, in mancanza di evidenze archeologiche, che potrebbero venire dagli scavi al Castello di Lombardia, in corso, o da indagini nella motta della Torre di Federico (mai avviate), rimangono valide due tesi, la prima di una trasformazione dell'acropoli in Castrum, poi in Castellum bizantino ed infine nella fortezza medievale della quale oggi vediamo la ultima fase, l'altra che vede l'acropoli trasformarsi in cittadella fortificata distinta dal Castrum romano poi Castellum bizantino il quale doveva sorgere nella area ove poi venne eretta la Torre di Federico.

Questa seconda ipotesi viene corroborata anche da alcune fonti:

Intanto in dialetto ennese la Torre viene detta "Castiddu Vicchiu" il castello vecchio, in contrapposizione al Lombardia, che però nella sua fase attuale è certamente più vecchio della Torre stessa.

La porta vicina alla torre è quella di Papardura (v., s.v.) che in arabo può significare la porta dei cristiani, il che può far pensare che da qui dovessero uscire le sortite dei difensori bizantini contro le armate arabe di Ibn Fadl, Ancora da qui uscirono, secondo la ricostruzione di Michele Amari, i due nobili bizantini che vendicarono Bisanzio tradita con la uccisione del traditore Eufemio.

Infine, la ricostruzione dell'assedio arabo parla di due diverse conquiste, la prima quella del Castrum militare, la seconda quella della cittadella presa solo perché uno degli assedianti riuscì a notare che un terrazzano entrava ed usciva nottetempo dalle mura utilizzando un condotto fognario che divenne la strada per i conquistatori.

Di Enna bizantina non ci rimane nulla, mentre dell'Enna araba, divenuta Qasr Jani, in chiara corruzione di Castrum Hennae, rimangono le testimonianze scritte che ci parlano di una città rifiorita. Enna divenne così grande ed importante, anche attraverso la immissione di nuove genti di stirpe araba, persiana e berbera i cui nomi e i cui visi ancora vivono tra la gente ennese, che qui vennero insediati gli uffici del potere centrale, il Kaid e l'Iklim. In seguito alla successione della famiglia fatimida, Enna divenne persino capoluogo di una Taifa, un vasto stato, che comprendeva un territorio oggi esteso sulle provincie di Enna, Caltanissetta, Agrigento ed in parte su quella di Palermo.

In questa città sorgevano i palazzi degli aristocratici arabi, una moschea Gami e varie moschee minori, una fortezza araba, i bagni pubblici, una Cattedrale cristiana, varie chiese ed una sinagoga ebraica.

Intorno la città venero nuovamente suddivise le terre sino ad allora utilizzate dal latifondo bizantino. Nacque così ujna agricoltura intensiva che diede nuovo spunto all'economia isolana e che ancora oggi si legge nei nomi delle contrade della città di Enna e delle cittadine vicine (Risicallà, il bene di Dio, Scioltalbino, Il laghetto bianco ?, a Musedda, la Mosallah, luogo sacro ed elevato, il Mogavero, il guerriero, etc.)

I normanni entrarono in Enna dopo un lunghissimo assedio e con il tradimento, constatarono l'importanza della città dal punto di vista militare e vi insediarono una guarnigione provenzale, fedelissima al Gran Conte, dalla quale prese nome il castello dell'acropoli, da allora, appunto, Castello di Lombardia.

La città, divenuta nel frattempo Castrum Johannis, in ulteriore corruzione latina dell'arabo Qasr Jani, e, secondo alcuni per un aiuto divino dato da San Giovanni alle truppe del gran Conte, rimase perno delle difese militari del Regnum e venne piano piano cristianizzata senza arrecare troppo danno al substrato di origine semita.

La forma attuale però, inizia a venire fuori con l'avvento della dinastia sveva, o, perlomeno, con quel poco di dinastia sveva che ebbe la Sicilia. Sembra, infatti, federiciano l'impianto che oggi vediamo del castello di Lombardia, nella sua gran parte, così come, almeno per l'Agnello, è sveva anche la Torre ottagonale che porta il nome di Federico.

Dopo la parentesi angioina la città si impreziosisce di altri monumenti ancora esistenti, nasce il duomo, voluto da Eleonora d'Aragona, si rinnovano le antiche chiese del san Salvatore, già basiliana, di San Michele, oggi una chiesa a pianta centrica di gusto barocco, costruita sopra i resti della Moschea Gami. Sorgono le chiese del Carmine, o di Frate Elia Rachetta, con la torre angolare, di san Tommaso Apostolo, con il portico e la torre, di San Giovanni Battista, oggi trasformata nella casa comunale, dello Spirito Santo, sui terreni della famiglia Uberti. Nascono i palazzi nobiliari di Portosalvo, ne rimane un arco in facciata, di Pollicarini, di Varisano, oggi in veste cinquecentesca, di Chiaromonte, oggi chiesa di san Francesco di Assisi, della Madonna del popolo con il vicino convento poi abbandonato, di Via Di Bilio, anonimo, Grimaldi di Terresena, oggi distrutto, Pasquasia, oggi distrutto.

La città perde la sua forma policentrica, di tanti villaggi separati , e va sempre più assumendo la forma odierna, svolta lungo il fuso centrale della via Roma, una sorta di strada grande che va dall'acropoli alla porta di Papardura.

Un nuovo impulso si avrà tra il cinquecento ed il sei settecento, con la costruzione dei grandi impianti monastici e delle chiese della controriforma. Sorgeranno il complesso gesuitico di Santa Chiara, ancora esistente, quello benedettino di San Giuseppe, il cui palazzo monastico sorge sui resti giganteschi di una ignota costruzione gotica, quello dei francescani su palazzo Chiaromonte, quella gotica della prima chiesa di San Cataldo al Rabato, la Badia delle Canossiane con la torre campanaria distrutta nel 1959, la Chiesa di San Giorgio, la Chiesa di san Pietro, la Chiesa ed il Convento di Sant'Agostino il complesso monastico dei Domenicani, del quale rimane solo la chiesa.

Altri conventi verranno poi sacrificati alla città moderna, come il convento di Sant'Antonio alla Piazza con la annessa chiesa.

Sono di questo periodo anche i palazzi Potenza e Castagna, nella piazza grande ricavata verso il 1830 tra le case del Rabato.

Una delle ultime costruzioni del periodo barocco è la chiesa di San Cataldo nuova, voluta soprattutto per servire un nuovo quartiere nato tra il Rabato e il convento di Santa Maria del Popolo, la chiesa, prima in forme gotico durazziane e più piccola, verrà ingrandita con la costruzione di un terrapieno a terrazza che ingloberà i resti della chiesa, di un sepolcreto e di una muratura forte. La costruzione verrà affidata all'Architetto Andrea Amato, di origine messinese, che aveva già diretto la costruzione del grandissimo complesso monastico di san Nicolò ai benedettini di Catania e che costruirà la cappella della Madonna della Visitazione nel Duomo di Enna. La chiesa di San Cataldo risentirà così più che gli influssi barocchi il nascente neoclassicismo, con l'uso di forme vicine alle costruzioni romane antiche modulate secondo le esigenze del tempio cristiano.

Nel XIX secolo la città vedrà il boom della industria estrattiva, con uno sconvolgimento delle classi sociali. Alla gerarchia dei campi e dei feudi si affiancherà quella delle "pirrere" con tutto il suo portato di sciagure e di fortune improvvise, di rovine economiche e di sofferenze e lutti familiari.

Questa nuova economia vedrà la nascita di nuove cappelle, quelle dei minatori graziati dalle sciagure e di nuovi quartieri fatti di casupole e abituri utili alle povere famiglie in attesa del quindicinale rientro degli uomini e dei Carusi dalle miniere.

Enna moderna vedrà l'unificazione dell'Italia con questa veste tardo medievale e stanca, con un tessuto urbano ramai difficile e piagato dall'altissimo costo manutentivo. L'unità proseguirà l'opera di risanamento per sventramento già iniziata a cavallo del 1830 con la creazione della piazza di san Francesco, oggi Vittorio Emanuele. La via Roma, vero budello serpeggiante, verrà allargata in prossimità del nuovo centro oramai spostatosi verso il quartiere del Rabato.

Con il 1926/27 Castrogiovanni verrà eletta a capoluogo di Provincia e riprenderà l'antico nome di Enna. Per servire la nuova provincia verrà sventrato il quartiere di san Domenico, con l'antico convento, con le tante case più povere e con il rifacimento dell'antico palazzo Grimaldi di Geracello in forme neoromane. qui sorgerà la piazza cuore del potere provinciale, il palazzo del Governo, quello delle corporazioni, quello della banca d'Italia, quello dei funzionari (INCIS) nonché, di lato, la Questura.

Contemporaneamente cadranno ad una ad una anche le porte medievali, il Pisciotto, per far spazio ai vagoni di un circo, la Portosalvo, la porta Palermo, sacrificata al nuovo palazzo delle poste, Papardura, in data imprecisata, sant'Agata, per l'allargamento della strada di accesso. Rimarrà solitaria la porta di Janniscuru, lungo una strada così impervia da non poter essere trasformata in via moderna.

Nel cinquantennio 1926 1976 Enna vedrà la saturazione completa dell'altipiano con la perdita dell'identità policentrica e delle porzioni di verde della cuspide Sud (Montesalvo). Infine, in mancanza di spazi, la città si allarga a valle con la creazione veloce e disordinata del sobborgo do Enna Bassa, una città dormitorio che oggi conta quasi diecimila abitanti.

Meritano una visita oltre i monumenti di cui alle singole schede, la Chiesa di San Francesco, del sec. XIV, con un bel campanile del '400, al cui interno sono conservati due bei quadri, una "Natività" ed una "Assunzione di Maria", del pittore Francesco Ciotti da Resuttano (1706), la Chiesa di Santa Maria del Gesù a Montesalvo, per la sua posizione particolarmente panoramica, La chiesa medievale dello Spirito santo.

Edifici civili particolarmente significativi sono il quattrocentesco palazzo Pollicarini, con motivi architettonici gotico-catalani, il Teatro Garibaldi, l'ottocentesco palazzo Militello.

Splendido il panorama dall'eccezionale terrazza di piazza Crispi con la villetta del belvedere e la fontana con il gruppo scultoreo del Ratto di Proserpina.

Celebre è ad Enna la sacra rappresentazione del Venerdì Santo, che ha "una spettacolarità tutta propria e un po' sadica, perché spesso un vento gelido viene a sferzare i fedeli in processione, indifesi nei loro leggeri costumi?..e, l'apparizione - al tramonto- della grande urna con dentro il simulacro del Cristo Morto, ha qualcosa di grandioso e nello stesso tempo di terrificante." (Matteo Collura)

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Enna, Duomo

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Fondato nel 1307 per volere della Regina Eleonora di Aragona, proprio a dimostrazione della grande religiosità della stessa e della particolare predilezione che la coppia regale nutriva per la città di Enna, allora Castrum Johannis, le sue forme iniziali sono quelle della basilica a croce latina, con tre absidi poste al di là di un vasto transetto, con uso di pavimentazione a gradoni, e con pianta delle absidi poligonale. Quasi certamente attorno le tre absidi doveva sorgere un ambulacro forse con funzione cimiteriale, del quale rimangono un arco ribassato e dei piedritti posti all'esterno dei muri absidali.

La chiesa venne dotata di una vasta cripta posta sotto il transetto.

Nel 1446 un gravissimo incendio ridusse il tempio in rudere, si salvarono i muri perimetrali e le absidi con l'intero impianto di volte,

Dopo un lungo restauro, conclusosi nel 1492, e ricordato dalla bella porta santa posta sul lato sinistro del transetto, nel 1549 la chiesa subì un nuovo crollo, lungo la navata centrale cedette una delle grandi colonne gravi danni all'impianto basilicale anteriore.

Il successivo rifacimento, a cura del mastro Raffaele Rosso, un lapidorum incisores di grande levatura, si concluse nel 1551 ma nel 1549 venne ingaggiato il genero del Rosso, Mastro Antonino Catrini di Ficarra, per portare a termine il controllo della stabilità strutturale di tutte le colonne del tempio.

Venne rifatta la quinta colonna di destra a firma del Carini, e tra il 1560, ed il 1562 Giandomenico Gagini, figlio del grande Antonello, rifece le seconde colonne della basilica. Interessante notare la grande ricchezza decorativa delle due colonne e soprattutto di basi e capitelli. Successivamente l'opera di rivisitazione in chiave cinquecentesca della chiesa venne affidata all'Architetto messinese, capo mastro della città dello stretto, Jacopino Salemi in collaborazione con il mastro lombardo Bernardino Lima.

Vennero poi commissionati il grandioso tetto ligneo e i due cori posti lungo la navata centrale tra l'ultima colonna ed i pilastroni dell'arco trionfale. Autore del tetto fu il mastro collesanese Andrea Russo mentre i cori vennero disegnati e realizzati da Scipione di guido, napoletano. Finito il tetto venne aperta, modificando l'andamento planimetrico medievale, la cappella per il sacramento del battesimo. All'entrata della stessa venne posto un bellissimo cancello in ferro battuto, costruito nel 1544 per chiudere l'ostensorio processionale di argento e tradizionalmente detto "Cancello dell'Harem".

Ciò che rimaneva della chiesa gotico catalana, le absidi con il loro paramento interno sobrio ed elegante, venne poco a poco coperto da stucchi, coro ligneo, tele ed ogni ulteriore aggiunta che potesse soddisfare il crescere del kunstwollen barocco, pronto a trionfare nella Sicilia del XVII secolo. Nel 1609 hanno inizio i lavori per la nuova sagrestia, costruita sul lato destro della chiesa in corrispondenza della rupe che fungeva da muro urbico della città. Nel 1619, crolla l'antico campanile. Questo, rimasto nelle forme gotico catalane e danneggiato dall'incendio del 1446 era stato sino ad allora tenuto in piedi mediante continui restauri ed interventi. Della sua forma non molto ci è dato di sapere, ma dalla rara iconografia del tempo si può immaginare un campanile posto in posizione centrale con arcatura inferiore, simile a quello delle chiese madri medievali di Gangi e Nicosia.

Il crollo è ricordato con una incisione nell'architrave della finestra che oggi si apre all'interno del grande portico di facciata, proprio sopra la porta principale del Duomo, " SUSTINUIT VIRGO RUITURUM A CULMINE TECTUM 1619" Venne infatti considerato un miracolo che il vecchio campanile invece di crollare verso la chiesa si abbatté su di un fianco colpendo il sagrato ed alcune case antistanti ma lasciando solamente squarciata la facciata ed intatto il nuovissimo tetto ligneo.

La ricostruzione del campanile venne avviata nel 1625 su disegni del maestro Oriano Calì. L'impianto venne consegnato nel 1633 e doveva avere una forma a torre con un alta cuspide conica ricoperta, come era uso allora, da variopinte tegole speciali di maiolica. La notte del 31 dicembre del 1676 il nuovo campanile crolla rovinosamente, forse per un fulmine o forse per l'eccessivo peso dell'impianto sulle vecchie fondazioni della torre aragonese.

Il restauro non può partire che nel 1681 quando viene approntato il disegno del maestro Clemente Bruno, questo nuovo campanile, ricostruito dalle fondamenta, avrà la odierna foggia a grande portico antistante la facciata e torrione su base quadrangolare. Nei disegni del Bruno il campanile avrebbe dovuto concludersi con un tetto a cuspide o con una vela per le campane minori ma, chiari segnali dell'eccessivo peso e delle difficoltà delle fondazioni, fecero recedere l'intenzione, lasciando la struttura tronca così come oggi la vediamo. Va detto che il torrione, nonostante la strana troncatura, verrà preso ad esempio per la successiva ricostruzione barocca della cuspide su orientale della Sicilia, colpita dal sisma del 1693, qui, infatti, la chiesa madre di Palazzolo Acreide, San Paolo, verrà ricostruita con un bellissimo apparato a torrione anteriore che, se pur molto più agile, somiglia da vicino al torrione della Madrice ennese.

La tarda epoca barocca entrerà poi nella chiesa madre attraverso l'opera del maestro Andrea Amato, venuto ad Enna per costruire la grande chiesa di san Cataldo, nel quartiere del Rabato, e coinvolto dalle autorità ecclesiastiche nella creazione, al posto di una delle absidi minori, della cappella della madonna della Visitazione, Patrona di Enna.

Il maestro messinese affezionato all'uso sapiente delle pietre e dei marmi, propenderà per la costruzione di un apparato a marmi mischi policromi che ancora oggi fa bella mostra di sé nell'antico tempio.

Il maestro non vedrà però la fine del suo lavoro in quanto morirà poco prima della consegna dei lavori, ultimati dal di lui nipote Domenico Bevilacqua.

Oggi il Duomo appare quindi in una veste estremamente complessa, con parti relative all'apparato iniziale gotico catalano e parti, invece, di chiaro gusto barocco, in una profusione di opere pittoriche, di sculture, di oggetti d'arte minore veramente interessantissima.

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Enna, Torre e chiesa di Kamuth

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Con l'arrivo dei normanni, Enna si trovò ancora una volta a fronteggiare gli assedianti. Nella città si era asserragliato l'emiro Ibn Hamud, uomo di grande carisma per le sue genti e di notevole valore militare oltre che strenuo difensore dell'Islam in terra siciliana.

Gli armati di Ruggero I d'Altavilla si andarono a fortificare nel paese che fronteggia a Nord l'altipiano della città? di Enna, la antica Calascibetta, seguendo in questa scelta le orme degli stessi arabi.

Dopo svariati scontri di diverso destino, rimanendo la città ancora saldamente in mano agli arabi, Ruggero escogitò uno stratagemma per farla cadere, avendo saputo che la moglie ed i figli di Ibn Hamud si trovavano a Cherchint, l'odierna Agrigento, li fece rapire e fece avvertire l'emiro del suo gesto chiedendo in cambio della loro vita la capitolazione della città.

La notte seguente Ibn Hamud abbandonò la difesa della fortezza e aprendo le porte all'invasore si allontanò per sempre dai suoi regni attraverso la valle che ancora oggi si chiama di Jamuthi, o Kamuth, in ricordo del fatto.

Sul luogo del battesimo dell'emiro, sorgono ancora oggi i ruderi di una chiesetta in parte ricavata in un masso di calcare tagliato a scarpa, mentre di fronte a questa si innalza una elegante torretta munita di quattro pinnacoli angolari ed utile al controllo della antica strada di accesso ad Enna.

Ivi l'emiro abiurò l'Islam e prese il battesimo con il nome di Ruggero il Camuto.

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Enna, Museo Alessi

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Così chiamato perché il nucleo principale della collezione è costituito dai pezzi, diversissimi, raccolti dal canonico Giuseppe Alessi (1774 1837) durante la sua vita di studioso di arte e storia naturale, il Museo Alessi è ospitato in una moderna costruzione comunale posta alle spalle delle absidi della Madrice di Santa Maria della Visitazione , con le quali forma un cortile già esso stesso luogo di conservazione ed esposizione di pezzi architettonici (tra gli altri la colonna antica un tempo montata sulla facciata della chiesa, oggi diruta, di Sant'Antonio de la Plaza, sulla quale sono profondamente incise una canna e delle misure di superficie quali pietre di paragone per i mercanti del vicino mercato, la Plaza o chiazza, appunto).

Oggi il Museo raccoglie una importante collezione numismatica antica, con pezzi unici di diverse zecche siciliane ed italiane della grecità e del periodo romano, un monetiere bizantino, arabo e medievale. Vi è poi la raccolta archeologica, testimonianza di diverse epoche della città di Enna, la pinacoteca, una ricca raccolta di pregevoli pezzi di argenteria ed oreficeria nella maggior parte facenti capo al tesoro della Madonna. Uno dei pezzi più pregevoli è l'ostensorio processionale argenteo del XVI secolo opera dell'orafo palermitano Paolo Gilli. L'ostensorio in forme gotiche rappresentanti una cattedrale ricca di guglie, è alto un metro e novanta centimetri con una larghezza massima di mezzo metro. Bellissima è anche la corona della Madonna della Visitazione, in argento dorato e smalti policromi, di scuola barocca siciliana, essa fu realizzata tra il 1652 ed il 1653 da Leonardo Montalbano e Michele Castellani.

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Enna, Museo Archeologico Regionale

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Ospitato nei locali del palazzo Varisano, una dimora nobiliare con forme cinquecentesche caratterizzate da una splendida serliana a bifora sulla facciata e da un portale a partito centrale, il Museo Varisano, ospita le collezioni provenienti dal territorio sia del comune di Enna, e quindi dagli scavi di Rossomanno, Capodarso, Juculia, Cozzo Matrice ed Enna stessa, che del territorio di alcuni comuni limitrofi (nutrita è la schiera dei pezzi provenienti da Assoro). Il Museo, allestito con sale sia in ordine cronologico che topografico, dà una ricca descrizione di cosa il territorio interessato dalle indagini ha, sinora, riservato, consentendo una facile comprensione dei complessi fenomeni storici anche ad occhi profani in genere lontani dal museo concepito come mera esposizione antiquaria. Un plauso va quindi fatto alla Soprintendenza ennese che ha dato al luogo questa aura di modernità nella comunicazione. Le collezioni provengono da scavi effettuati dalla Soprintendenza, da acquisizioni da privati e trasferimenti dai Musei di Siracusa ed Agrigento.

L'ordinamento del Museo è curato secondo un criterio topografico dei comprensori, dei siti e dei contesti di provenienza. In ciascuna sala sono esposti i reperti (in totale 1556) e, attraverso supporti didattici, sono illustrati i luoghi di rinvenimento e la storia delle ricerche

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Enna, torre di federico

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Sulla altura oggi occupata dalla Torre di Federico, sorta di motta naturale che domina tutta la città di Est e che rimane imprendibile anche dalla città stessa, probabilmente doveva trovarsi il Castrum romano e poi bizantino.

A dare vita questa ipotesi sta non solo la evidente coincidenza del santuario Ktonio con la zona di Lombardia, ma anche una serie di fatti che così possono essere brevemente elencati:

1) La Torre di Federico in ennese viene detta "Castiddu Vicchiu", laddove la stessa torre è, anche se di poco, posteriore al Lombardia, il toponimo ricorda quindi una costruzione ad essa antecedente.

2) Durante l'assedio arabo i cristiani sono asserragliati in una fortezza posta nella zona sopra la contrada e la porta di Papardura, vista la minima attività costruttiva del periodo bizantino tale fortezza potrebbe essere proprio il Castrum romano, magari sottoposto a delle modifiche e a interventi di necessario consolidamento, così' come avvenne per tanti altri siti romani e tardo-romani della Sicilia all'appropinquarsi della invasione araba.

3) Il toponimo di Papardura, che non è certo legato all'ipotetico quanto assurdo nome di un certo Papa Ardura, né tantomeno, ad una venuta di un pontefice ad Enna, potrebbe sì stare ad indicare una zona umida, come sembra sia per lo stagno del Paparduni vicino Riesi, ma anche la "porta dei Cristiani", che in arabo suonerebbe come: Bab ad Rum.

4) Prima della conquista della cittadella cristiana, dalla città escono due guerrieri cristiani che riescono con uno stratagemma ad uccidere il traditore Eufemio, tale fatto, importantissimo per la storia della conquista araba, secondo l'Amari si svolge proprio nella vallata di Papardura.

Questa fortezza, che essa sia stata sulla motta del Castello vecchio o sull'acropoli del Lombardia, viene rasa al suolo dalle truppe di Ibn Fadl e scompare per non essere mai più menzionata.

Nel XIV secolo, compaiono invece le prime menzioni della Torre di Federico.

E' questa una grande costruzione a pianta regolare ottagona, con lati di circa sette metri, alta 25 metri, posta su di una spianata artificiale in cima ad uno dei rilievi dell'altipiano ennese, con una cinta muraria anch'essa ottagona ed aperta da due porte, un a piccola verso la città ed una grande e monumentale verso Ovest.

Questa costruzione, giunta a noi quasi del tutto integra, viene detta Torre di Federico ed è stata attribuita sia a Federico II Hohenstaufen, committente di altre costruzioni a pianta ottagona tra le quali spicca il Castel del monte di Andria, anch'esso posto su di una motta, sia a Federico III d'Aragona, sovrano affezionato ad Enna e tutto intento nel ricalcare le orme del suo predecessore svevo.

Ultimamente alcuni studiosi (Di Stefano, Bottari, Wagner-Rieger) ne hanno ipotizzato una committenza tardo sveva attribuendola a Manfredi. L'esame delle strutture, condotto magistralmente anche da Giuseppe Agnello, allontana comunque la ipotesi aragonese riproponendo quella sveva. La particolarità della torre, che poi si potrebbe assimilare ad una sorta di dongione rivisitato in chiave sveva, è che le strutture, difendibili, non hanno uno spiccato uso bellico, ma si pongono proprio come residenza reale. Sarà così che la costruzione verrà poi ricordata ad esempio da un Diploma di martino II del 1389 dove viene menzionata come "regia domus" distinta dal Castrum.

Nel 1457, aggravandosi le condizioni di degrado, la torre viene assegnata al cittadino ennese Pietro Matrona, che dovrà prevederne il restauro.

Da allora la Torre non compare quasi più nelle cronache e di certo alla fine del XIX secolo è un luogo per appuntamenti galanti, duelli e riunioni segrete.

La costruzione si compone di due diversi vani, sovrapposti, a pianta ottagona perfettamente concentrica al perimetro esterno. Questi due vani sono voltati ad ombrello con vele rette da costoloni su colonne e su mensole. I due piani sono collegati da una scala a chiocciola (ricostruita) aperta nel pieno delle mura e che giunge sino al terzo piano, terrazzato, che da alcuni studiosi è considerato ciò che resta di una terza stanza similare alle altre.

La torre è munita di ampia cisterna sotterranea, di vano latrina con un lungo cunicolo, all'occorrenza utilizzabile come via di fuga, che porta fuori della cinta muraria esterna.

Di questa cinta rimangono solo alcuni bocconi ma l'altezza dello stipite superstite del portone grande testimonia una muraglia di notevole altezza.

Probabilmente la torre fu munita di una veranda esterna della quale rimangono i segnali su di uno dei lati dell'ottagono, in corrispondenza con la tromba delle scale.

Bellissime, anche se molto rovinate, le finestre del piano superiore, con vano rettangolare inserito in arcatura cieca a sesto acuto ed arricchito da un rimbotto decorato che ha fatto supporre una loro datazione posteriore alla costruzione della torre e di gusto gotico catalano.

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Eremo del Signore del Lago

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Piccolo impianto conventuale posto sullo spartiacque meridionale del bacino del Lago di Pergusa. L'Eremo, intitolato al Cristo Crocifisso, constava di una piccola cappella e di capanne e celle ricavate dai frati eremiti all'interno delle antiche tombe che sono sparse in tutta la contrada.

Queste tombe, studiate sia dall'Orsi che dal Bernabò Brea, sembrano essere pertinenti ad una diffusa abitazione di genti dell'età del bronzo e della età del ferro attorno lo specchio d'acqua del Pergusa. I resti dell'eremo sono oggi inglobati nella zona di preriserva della R.N.S. del Lago di Pergusa.

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Eremo portella Monaci

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Il piccolo convento, i cui pochi ruderi sono visibili lungo la cresta del Monte Bruchito, fu per lungo tempo un riferimento per i pastori ed i contadini ennesi che intrattenevano con i monaci rapporti di mutua assistenza.

Abbandonato durante il periodo post unitario, di esso rimangono solo bocconi delle mura.

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Ferrara, Masseria

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Più che di una vera e propria masseria si tratta di alcuni fabbricati rurali posti nell'omonima contrada, lungo la valle del Morello, oggi pesantemente cementificata.

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Fico d'India, Masseria

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La masseria sorge alla confluenza tra il Torcicoda ed il Fiume Imera. Quasi al confine tra il territorio comunale di Enna e quello di Pietraperzia. Le strutture ricadono all'interno dell'area di preriserva della Riserva naturale Orientata del Monte Capodarso e della Valle dell'Imera Meridionale. La masseria consta di un corpo centrale quadrangolare, con corte fortificata, munito di torre merlata. Attorno a questo corpo più antico sorgono diverse altre fabbriche anche moderne tuttora utilizzate per la gestione rurale di una vasta proprietà fondamentalmente cerealicola.

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Figotto, Masseria

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Piccola struttura rurale posta sulla vallata del Morello.

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Floristella, Miniera di

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Una delle maggiori miniere dell'ennese, qui veniva estratto zolfo dalle profondità di un giacimento di rocce evaporitiche solfifere. La miniera fu una delle ultime a chiudere, più o meno nel 1986. Da allora l'intera area è stata sottoposta ad un'opera di saccheggio sistematico che ne ha in parte alterato le caratteristiche. Dopo anni di proposte e difficili iter amministrativo burocratici, nel 1993 la regione Siciliana, decretò la nascita del parco minerario archeologico delle miniere di Grottacalda e Floristella. Il arco, sino ad oggi, insiste però solo sull'area demaniale di Floristella, passata dal demanio dell'Ente Minerario Siciliano a quello della Azienda demaniale delle Foreste.

Oggi il parco, che ha approntato la carta vegetazionale dell'area, che ha iniziato una serie di studi geologici ed ha restaurato la palazzina dell'Ente Minerario, vive il secondo anno consecutivo di gestione commissariale e rischia seriamente il naufragio definitivo vanificando così l'operato di quanti, in primo luogo i suoi ideatori e le associazioni ambientaliste, i comuni e la Provincia Regionale di Enna, hanno lavorato per la salvaguardia della civiltà mineraria dello ennese.

All'interno dell'area sorge, tra le diverse strutture minerarie abbandonate, il grande Palazzo Pennisi di Floristella, un palazzo ottocentesco di grande interesse architettonico, voluto dai proprietari del feudo minerario e pensato quale fortezza inespugnabile dai minatori in caso di scioperi e rivolte. Oggi anche il palazzo versa in condizioni gravissime ed è stato oggetto di spoliazioni e crolli.

Con una nota critica mi si lasci dire che la gestione regionale del parco Floristella rappresenta tutto quanto non va fatto per rilanciare il turismo nell'area ennese.

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Floristella, Palazzo Pennisi di

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Il Palazzo Pennisi di Floristella, del quale si è detto avanti, è un palazzo del tardo ottocento. Esso sorge in cima ad un rilievo a terrazza artificiale sul fianco della valle di Floristella. Consta di due elevazioni e di un vasto piano sotterraneo. La sua pianta si svolge su di un modulo rettangolare allungato dal quale si distaccano, sul fronte principale, due ali aggettanti. Al centro, un partito centrale che incornicia il grande portone, è sormontato da un timpano triangolare, mentre le ali laterali sono coronate da terrazze aprentesi sui vani del piano nobile. Tutte le aperture sono dotate di feritoie. All'interno il palazzo conta diversi vani di servizio, gli uffici della direzione della miniera, i garages, allora "carrozzerie" la carbonaia, i granai, le cantine, una cappella a pianta ottagonale. Il piano superiore era raggiunto da uno scalone monumentale che si apriva sulla sala centrale di ingresso, a pianta ottagonale. utto il palazzo era servito anche da camminamenti separati e nascosti per la servitù.

Ancora di proprietà degli eredi Pennisi, il palazzo attende l'acquisto dal demanio del parco e il suo restauro utile alla trasformazione in Museo della Civiltà mineraria.

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Fontana di Lanzo, Cozzo

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E' l'altura dirimpettaia del Cozzo della Juculia, con il quale forma un unico sistema idrologico.

Di rilievo dolcissimo sul versante orientale che scende verso il piano di Scioltalbino, diviene precipite con una balza rocciosa di diversi metri, verso occidente.

In questa balza, più o meno a metà della roccia, si apre una cavità artificiale, voltata e ben costruita utile ad ospitare una sorgente naturale che dà il nome alla contrada stessa, la Fontana del Lanzo.

Interessante notare come sul cozzo Fontana di lanzo sia attestata anche una leggenda detta "delle rotate" legata al vicino Cozzo della Juculia e narrante di magiche tracce di carri dirette verso il vuoto del precipizio.

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Fortolese, Masseria

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Sulla valle del fiume Imera, oggi a pochi metri dal sedime della ferrovia nel suo tratto Villarosa Stazione di Imera, la masseria sorge nascosta in una vallata laterale dello stesso Imera. Le strutture sono organizzate attorno un cortile centrale con una logica condivisa dalla maggior parte delle masserie siciliane, ma la particolarità della Fortolese sta nel fatto che le fabbriche sono state rivisitate certamente a cavallo tra il XIX ed il XX secolo con un rifacimento in chiave romantica. Oggi, infatti, la masseria assume la foggia di un castello neogotico munito di torretta merlata.

La posizione, la vicinanza all'asse ferroviario ed allo vincolo autostradale di Caltanissetta, la particolarità architettonica, potrebbero divenire motivo di lancio della Fortolese in chiave turistica sia per fini naturalistici (vicinanza alla Riserva Naturale) sia in chiave archeologica (siti di Capodarso e Sabucina) come, ancora, in chiave di turismo itinerante bici + treno.

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Fresta, Vallone della

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Profonda incisione valliva aperta a Nord Ovest e quindi ai venti dominanti in inverno, la "Fresta" è la parte rimasta più selvaggia del monte Strazzavertole (m. 876 s.l.m.) l'antico Djebel Gadir degli arabi.

Recentemente demanializzata e parzialmente rimboschita, sebbene non di rado incendi dolosi ne abbiano minacciato il manto vegetazionale, la Fresta si presenta come una delle aree naturalisticamente più interessanti dei dintorni di Enna e potrebbe, con il vicino vallone di Serieri cateratta, suo naturale prolungamento, entrare a far parte di una riserva naturale di sicuro interesse scientifico e turistico-ricreazionale.

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Gallizzi, Masseria

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Quasi alle porte di Valguarnera, la masseria consta di un lungo edificio basso affiancato alla casa padronale. La presenza della struttura nell'area del Parco minerario di Floristella e Grottacalda, che comprende anche la miniera di Gallizzi, potrebbe motivarne una utilizzazione anche a fini agrituristici.

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Gallizzi, Miniera

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Piccola miniera dell'area di Floristella, sorgeva a pochi chilometri dal centro di Valguarnera al quale era legata per la mano d'opera.

Oggi i resti sono inseriti nell'area del parco minerario di Grottacalda e Floristella.

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Gallizzi, solfatare

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Nell'area della miniera di Gallizzi, oggi tutelata dal parco Archeologico Minerario di Grottacalda e Floristella, sono presenti anche alcune emissioni gassoso liquide con sali sulfurei. Esse, non ancora sottoposte ad uno studio accurato, cosa che era nei programmi dell'Ente Parco prima del suo commissariamento del 1998, potrebbero essere annoverate tra le Macalube, dall'arabo "Al Maclub", il rivolgimento, con emissioni di idrocarburi freddi, o tra le solfatare, di carattere termale e con presenza esclusivamente di composti dello zolfo.

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Giampino, Mulino

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Antico mulino ad acqua, oggi semidiruto.

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Gelsi, case coloniche

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In contrada Gelsi lungo la strada Statale 192 (militare) Enna Catania, all'altezza del Km. 10, furono costruite 15 casette rurali utili al frazionamento della proprietà fondiaria del latifondo. Tali casette, tutte uguali nella organizzazione base, sono state in parte abbandonate ed in parte trasformante in case di villeggiatura, ma nel complesso mantengono ancora l'aria del villaggetto di bonifica.

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Granci, Villaggio di

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Posto lungo la strada statale 117 bis, che certamente ricalca l'andamento della antica Regia trazzera, il villaggio chiaramente rurale è formato da poche case coloniche sorte alla rinfusa e non caratterizzate da alcuna organizzazione spaziale.

Probabilmente il villaggio è ciò che rimane di un antico casale rurale, forse di origine araba.

Interessante potrebbe essere una trasformazione in direzione agrituristica di alcune delle strutture contadine qui presenti e della vicina casa cantoniera statale (K21) che potrebbe divenire il perno della recettività locale.

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Juculia, Cozzo della.

A

Rilievo ereo posto a Su Ovest delle colline di Pergusa, nel Comune di Enna.

Il Rilievo, del tutto spoglio ed occupato da vegetazione steppica dominata da Ampelodesmo, presenta una cima con emergenze calcarenitiche che conferiscono un aspetto aspro alla linea di sommità.

Tempo addietro l'area fu oggetto di un minimo tentativo di forestazione che portò al terrazzamento della pendice settentrionale del monte.

L'area è leggendariamente individuata dalle tradizioni ennesi come luogo degli spiriti e delle trovature.

Il toponimo può, del resto, legarsi ad una lettura coerente con tali tradizioni e leggende, infatti, nonostante diverse letture etimologiche arabe, pare più plausibile la lettura di "Juculia", come plurale neutro latino volgare e tardo, attestato anche nell'area oristanese ove sta per gioielli e ricchezze muliebri.

Ad una veloce indagine superficiale, condotta dallo scrivente e da altri appassionati nel 1980 1982, l'area di sommità risultò essere occupata da resti pre e protostorici con minimi segni di ellenizzazione. (V. vetrina e pezzi conservati presso il Museo Archeologico regionale Ennese di Palazzo Varisano) inoltre la vallata di Sud è interessata da diverse tombe scavate della tenera marna gessosa e presentanti forme a camera ed a forno, tutte regolarmente depredate ab antiquo.

Interessante la presenza di una Grotta di origine carsico tettonica, nota agli ennesi per le difficoltà frapposte alla sua esplorazione da mitici spiriti tutelari, anche questi retaggi delle antiche conoscenze cultuali relative alla area.

Si può supporre sulla cima del Cozzo, la presenza di un piccolo abitato indigeno via via ellenizzatosi e distrutto o abbandonato intorno al IV secolo a.C. . In seguito l'area potrà essere stata occupata semplicemente da un piccolo sacello magari dedicato alle divinità Ktonie, che spiegherebbe la permanenza delle tradizioni di trovatura e di maledizione all'ingresso della grotta.

Del sito, che andrebbe indagato con una ampia campagna di scavi, risalta la estrema panoramicità verso la vallata del Torcicoda San Giovannello e verso l'area ennese, anche in ragione della sua altezza rispetto al fondovalle medio (782 m. s.l.m.).

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Juculia Restivo, Masseria

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Ai piedi della altura omonima (v. Scheda)sorge la masseria Juculia Restivo, che fu già dei Roxas. oggi, in parte smembrata per vendita da parte dei proprietari originari.

La costruzione consta di un grande corpo padronale con doppia elevazione e con corte a bastioncino, casa dei famigli, magazzini ed un grande stallone probabilmente ottocentesco con impianto murario in pietra locale e copertura a doppio spiovente.

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lagastrello, Mass Grimaldi di

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Piccolo edificio rurale utile per la gestione del feudo che la famiglia Grimaldi di Terresena aveva in zona. Oggi il corpo delle fabbriche, caratterizzato da una corte centrale acciottolata e da edifici circostanti con una o due elevazioni. Mantiene ancora, nonostante l'area sia divenuta un quartiere residenziale della vicina città di Enna, le caratteristiche del luogo di lavoro rurale a preminenza cerealicola.

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Lagastrello, Voragine del

e

Nella lunga vallata del Lagastrello, oggi denominata del Bruchito o della Salinella, con l'uso di toponimi pertinenti a contrade viciniori, sino agli anni trenta si stendeva un lago, di probabile origine tettonica, lungo e stretto. Esso aveva, a dire dell'ennese Giuseppe Gigante Mantegna, un perimetro di .circa tre chilometri. Questo lago venne prosciugato, quale zona insalubre, durante la tornata delle bonifiche del ventennio fascista. La bonifica venne effettuata con la tecnica del canale drenante, costruito lungo l'asse maggiore del lago e portato sino al superamento sotterraneo della soglia minore delle acque con lo sversamento verso il torrente che finisce per tributare all'Imera.

La concavità del lago continua ancora oggi ad essere riempita con terreni derivanti da scavi realizzati altrove e dimostra dopo ogni temporale il suo passato di lago con l'impaludamento temporaneo di vaste aree dei campi.

Più a valle, agli inizi degli anni ottanta, si è aperta una piccola voragine, la cui origine potrebbe essere legata al crollo di una delle gallerie abbandonate della vicina miniera di Pasquasia o di quella più antica di Salinella. Potrebbe anche essere nata come un semplice sprofondamento tettonico dovuto all'allargamento di una cavità carsica dei gessi di cui si compone la roccia emergente nella contrada. La voragine si presenta perennemente invasa dalle acque di falda, qui copiosissime, e, nonostante le emunzioni e le lunghe siccità, mantiene sempre un bel livello. Oggi i bordi della voragine si vanno allargando attraverso ripetuti crolli verso l'interno e hanno già guadagnato l'aspetto delle rive di un lago con un canneto a Phragmites posto anularmente alle acque e la crescita di qualche esemplare di tamerice. Nelle acque vivono diverse specie ittiche, qui introdotte dai pescatori sportivi, e qualche specie anfibia che ha spontaneamente colonizzato la nuova zona umida.

La nascita di laghi per sprofondamento tettonico non è nuova all'area. Così sembra nacque il Pergusa, così dovette vedere la luce l'antico Lagastrello, a giudicare da una leggenda riportata dal Pitrè, e così è nato, durante il XIX secolo il lago sfondato di Marianopoli.

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Lombardi, Villaggio dei

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Piccolo Villaggio rurale posto lungo l'omonimo fiume, tributario del Dittaino. Poche case, quasi tutte restaurate senza curare l'antico aspetto di curtis che si indovina esclusivamente dall'impianto planimetrico. Molte delle abitazioni conservano ancora l vecchie cisterne scampanate e coperte da volta a falsa cupola. qui venne combattuta una battaglia tra normanni e difensori arai di Qasr Jani (Enna)

   

Madonna, Masseria

e

Grosso complesso rurale con diverse edificazioni sparse posto nella contrada gelsi Sottani. L'area è prevalentemente utilizzata per la produzione di grano, cereali e legumi rotazionali ed olio d'oliva, rappresenta una delle porzioni più interessanti del paesaggio agrario ennese soprattutto in virtù di una frammentazione notevole che rimane legata all'agricoltura intensiva e non ad un uso residenziale del territorio.

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Malpasso, Masseria

e

Masseria posta lungo la valle del Morello, lì dove il fiume tende verso sud e verso le gole (v. s.v.). La masseria, posta a pochissimi metri dalla strada ferrata, consta di alcune case organizzate attorno una corte quadrangolare aperta.

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Mandrascati, Masseria di

e

Posta nel territorio comunale di Enna, ma in realtà appartenente alla area agricola della vicinissima Valguarnera, la fattoria è una bellissima masseria con annessa casa di villeggiatura nobiliare. Di foggia seicentesca, con una vasta corte selciata, un palazzetto nobiliare e diverse strutture di servizio sia aperte sulla corte che esterne alla stessa (in parte ancora da restaurare) oggi è stata trasformata in abitazione con servizio di ricezione agrituristica. Rappresenta una delle dimore agricole di maggiore prestigio nella area del GAL

Un ulteriore sviluppo alla già grande appetibilità commerciale della struttura potrebbe venire dal rilancio dell'intera area mineraria di Floristella, Gallizzi e Grottacalda, posta ad un tiro di schioppo del palazzo di Madrascate .

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Marletta,, Mulino

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Il Mulino Marletta, ad acqua, era costruito lungo l'asta del torrente della Furma, a circa cinquecento metri di altezza sul livello del mare. Oggi ne rimangono i ruderi.

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Matrice, Cozzo

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In vista del Lago di Pergusa, su di una altura che guarda anche alla vasta vallata del Dittaino, il centro indigeno anonimo, forse il Pergo il cui toponimo fu poi mutuato dal lago, era la sede del santuario dedicato alla venerazione delle divinità ktonie sicule, poi assimilate alle greche Kore Persephone, Demetra ed Ades.

Oltre alla grotta, tradizionalmente l'ingesso dell'Ade, rimangono un lungo muro ad aggere che protegge il fianco Sud Ovest dell'abitato vero e proprio, una necropoli con diverse tombe a forno ed un vasto edificio cultuale tombale, una sorta di Anaktoron, posto in una valle sottostante il santuario, e dei forni per la lavorazione del rame.

Tutta l'area è interessata da resti di grotticelle scavate inizialmente per scopi funerari e poi ingranditi a guisa di ripari e vere e proprie abitazioni.

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Morello, lago

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Invaso artificiale creato con uno sbarramento in terra lungo il medio corso del Morello, affluente dell'Imera meridionale, il lago venne realizzato durante i primi anni settanta, per fini industriali, la flottazione del minerale della vicina Pasquasia.

Oggi tale utilizzazione è sospesa a causa della chiusura della miniera. Le acque del lago, parzialmente inquinate da una condotta reflua che scarica da Villarosa direttamente nell'invaso, non sono state sinora balneabili.

Il lago si è però mano a mano naturalizzato al punto tale che più volte è stato teatro di diverse, importanti segnalazioni di specie volatili di particolare rarità e vulnerabilità. Oggi, anche in vista della imminente costruzione di un by pass che dovrebbe scaricare a valle della diga le acque reflue del paese, sci si avvia ad una utilizzazione in chiave turistico sportiva dell'invaso. In tal senso la Amministrazione provinciale ennese sta per bandire una gara per un concorso di idee atto alla definizione di un progetto organico di valorizzazione e tutela dell'intero ambito territoriale.

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Mulini, Vallone dei

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Nasce dall'altura di Calascibetta e percorre la vallata di Calcarelle prima di entrare nel territorio comunale di Enna. Vi fa ingresso nel vallone della Foresta, in contrada San Nicola a quota 513 m. s.l.m. Già da questo punto le acque, che erano rese maggiormente costanti dall'apporto dato dalle acque reflue bianche di Calascibetta, servivano il primo dei mulini, detto di San Nicola, i cui sparutissimi ruderi si indovinano tra la vegetazione. Il vallone scendeva poi sino alla contrada Mancadarso ove serviva il mulino di san Francesco (v. s.v.) e poi, divenuto Scaldaferro, il Mulino della Donna Nuova (v. s.v.) .Ancora oggi la valle del torrente, peraltro in parte interessata da Demanio Forestale, potrebbe prestarsi facilmente a divenire un vero e proprio sentiero naturalistico ed etnografico di grande valore e di facile utilizzazione in ragione della sua agevolissima raggiungibilità dalla ferrovia (Stazione di Villarosa), dalla città di Enna, Da Calascibetta e dall'Autostrada PA CT. Altri piccoli impianti molitori facevano capo alla Masseria di Ferarelle.

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Papardura, Santuario di

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Posto sulla pendice di ovest della città, il santuario venne fondato a seguito del ritrovamento ritenuto miracoloso di una effigie del Cristo Crocifisso, detta appunto "U Signuri di Papardura".

Tale ritrovamento avvenne in piena età della controriforma quasi, così come in altri luoghi, a volere riavvicinare i fedeli ai dettami della Chiesa delle origini.

Il santuario vero e proprio consta di una chiesa a unica navata la cui abside si appoggia alla parete rocciosa luogo del ritrovamento, la chiesa, per poter giungere all'altezza notevole della piccola grotta che conteneva l'immagine, dovette essere costruita su di un vero e proprio ponte con arcata a tutto sesto che rappresenta una imponente opera di ingegneria.

All'interno le decorazioni sono di gusto barocco locale con profusione di plastica su stucco e con due cori lignei laterali alla navatina. L'effetto, per quanto le opere conservate non siano eccelse dal punto di vista artistico, è certamente di impatto, la chiesa risulta raccolta e mistica.

Intorno alla chiesa si apre una piccola corte in parte balconata sulla valle, in parte circondata da un portico che offriva riparo ad una piccola comunità monastica.

I segni dell'antica utilizzazione ad eremitaggio sono invece rimasti nel roccione che sorge dinanzi la piccola chiesa, qui, infatti, sono visibili diverse grotticelle artificiali che davano asilo a monaci di stampo orientale, asceti che vissero al di fuori delle mura della città altomedievale.

Su questo roccione, a conclusione di una lunga Via crucis, oggi troneggia una crocifissione in mosaico policromo di bella fattura.

Oltre la chiesa, Papardura è interessata da delle canalizzazioni urbane intagliate direttamente nella pietra viva, da diverse grotte adibite sia a tombe che a misere abitazioni, ma anche da un bellissimo apparato idraulico, il maggiore della città, con una lunga vasca abbeveratoio sormontata da uno scudo con l'emblema turrito della città. L'acqua, una volta riempito l'abbeveratoio, viene incanalata verso un recinto rettangolare interamente occupato da vasche quadrate utili al lavaggio dei panni ed ancora, nonostante l'abbandono, dotate di lastroni basaltici per la battitura del bucato.

Il complesso è infine chiuso dalla chiesetta della Madonna dell'Aiuto o del soccorso, posta lungo la vecchia regia Trazzera che, con diversi tornanti, consentiva di raggiungere la vallata sottostante.

Il Toponimo Papardura, lungi dall'essere legato ad un fantomatico Papa Ardura, mai esistito, né, tantomeno, etimologicamente discendente dal persiano, come si vuole in diverse pubblicazioni sulla storia di Enna, a me pare molto più semplicemente assimilabile all'arabo Bab ad Rum, "la porta dei Cristiani, qui infatti, i mussulmani di Ibn Fadl, all'attacco di Enna, trovarono una delle porte della città, esistita sino al XIX secolo, videro uscire da essa i due nobili cristiani che uccisero il traditore Eufemio, colui che aveva chiamato gli arabi in Sicilia, e, se ciò non bastasse, trovarono sistemati attorno la ripida strada, i tanti eremiti che asceticamente tentavano la via per il paradiso.

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Paradiso, Grotte del

n

Le grotte, in verità una piccola cavità, si aprono lungo il fianco su del Vallone Cateratta, proprio dove lo stesso esce dalle lungo le gole scavate nella calcarenite e si adagia in una vallata più larga, in parte occupata dagli sfasciumi rocciosi portati dalle acque nelle piene, che va verso il fiume Imera, naturale raccoglitore delle acque del san Giovannello - Torcicoda - Cateratta.

La cavità presenta un andamento verticale di circa tre quattro metri lungo una frattura generatrice che separa una cortina rocciosa dal costone di calcarenite. In questa frattura, lunga circa dieci metri e non più larga di un metro e mezzo, percolano acque dall'altissimo contenuto calcareo che hanno creato formazioni e speleotemi di indubbi interesse. Purtroppo nel tempo la grotta è stata oggetto di crolli ma anche di gravi manomissioni con l'asportazione o la distruzione dei più fragili tra gli speleotemi presenti.

L'area del cateratta, che ad un più attento studio potrebbe presentare ulteriori vani ipogeici di interesse, dovrebbe divenire un parco provinciale, e, comunque, se ne dovrebbe curare la creazione in riserva naturale almeno per il tratto che va dalla contrada Grotta stretta a Monte Con il Vallone Fresta) sino alla contrada Cateratte a valle.

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Paradiso, Mulino

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Lungo al valle del san Giovannello, all'altezza delle gole di cateratta, è uno di mulini che interessavano tutta la strettoia, ne rimangono i resti con la torre di lancio, parte del canale, le case e il vano di molitura oltre che diversi settori della pietra macina in calcare fossilifero.

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Pasquasia, Abbeveratoio

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Posto dinanzi la grande, omonima masseria, e servito da un acquedotto su lungo muraglione in pietra, l'abbeveratoio ha una vasca ottagonale con vera in pietrame locale ben lavorato in conci isodomi e corso di coronamento toroidale. La sua particolarità formale, ed il posizionamento su di un piccolo rilievo, ne fanno un punto forte nel paesaggio delle coline cerealicole della bassa contrada di >Pasquasia. Ancora oggi, d'estate, è meta di folte mandrie di Bovini ed ovini.

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Pasquasia e Gole Morello

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A valle della diga omonima, il fiume Morello entra in un vasta vallata nella quale raccoglie le acque dei tributari che scendono da Calascibetta e da Enna, lo Scaldaferro, il mulini, il Rizzuto. Di nuovo ingrossato, il fiume piega a sud verso la dorsale formata dai monti di Capodarso e Pasquasia, superata la quale potrà finalmente gettarsi nelle acque dell'Imera o Salso meridionale.

L'aspra dorsale verrà quindi superata attraverso una profonda e tortuosa gola scavata nelle rocce della successione evaporitica, dal calcare di base, eroso dalle acque nella parte più profonda, alle marne gessose che fanno da schermo al panorama visto dall'ingresso meridionale delle gole.

Tutta l'area è interessata da resti antichi e dalla strada ferdinandea, le cui strutture ingegneristiche di gran valore stanno poco a poco scomparendo dopo il definitivo abbandono avvenuto negli anni settanta.

L'intera zona, sottoposta oggi a vincolo idrogeologico, potrebbe essere valorizzata attraverso la istituzione di una nuova riserva naturale o l'allargamento della già istituita riserva naturale Orientata del Monte Capodarso e della Valle dell'Imera meridionale.

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Pasquasia, Laghetto

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Piccolo specchio d'acqua formato con la costruzione di uno sbarramento in terra. In inverno rappresenta una frequentata area di sosta per la ornitofauna in migrazione.

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Pasquasia, Masseria

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La grande masseria, quasi un villaggio rurale, è posta ai piedi dell'omonimo monte, (610 m. s.l.m.)che faceva parte del feudo appannaggio dei Militello di Pasquasia. Oggi la struttura, particolarmente interessante, è suddivisa tra diversi eredi ed in parte è gravata da ipoteche e fallimenti. Potrebbe essere rilevata nella sua parte non restaurata per la creazione di una struttura di turismo di élite, una casa per Bed and Breakfast, anche in ragione della sua estrema vicinanza alla SS ed allo svincolo autostradale.

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Pendio della Croce, Masseria

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Facente parte del demanio regionale dell'Azienda Foreste, la piccola masseria è posta a 530 m. s.l.m. in panoramica posizione sulla vallata del Calderari. Consta di diversi corpi di fabbrica, in condizioni statiche non eccezionali, organizzati intorno una corte selciata.

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Pergusa, Villaggio

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L'odierna frazione ennese di Pergusa, posta sulle rive dell'omonimo lago, nacque durante gli anni trenta, in concomitanza con una forte azione di bonifica delle parti paludose del bacino lacustre, zone in cui era endemica la presenza di anofele portatrici di malaria, e la costruzione del quartiere governativo nella città alta. Infatti, una volta bonificato il Pergusa, il regime fascista colonizzò le sponde con il trasferimento in casette rurali delle famiglie ennesi sottratte all'abitazione in grotte o costrette allo sfratto per l'apertura della odierna piazza Garibaldi, e la costruzione dei palazzi, del Governo, INCIS e delle Corporazioni, a scapito di un quartiere popolare che sorgeva nell'area e dell'antico convento ospedale di San Domenico, del quale rimane solo la bella chiesa.

Il Villaggio venne organizzato con una direttrice lungo la strada nazionale ed un centro organizzato attorno una piazza a balcone con un piccolo edificio governativo civile, oggi Caserma dei carabinieri, di interessantissime forme funzionaliste e richiami futuristici, una scuola, una chiesa parrocchiale dedicata al Crocifisso

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Pergusa, Pineta di

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Detto da qualche tempo "Selva Pergusina", il bosco che cinge la parte più a Sud del bacino del lago vede prosperare una flora qui introdotta negli anni della bonifica al posto di una vasta radura a pascolo che era di proprietà della famiglia Militello.

L'introduzione delle specie, per la maggior parte autoctone, venne comunque dettata dalla necessità di dare "italicità" al paesaggio del lago bonificato e la distribuzione delle specie sul territorio venne dettata più che da principi scientifici dalla necessità di formare con i diversi toni del verde la parola "DUX" campeggiante sulla vasta porzione di bosco.

Il fatto più interessante nella pineta, per la maggior parte formata da un manto purtroppo coetaneo di varie specie di conifere, è che, dopo una cinquantina di anni di copertura continua del terreno vegetale che qui è limitato ad uno strato di qualche centimetro, stanno spontaneamente facendosi largo piccoli esemplari di Roverella, la Quercus Pubescentis (o Virgiliana, secondo alcuni), tipica dell'orizzonte climatico delle colline eree che circondano il lago, con la dimostrazione delle grandi capacità di recupero che la natura tiene in se anche laddove l'uomo non le sospetti neanche lontanamente.

La selva pergusina è dotata di un comodo e ben fornito impianto turistico aperto gratuitamente al pubblico. In esso si trovano diverse aree di pic nic, un laghetto, una cappella, la casa del guardiano, uno zoo con cinghiali, istrici, caprette tibetane, lama e volatili, una vecchia locomotiva, campi di bocce, sentieri ed aree giochi.

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Pergusa, lago di

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Denominazione: Riserva Naturale "Lago di Pergusa";

Provincia: Enna

Comune: Enna;

Riferimento Cartografico: I.G.M.I. scala 1:25.000 F. 268 I S.O.;

Categoria di classificazione: Riserva Naturale Speciale istituita con la L.R. n° 71/95; che istituisce su Pergusa un'area naturale protetta affidandone la gestione alla Provincia Regionale di Enna.

Estensione Totale: Ha 402,5;

Estensione zona A: Ha 151,25;

Estensione preriserva: Ha 251,25;

Regime di protezione della preriserva: Come da art. 7 L.R. 98/81 e successive modificazioni;

Motivazioni: Ambiente lacustre di origine tettonica, che per la sua estensione ospita una ricchissima varietà di avifauna e che rappresenta l'unica zona umida di sosta, nel cuore della Sicilia, per gli uccelli migratori. Questi sono inoltre attratti dalla fitta vegetazione ripariale che circonda lo specchio d'acqua.

Statuto di protezione Comunitaria : S.I.C. ITA060002.

Codice NATURA 2000 : IT05 (1310, 6240, 1410, 3160).

Zona di Protezione Speciale ZPS per la difesa dell?avifauna;

Zona protetta dalla Convenzione internazionale di Ramsar;

Il bacino del lago di Pergusa è ubicato a circa 5 km. a SSE dall'abitato di Enna nella Sicilia Centrale. Esso risulta compreso tra i 37° 29' 56'' ed i 37° 32' 10'' di latitudine Nord per complessivi 4,37 Km. e tra 1° 50? 06?? e 1°51? 50?? di Longitudine Est, mediamente per 2,5 km.

Il bacino, che è endoreico, ha una superficie complessiva di 7,5 mq. ed un perimetro di 12,8 Km. con una quota massima posta a 921 m. s.l.m. ed una minima posta a circa 667 m. s.l.m. in corrispondenza con il livello delle acque invasate all'interno del piccolo lago

Di origine tettonica, il lago che occupa il fondo di una sinclinale geologica, può considerarsi un unicum nel suo genere. Privo di emissari ed immissari riceve l?acqua esclusivamente dal contributo atmosferico sia superficiale che attraverso la falda. La pendenza naturale del fondo è variabile da circa l?1% presso le rive al 3% al centro del lago.

Il lago ha forma subellittica con contorno uniforme, con un perimetro odierno di Km. 4,7. Le sue acque sono salmastre pur non avendo collegamenti con il mare. Questa peculiarità rende il biotopo di estrema rilevanza naturalistica tanto da essere indicato già nella "carta dei biotopi d?Italia" redatta nel 1971 a cura del CNR. Il bacino conserva tuttora molte della caratteristiche paesaggistiche e naturali di un ambiente ricco sia in biodiversità come nei suoi elementi mitologici e culturali.

Il Lago, conosciuto sin dall?antichità classica per essere stato legato al mito di Kore Persephone ed al rapimento della giovane dea dal re degli inferi Ades, citato da svariati autori greci, latini e successivamente da letterati e naturalisti di ogni epoca, oggi ha una estensione ridotta rispetto al suo aspetto originario ed ha subito nel corso del tempo periodiche variazioni di livello con crisi anche disastrose.

Attorno allo specchio lacustre è presente una fascia urbanizzata con servizi, residenze stabili e residenze stagionali il cui centro è il villaggio omonimo creato a seguito delle azioni di bonifica eseguite durante gli anni ?30 del XX secolo.

Importanza del sito per la conservazione della natura, degli habitat e delle singole specie selvatiche

Il Lago di Pergusa, unico lago naturale vero e proprio presente nella Sicilia Centrale, per la sua posizione geografica, rappresenta un?area nevralgica nella corrente migratoria di molte specie ornitiche, in quanto è situato lungo una delle principali rotte migratorie della regione paleartica occidentale. Il lago rappresenta l?habitat ideale per gli uccelli che compiono lunghe ore di volo ininterrotto sul mare da e verso l?Africa. Durante la migrazione esso rappresenta l?ideale luogo di sosta per migliaia di uccelli acquatici, soprattutto Anseriformi, con grossi contingenti svernanti.

Volendo quantificare gli individui per alcune delle specie ornitiche frequenti sul lago, si potrà dire che l?Anas crecca (Alzavola) ha medie di 1.000/750 individui per anno, l?Anas penelope (Fischione) di 250/1250, l?Anas clypeata (Mestolone) di 100/200, l?Aythya ferina (Moriglione) di 1.500/4.000, la Fulica atra (Folaga) di 5.000 con grande stanzialità. Da due anni a questa parte sul canneto è avvistabile una coppia di Circus aeruginosus (falco di palude)

Il bacino del Lago di Pergusa è già attualmente luogo di accertata nidificazione della Alectoris graeca whitakeri (Coturnice sicula) che nelle colline dello stesso bacino, in gran parte sottoposte al vincolo di pre-riserva, vede espandere gli elementi caratteristici del suo habitat, come le macchie dominate dallo Spartium junceum (ginestra). Inoltre lo specchio lacustre, sede di stanzialità, svernamento e nidificazione di svariate specie di volatili acquatici oltre che luogo di interessanti endemismi della microflora e della microfauna, è luogo di rari ma ripetuti avvistamenti della Aythya nyroca. (Moretta tabaccata). La presenza delle acque in un territorio di frequente sottoposto a lunghi periodi di siccità e quindi arido, diviene richiamo per diverse specie animali, soprattutto per la ornitofauna migratoria, che nelle acque trova luogo di passaggio, svernamento e nidificazione. Tra le tante specie accertatamente presenti al Pergusa potremo citare anche il rarissimo Rallus aquaticus (Porciglione), e ultimamente il Numenius tenuirostris (Chiurlotello).

Sono inoltre presenti le seguenti specie protette: i chirotteri Rhinopholus blasii, Rhinolophus euryale, Rhinolophus ferrumequinum, Rhinolophus hipposideros, Rhinolophus mehelyi, Barbastella barbastellus, Myotis emarginatus, Myotis myotis, i rettili testudinati Testudo Hermanni ed Emys orbicularis, gli ofidi Elaphe quatorlineata, Elaphe situla, Natrix natrix o gli insetti Callimorpha quadripunctata, Cerambix cerdo.

Certamente la nota maggiore viene dall?avifauna che conta diverse specie protette a vario titolo dalla legislazione regionale, nazionale e comunitaria quali:

Alectoris graeca whitakeri, Aythya nyroca, Falco biarmicus, Acrocephalus arundinaceus, Limosa limosa, Tringa totanus, Otus scops, Tyto alba, Phoenicopterus ruber, Ardea cinerea, Egretta garzetta, Himantopus himantopus, Aythya ferina, Fulica atra, Anas crecca, Vanellus vanellus.

Per quello che riguarda le diverse specie di chirotteri presenti nell?area, attirate qui dalla presenza di grandi popolazioni di insetti a ciclo biologico legato alle acque (culicidi etc..), l?unica stima è data delle osservazioni effettuate ultimamente sulle popolazioni in volo vespertino con valutazioni ottenute in percentuali. Manca sinora ogni ulteriore approfondimento della ricerca anche per la difficoltà frapposta dalla biologia delle specie allo studio delle stesse.

Le popolazioni di testudinati sono invece maggiormente osservabili e, per quanto concerne la Testudo hermanni si è notato un forte decremento negli ultimi dieci anni, probabilmente a causa della diminuzione degli habitat confacenti la stessa specie. Tra gli Ofidi, oltre le presenze suddette, luogo anche di tradizionali paure per le popolazioni viventi nei pressi dell?area umida, si segnala comunque la permanenza della Natrix natrix, del Coluber viridiflavus nella sua forma locale sicula, dell?endemica Vipera aspis hugyi oltre che della Coronella austriaca. Tutte le popolazioni sia di placentati che di rettili sono però sottoposte alla forte pressione della vicinanza dei luoghi antropizzati.

Anche per le specie suddette si fa riferimento a censimenti effettuati nel corso degli anni da vari soggetti ed in particolare dalle associazioni ambientaliste, oltre che all?Atlas Faunae Siciliae, dai quali sono state estrapolate le medie stagionali di presenza delle diverse specie summenzionate.

PRINCIPALI PROBLEMI e MINACCE PER GLI HABITAT e le SPECIE

Il Lago, conosciuto sin dall?antichità classica per essere stato legato al mito di Kore Persephone ed al rapimento della giovane dea dal re degli inferi Ades, citato da svariati autori greci, latini e successivamente da letterati e naturalisti di ogni epoca, oggi ha una estensione ridotta rispetto al suo aspetto originario ed ha subito nel corso del tempo periodiche variazioni di livello con crisi anche disastrose.

Queste variazioni hanno infine determinato la progressiva riduzione della estensione perennemente coperta dalle acque

Già rilevando i dati disponibili dalla lettura di diversi autori interessatisi alla descrizione del luogo, si va da un perimetro di oltre sette miglia a quello odierno che, compresa anche la battigia, sta ampiamente entro i 4,7 km. , mentre le profondità che si attestavano in epoca moderna anche sui sette metri, oggi non superano il metro per gran parte del battente idrico.

Se delle crisi che il lago subì nel passato rimangono labili tracce nei ricordi della popolazione locale e negli scritti di diversi autori e cronisti, certo è che a partire dagli anni trenta il bacino è stato limitato nel suo naturale espandersi in concomitanza di periodi di maggiore piovosità, sia dalla costruzione di murate e colmate di contenimento, visibili ancora oggi in varie parti del bacino e pertinenti ad un?opera di "bonifica" attuata appunto nel ventennio fascista, sia, dal 1960/61 in poi, dalla creazione di un canale scolmatore che provvide per molto tempo, alla limitazione della esondazione del lago impedendone però il naturale allargamento verso aree che oggi sono state del tutto sottratte alla conca.

Contemporaneamente sino al 1987, la falda, certamente in correlazione con il livello delle acque superficiali, anche se non ancora chiaro è lo svolgersi di questa reciprocità, venne emunta fortemente da pozzi sia pubblici come privati che depauperarono massicciamente l?acquifero pergusino probabilmente danneggiandolo in maniera gravissima.

Oggi, eliminata l?emunzione e interrotto il canale scolmatore che rappresenta lo zero idrometrico artificiosamente stabilito del lago, lo stesso ha una lenta ripresa che però, laddove non aiutata potrebbe infine risolversi in un lungo stallo, soprattutto dal punto di vista ecologico, in quanto la grave crisi idrica e quindi ecologica passata, ha pesato talmente sul sistema al punto di limitarne le naturali possibilità di ripresa.

Pertanto le diminuzioni del battente d?acqua ed il degrado della complessità dell?ambiente naturale vanno a ledere le possibilità di sostentamento che l?ambiente pergusino offre sia al passo, come allo svernamento ed in alcuni casi alla nidificazione di queste specie migratorie, tra le quali ne compaiono di rarissime e minacciate.

Nel caso del territorio oggetto della progettualità presente, le minacce fanno capo a diverse problematiche sia peculiari per il territorio stesso che generali, verso il Centro Sicilia ed i suoi habitat naturali.

Nel particolare nei confronti del bacino lacustre, classificato come lago distrofico ai sensi della Direttiva 92/43/CEE del 21 maggio 1992, ma tipologicamente classificabile sino a qualche anno addietro (198283) come lago Oligo-mesotrofico con vegetazione a Magnopotamion e Chara spp., le minacce principali vengono dall'interrimento, dovuto certamente alla natura endoreica del lago stesso, che è del tutto privo di emissario e di immissari fluviali, sia dalla diminuzione degli apporti idrici al battente d'acqua superficiale riconducibile a diverse cause, sia naturali che antropiche, che nel tempo hanno concorso a questo depauperamento del battente.

Il Lago è, infatti, attualmente interessato, dal punto di vista idrogeologico, da due fenomeni concomitanti, interrimento e abbassamento del livello delle acque, che minacciano l?esistenza stessa degli Habitat individuati così come esplicitato dalla scheda SIC ITA060002 e di conseguenza la vitalità e la presenza della flora e della fauna in essi viventi.

L?interrimento è determinato dagli apporti solidi a granulometria prevalentemente sabbioso-limosa, conseguenti ad un?erosione sia diffusa che concentrata che interessa il bacino imbrifero sotteso dallo specchio d?acqua oltre alla presenza di un folto frammiteto di sponda che, rinnovandosi annualmente produce un certo quantitativo di residuo organico che finisce direttamente in lago.

La riduzione del livello delle acque del lago sembra invece collegata con l?abbassamento della falda freatica conseguente ad una diminuzione delle precipitazioni e ad emungimento che nel passato hanno ulteriormente aggravato la penuria idrica.

Infine l?ambiente risulta essere degradato e minacciato ulteriormente dalla presenza di centinaia di individui appartenenti a specie vegetali alloctone qui introdotte e impiantate nel passato per scopi diversi e che oggi hanno preso il sopravvento soprattutto nello stato arboreo.

Tali individui sono essenzialmente riconducibili alla specie Eucaliptus camadulensis Dehnh. oltre che ad Ailantus altissima L., etc.

La stessa vegetazione, sia nello strato arboreo delle zone collinari, come nel canneto è di frequente sottoposta ad incendi di origine dolose e/o colposa che depauperano la consistenza e che distruggono direttamente nidi e nidiacei di diverse specie ornitiche.

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Pizzuto, Masseria

e

Sul versante settentrionale del Monte Pasquasia, lungo la valle del Morello, più che una masseria è una casa rurale.

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Privita, Case della

a e

Proprio a Sud dell?antico e bellissimo abitato di Calascibetta, nato già nell?età del Rame quando in questi luoghi ,ebbe nascita la civiltà antica oggi conosciuta come civiltà di Malpasso, si apre una profonda e tortuosa vallata che dall?alto delle colline eree, guardando all?ampio ed isolato monte di Enna, porta al Fiume Morello e quindi all?area del Salso o Himera meridionale.

Questa zona, panoramicamente di notevolissimo pregio, è stata da sempre interessata da fatti storici di grande interesse.

Già durante la età del bronzo gli insediamenti di popolazioni da taluni ascritte alla stirpe dei sicani, lasciarono testimonianze della loro presenza scavando nelle pareti calcarenitiche della valle di Calcarelle, centinaia di cavità tombali a grotticella ed a forno nelle quali venivano inumati con gran cura e devozione i loro morti.

Successivamente l?area venne utilizzata da genti ellenizzate ed use ai costumi importati dalle ricche polis della costa siciliana rimanendo sotto la sfera di potere del centro di Henna che si faceva grande ed importante anche in virtù della sua nomea di città sacra alle divinità ktonie.

La vallata ebbe un altro momento di gloria quando, a dire di alcuni eruditi ennesi, qui venne celebrato il patto scellerato tra il Gran Conte Ruggero d?Altavilla conquistatore normanno della Sicilia e l?Emiro ennese Ibn Hamud, costretto a cedere la importante roccaforte allora detta di Qasr Jani, per veder salva la sua famiglia.

Proprio nell?area della Privita, dopo un abboccamento nella pendice oggi detta di Kamuth, a ricordo dell?Emiro, si venne ad un finto scontro armato ed all?abbandono della città alle soldataglie normanne oltre che al battesimo del vinto Ibn Hamud che divenne Ruggero il Kamuto.

Oggi la valle è punteggiata da ciò che resta della storia densa della Sicilia interna, tombe, casolari, piccoli fortini medievali ed una lunga collana di mulini, oggi abbandonati, ma in funzione sino agli anni dell?ultimo conflitto mondiale quando per macinare il magnifico frumento ennese si ricorreva alla forza motrice dell?acqua ed alla maestria del mugnai.

Interessante è, quindi, soffermarsi nelle zone per cogliere il soffio della storia che ancora vive tra le antiche pietre e le querce degli Erei.

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Ramonico, Laura di contrada

a

Detta anche Grotta dei santi, la laura basiliana, rappresenta un luogo di culto a liturgia ortodossa, legato certamente ad una comunità cenobitica d'ordine basiliano e di abitudini particolarmente ascetiche. La laura è scavata all'interno di un grande masso roccioso franato dalla soprastante Rupe del castello e rimasto tra le marne in una valle della contrada Ramonico. All'interno del masso una piccola aula a pianta irregolare, scavata evidentemente a mano, ha le pareti quasi interamente intonacate ed affrescate con figure di santi di gusto bizantino, a vista orizzontale priva di profondità, con nimbi e vesti riccamente decorate. Le figure sono inserite in riquadri contornati di rosso. La laure sembra potersi datare all'XI XII secolo, quando nella Sicilia appena conquistata dai normanni, diverse comunità basiliane occupavano luoghi difficili ed impervi con le loro misere abitazioni. Questa datazione collocherebbe quindi le figure nell'ambito della pittura "deuterobizantina" una sorta di "manierismo" bizantino successivo alla islamizzazione ed alla conquista normanna della isola di Sicilia.

Oggi il monumento, gestito dalla Soprintendenza ai BB CC ed AA è visitabile giungendo sui luoghi dopo avere attraversato il demanio forestale di Ramonico e dopo aver chiesto la apertura della cancellata che protegge gli affreschi, delicatissimi.

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Rossi, Chiesa dei

a e

Vecchia cappella di campagna, faceva da centro di aggregazione delle contrade dei Rossi, di Sacchitello e di Cozzo Stella. Tutta l'area sembra essere stata frequentata sin dall'antichità greca, momento nel quale sulla cima del cozzo Stella, la maggiore delle elevazioni dell'area, si stabilì un piccolo centro, forse un Phrourion, greco i cui resti, distrutti dalle azioni dei tombaroli, sono ancora oggi percepibili nel pianoro di sommità.

I resti sono organizzati in maniera da far supporre una presenza conventuale, in quanto il corpo della cappella si are in parte su di un cortile che articola altre fabbriche di fine abitativo e produttivo, le diverse manomissioni e il passare del tempo hanno alterato l'aspetto originario che andrebbe approfondito.

Qualche anno addietro la chiesa è rinata per volontà di due residenti dell'area, i compianti Donna Laura Cicero lo Manto e Giuseppe Morgano, che hanno fondato la nuova Madonna dell'Ulivo. Gli stessi furono a capo di una associazione dei proprietari e degli amatori della amena contrada che si adoperò per la creazione di una piccola area di interesse etnografico posta nel recinto del casello ferroviario dei Rossi.

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Rossi, Cozzo Stella

a

La cima maggiore di quel gruppo di colli che si innalzano sulle contrade di Sacchitello, Rossi e Gelsi. Ad Est di Enna che li sovrasta con la sua mole turrita, è il Cozzo Stella. La cima di questo colle è particolarmente piatta e tradisce la presenza di un'area sommitale probabilmente murata, di no vaste dimensioni. qui dovette essere un abitato ,pertinenza di Enna, con funzioni di tipo militare, un Phrourion dell'età ellenistica, posto a guardia delle valli che dalla piana di Catania consentono di avvicinarsi ad Enna.

La cima del colle è purtroppo sconvolta dal piccone dei clandestini che ha fatto man bassa di tombe ed abitazioni. I pochi resti visibili, oltre al cocciame sparso, sono costituiti da un muro danneggiato da uno scavo clandestino e da alcune tracce murarie confuse leggibili in superficie tra la bassa vegetazione. Più in basso, in una terrazza naturale, si aprono alcune fosse terragne delle quali, sparsi tra le erbe, si vedono anche alcuni dei lastroni litici di copertura. La direzione delle fosse sembra essere quella Est Ovest, escludendo la presenza di sepolcreti mussulmani.

Dai frammenti il sito parrebbe occupato dalla piena ellenizzazione e quindi dopo il VI secolo sino all'avvento romano. Poi l'area sarà stata riutilizzata durante l'epoca medievale alla quale apparterebbero alcuni sparuti frustuli ceramici invetriati.

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Rossomanno

a

Sulla alta formazione montuosa erea, dominata dal Monte Rossomanno con i suoi ?.m.s.l.m. compaiono i resti di un abitato che nel medioevo e sino al momento della sua cruenta distruzione e del suo quasi totale abbandono, veniva chiamato Rossomanno o Rossimanno, successivamente infeudato all'Universitas ennese e da allora possedimento del Comune di Enna.

I resti visibili nella zona sommitale di una serie di alture poste tra i seicento e gli ottocento metri di altezza ed oggi quasi interamente circondato o addirittura ricoperte dal bosco subnaturale a conifere pinacee, appartengono ad età comprese tra l'VII secolo a.C. e quindi la protostoria siciliana, ed il XIV secolo, momento in cui avvenne la distruzione del paese medioevale, con una piccola prosecuzione dell'insediamento in località Conventazzo, ove, tra i ruderi, si insediò un romitorio.

I resti, conosciuti e descritti già dal Tommaso Fazzello, nella sua opera sulla Sicilia antica (1560), testimoniano intanto la presenza di un centro anonimo, indigeno attestatosi sulle alture di Cozzo Primavera, Serra delle Casazze, Rocca Crovacchio e Rossomanno, abitato da genti abituate a seppellire i propri defunti sia con inumazioni ad "enchitrismos", diffuse tra le popolazioni indigene siciliane, sia in "campi di Crani", molto più rari in Sicilia, con una frammistione interessante anche dal punto di vista percentuale tra l'uno inumatorio e l'uso incineratorio.

Nella necropoli già in parte indagata di Rocca Crovacchio, che domina dall'alto il paese di Valguarnera Caropepe, si sono infatti ritrovati i resti delle diverse tipologie funerarie corrispondenti ad età poste tra l'VII ed il IV secolo a.C..

Questi resti, oltre che descrivere alcuni aspetti della tipologia funeraria e quindi di una complessa ritualità funeraria e cultuale delle popolazioni attestate nella area, descrivono anche il lento processo di contatto, penetrazione e ellenizzazione delle stesse popolazioni che poco a poco si inserirono nel quadro della Sicilia greca.

Uno dei resti più interessanti tra quelli pertinenti a queste età è quello della fortificazione di una acropoli posta sulla parte sommitale di Serra Casazze, l'altura centrale del sistema, dalla cui cima si può controllare tutta l'area e gran parte della Sicilia centrale dall'Etna alle Madonie.

Ivi le genti dell'antica città costruirono un imponente sistema di fortificazioni che cingono la cima della collina con un muro spesso oltre i due metri, in pietrame calcarenitico locale ben lavorato e messo in opera con una muratura a paramenti esterni pseudo isodomi ed una fartura in pietrame informe e fango.

Le mura sono inoltre munite di torrette sporgenti utili al tiro alla base delle stesse mura ed al controllo dei camminamenti di ronda che dovevano correre sulla parte alta della struttura oggi irrimediabilmente persa.

Le mura erano inoltre aperte verso l'esterno da alcune postierle facilmente controllabili e strategicamente poste nelle parti più utili ad eventuali sortite verso gli aggressori.

In questa parte delle alture i resti, purtroppo sconvolti dai frequenti scavi dei clandestini, occhieggiano dappertutto infondendo nell'animo del visitatore quell'aura di mistero e di timore che maggiormente affascina nella visita di vestigia abbandonate dai nostri progenitori.

Nel periodo romano tutta la zona sembra essere interessata da un declino della permanenza diffuso in effetti tra tutti i centri della Sicilia interna e quasi certamente legato all'effetto centripeto che le città dovettero esercitare verso le genti che sino ad allora per le difficoltà e le eterne belligeranze della Sicilia greca avevano preferito occupare le aree più marginali e più facilmente difendibili della Sicilia.

In ogni caso con la età bizantina i siciliani iniziano a ripopolare quasi tutti gli antichi siti abitativi e certamente le alture di Rossomanno dovettero essere interessate da un flusso migratorio di ritorno collocabile nell'alto medioevo così come è testimoniato dalla frequenza di resti ceramici attinenti quelle età e dalla presenza di una bella chiesetta a pianta basilicale, oggi scavata e conservata nelle fondamenta e nei filari più bassi, posta nella parte occidentale del complesso delle colline.

In periodo svevo la zona veniva già chiamata con il moderno toponimo di Rossomanno e venne infeudata alla famiglia degli Uberti, di origine toscana ed imparentata con il Farinata ricordato nella Divina Commedia.

Questa famiglia, che risiedeva nella vicina Enna, allora detta Castrum Johannis o Castrjanni, passata indenne all'epoca del Vespro e a tutta la serie di sommovimenti bellici della prima età aragonese, si legò alla fazione chiaramontana durante il tentativo della famiglia Chiaromonte di raggiungere l'egemonia e la Corona del Regnum Siciliae così da meritare con lo stesso Chiaromonte, Conte di Modica le ire del sovrano di diritto, Martino IV, interessato a fare della Sicilia una ricca colonia della sua Aragona.

Durante una spedizione armata le truppe del sovrano attaccarono i feudi dei nobili ribelli e li distrussero deportandone i superstiti abitanti verso le due città demaniali più vicine, così Rossomanno, allora di Scaloro degli Uberti, venne rasa al suolo insieme a Fundrò, Gatta e Polino ed i suoi abitanti vennero deportati verso i quartieri più bassi di Enna ed in particolare verso la "Fontana grande" ed il "Pisciotto", mentre gli abitanti di Fundrò andarono ad occupare l'area compresa tra Janniscuro e la zona di San Tommaso ad Enna, da allora detta appunto dei "Fundrisi" cioè degli abitanti di Fundrò.

Questi quartieri, una volta divisi dal resto della città addirittura da mura e sottoposti a diversi diritti, rimangono ancora oggi differenziati soprattutto dall'uso di un diverso dialetto detto Funnurisanu e parlato in particolare nella zona dei Fundrisi.

Di quelle età sopravvive ancora fuori terra il basamento di un torrione in calcarenite posto sulla cima maggiore del Monte Rossomanno e detto appunto Torre degli Uberti, di esso rimane la parte basamentale con un frammento del pavimento ed il resto di alcune murature accessorie esterne.

Più in basso, tra i tanti cumuli di pietrame in parte riutilizzati per la coltivazione a terrazze della intera area, si apre l'imbocco di una grande e bella cisterna a base rettangolare, coperta da una volta a botte e interamente intonacata con malta idraulica, oggi deturpata da grafomani e dai clandestini che ne hanno persino sfondato le pareti ed il pavimento.

Dal 1394, anno della distruzione del paese di Rossomanno, il feudo venne passato all'Universitas ennese che ne stabilì l'uso civico per i liberi cittadini, consuetudine perdurata sino al XIX secolo tra gli ennesi.

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Rossomanno, Conventazzo di

a

Alla fine della guerra delle fazioni, con la distruzione voluta da re martino dell'antico feudo di Rossomanno, l'Universitas ennese, divenuta padrona del feudo, concesse all'ordine dei benedettini di stabilire tra le rovine delle case medioevali un romitorio che oggi porta il nome di Conventazzo.

Questo complesso monastico, perfettamente individuabile e raggiungibile dalle cime di Rossomanno, è costituito da una vasta chiesa a pianta rettangolare con unica navata, coperta, fino a qualche anno addietro, da una volta a botte decorata da stucchi settecenteschi ed ornata da un altare con ancona monumentale e statue in stucco del quale rimane un rudere maltrattato dall'incuria e soprattutto dall'inciviltà.

Accanto alla chiesa si sviluppa il complesso abitativo e di servizi del convento, questo consta di un corpo rettangolare, lungo quanto il lato lungo della chiesa, munito di un bel corpo scala a rampe rette svolgentesi su di un vano quadrato, e serventi i due piani dello stesso complesso.

Il piano terra, adibito a magazzini, servizi e scuderia è servito da un lungo corridoio aperto sia verso la chiesa che verso i vani di servizio.

La pianta del piano superiore è praticamente simmetrica ma l'elevazione non è più coperta e lascia immaginare una copertura con tetto a coppi su travatura magari nascosto da volte in gesso come nella adiacente chiesa. Il corridoio si apre però verso una fila di celle monacali sobrie e tipicamente benedettine.

Il sagrato della chiesa è poi cinto da un muro in pietrame che mi pare possa riferirsi ad una fase più tarda magari legata all'utilizzazione del romito per attività pastorali.

Tutto il complesso è abbandonato e sfregiato da interventi di vandali e clandestini che ne stanno in breve portando le strutture al collasso, addirittura le strutture del portone della chiesa e delle aperture sono state divelte per impossessarsi degli stipiti.

Del resto tutta la zona degli Erei meridionali sembra essere in preda a bande di clandestini e di ladri d'arte guidati da esperti del settore che ne commissionano i furti.

Vale la pena in proposito ricordare l'ignominiosa vicenda del trafugamento della statua femminile da Morgantina verso il mercato statunitense e verso il Getty Museum che tante altre prede contiene.

Il fascino della zona, così densamente interessata dalla permanenza dell'uomo intrinsecamente legata alla natura oggi dominante e quasi riconquistatrice delle aree e delle opere dell'uomo, ha spinto Nino Savarese, massimo scrittore ennese e fulgido esponente della letteratura italiana moderna a novellare la storia di Rossomanno in un bel racconto omonimo che percorre le immaginarie vite dell'umanità che di Rossomanno fece la sua dimora.

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Rossomanno, R. N. O ?

n p

Denominazione: Riserva naturale "Rossomanno, Grottascura, Bellia";

Provincia: Enna;

Comuni: Enna, Aidone e Piazza Armerina;

Riferimento Cartografico: I.G.M.I. scala 1:25.000 F. 268 II N.E.- II S.E.;

Categoria di Classificazione: Riserva Naturale Orientata;

Estensione Totale: Ha 2.011,45;

Estensione della zona A: Ha 1.561,04

Estensione della preriserva: Ha 450,41;

Ente gestore: Azienda demaniale delle Foreste;

Regime di protezione della preriserva: Come da art.7 della L.R. 98/81 e successive modificazioni con la previsione di un piano di sviluppo silvo-pastorale e turistico proposto dai Comuni di Enna, Aidone e Piazza Armerina da sottoporre al parere del C.R.P.P.N. e alla approvazione dell'Assessorato Regionale del Territorio e dell'Ambiente;

Motivazione: Conservazione e tutela di un antico rimboschimento a conifere;

L'area è stata anche dichiarata Sito di importanza Comunitaria

Probabilmente l'aspetto più vistoso della zona dei Boschi di Rossomanno, Grottascura e Bellia e della zona Erea posta tra i centri di Enna, Valguarnera, Aidone, Piazza Armerina e Barrafranca, è quello della grande stratificazione storica degli insediamenti umani nell'area.

In particolare all'interno dell'area protetta compaiono i resti di un abitato che nel medioevo e sino al momento della sua cruenta distruzione e del suo quasi totale abbandono, veniva chiamato Rossomanno o Rossimanno, successivamente infeudato all'Universitas ennese e da allora possedimento del Comune di Enna.

I resti visibili nella zona sommitale di una serie di alture poste tra i seicento e gli ottocento metri di altezza ed oggi quasi interamente circondate o addirittura ricoperte dal bosco subnaturale a conifere pinacee, appartengono ad età comprese tra l'VII secolo a.C. ed il XIV secolo, momento in cui avvenne la distruzione del paese medioevale, con una piccola prosecuzione dell'insediamento in località Conventazzo, ove, tra i ruderi, si insediò un romitorio.

I resti, conosciuti e descritti già dal Tommaso Fazzello, nella sua opera sulla Sicilia antica (1560), testimoniano intanto la presenza di un centro anonimo, indigeno attestatosi sulle alture di Cozzo Primavera, Serra delle Casazze, Rocca Crovacchio e Rossomanno, abitato da genti abituate a seppellire i propri defunti sia con inumazioni ad "enchitrismos", diffuse tra le popolazioni indigene siciliane, sia in "campi di Crani", molto più rari in Sicilia, con una frammistione interessante anche dal punto di vista percentuale tra l'uno inumatorio e l'uso incineratorio. Di età poste tra l'VII ed il IV secolo a.C..

Uno dei resti più interessanti tra quelli pertinenti a queste età è quello della fortificazione di una acropoli posta sulla parte sommitale di Serra Casazze, l'altura centrale del sistema, dalla cui cima si può controllare tutta l'area e gran parte della Sicilia centrale dall'Etna alle Madonie.

Nel periodo romano tutta la zona sembra essere interessata da un declino della permanenza diffuso in effetti tra tutti i centri della Sicilia interna e quasi certamente legato all'effetto centripeto che le città dovettero esercitare verso le genti che sino ad allora per le difficoltà e le eterne belligeranze della Sicilia greca avevano preferito occupare le aree più marginali e più facilmente difendibili della Sicilia.

In ogni caso con la età bizantina i siciliani iniziano a ripopolare quasi tutti gli antichi siti abitativi e certamente le alture di Rossomanno dovettero essere interessate da un flusso migratorio di ritorno collocabile nell'alto medioevo così come è testimoniato dalla frequenza di resti ceramici attinenti quelle età e dalla presenza di una bella chiesetta a pianta basilicale, oggi scavata e conservata nelle fondamenta e nei filari più bassi, posta nella parte occidentale del complesso delle colline.

In periodo svevo la zona veniva già chiamata con il moderno toponimo di Rossomanno e venne infeudata alla famiglia degli Uberti, di origine toscana ed imparentata con il Farinata ricordato nella Divina Commedia.

Questa famiglia, che risiedeva nella vicina Enna, allora detta Castrum Johannis o Castrijanni, passata indenne all'epoca del Vespro e a tutta la serie di sommovimenti bellici della prima età aragonese, si legò alla fazione chiaramontana durante il tentativo della famiglia Chiaromonte di raggiungere l'egemonia e la Corona del Regnum Siciliae così da meritare con lo stesso Chiaromonte, Conte di Modica le ire del sovrano di diritto, Martino IV, interessato a fare della Sicilia una ricca colonia della sua Aragona.

Durante una spedizione armata le truppe del sovrano attaccarono i feudi dei nobili ribelli e li distrussero deportandone i superstiti abitanti verso le due città demaniali più vicine, così Rossomanno, allora di Scaloro degli Uberti, venne rasa al suolo insieme a Fundrò, Gatta e Polino ed i suoi abitanti vennero deportati verso i quartieri più bassi di Enna ed in particolare verso la "Fontana grande" ed il "Pisciotto", mentre gli abitanti di Fundrò andarono ad occupare l'area compresa tra Janniscuro e la zona di San Tommaso ad Enna, da allora detta appunto dei "Fundrisi" cioè degli abitanti di Fundrò.

Di quelle età sopravvive ancora fuori terra il basamento di un torrione in calcarenite posto sulla cima maggiore del Monte Rossomanno e detto appunto Torre degli Uberti, di esso rimane la parte basamentale con un frammento del pavimento ed il resto di alcune murature accessorie esterne.

Dal 1394, anno della distruzione del paese di Rossomanno, il feudo venne passato all'Universitas ennese che ne stabilì l'uso civico per i liberi cittadini, consuetudine perdurata sino al XIX secolo tra gli ennesi.

Inoltre l'Universitas concesse all'ordine dei benedettini di stabilire tra le rovine delle case medioevali un romitorio che oggi porta il nome di Conventazzo.

Questo complesso monastico, perfettamente individuabile e raggiungibile dalle cime di Rossomanno, è costituito da una vasta chiesa a pianta rettangolare con unica navata, coperta, fino a qualche anno addietro, da una volta a botte decorata da stucchi settecenteschi ed ornata da un altare con ancona monumentale e statue in stucco del quale rimane un rudere maltrattato dall'incuria e soprattutto dall'inciviltà.

Geologicamente la superficie dell'intera zona coperta dall'area protetta è caratterizzata dallo affioramento di depositi marini del Pliocene Superiore corrispondenti ad una fase regressiva con deposizione di arenarie e sabbie deltizie.

Questi depositi si caratterizzano nella zona rossomannese per la presenza di vasti affioramenti di sabbie ancora completamente sciolte e solo in qualche caso concretizzate in formazioni minime dovute a correnti di torbida e che assumono morfologie fantastiche il cui esempio più bello è dato del gruppo potremmo dire "scultoreo" dei Pupi ballerini o delle Pietre incantate.

Floristicamente le alture di Rossomanno, Grottascura e Bellia sono interessate intanto da una copertura boschiva di origine antropica, un vecchio rimboschimento a conifere, per lo più pinacee, che rappresenta il carattere principale della vegetazione arborea della zona.

La pineta che ne risulta, purtroppo frequentemente soggetta ad interruzioni del manto dovute al taglio e soprattutto agli incendi estivi, assume in alcuni casi un aspetto molto interessante, ad esempio lungo le ripide pendici del monte Rossomanno, ove i pini si sono attestati anche nelle zone di massima acclività, oppure nella contrada di Màrcato la Rosa, ove un gruppo di Pinus pinea, forma un boschetto di cima di bellissimo portamento.

Le specie maggiormente rappresentate nei rimboschimenti antichi sono appunto il Pinus pinea, o pino domestico, diffuso il Cupressus sempervirens, il Cipresso, altra specie delle conifere, appartenente alle cupressacee e probabilmente importata in età remote dalle zone costiere del Mediterraneo orientale.

Oltre alla zona a conifere le alture presentano delle zone ove il manto arboreo rispecchia maggiormente una utilizzazione colturale intensiva con colture arboree da frutto come i castagneti, a Castanea sativa, coltivati sia per le castagne da farina e da caldarrosta che per il legname, come i noccioleti, a Corylus avellana, coltivati per le frutta, o ancora come zone miste con Noce, Juglans regia, Gelso nero, Morus nigra, Pero, Pyrus communis, o melo, Malus silvestris e derivati ed anche il Sorbo, Sorbus domestica, e lazzeruolo, Crataegus azalorus, ambedue produttori di frutti quasi dimenticati dai siciliani.

Nella parte occupata sino a qualche tempo fa dai piccoli campi e dagli orti delle casette disperse nella area del bosco, compare la macchia a Spartium junceum, nitrofila, accompagnata nella parte più degradata del territorio, dalla presenza dei cespugli dell'Ampelodesma Ampelodesmos mauritanicus.

La fauna presente è quella tipica della Sicilia centrale con una forte pressione dovuta alle attività antropiche e con la immissione artificiale di Cinghiali Sus scropha e Daini Dama dama in chiudende della forestale.

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Rossomanno, Pupi Ballerini

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Sono delle formazioni di roccia quarzarenitica dalle forme veramente fantastiche.

Disposte a guisa di "menhir", al punto tale da avere fatto pensare più volte ad un allineamento dolmenico di origine preistorica, queste strane rocce colonnari sembrano essere degli individui impegnati in una sarabanda festosa, in una danza sabbatica, rimasta pietrificata per l?intervento di una divinità o di un folletto dei boschi.

Le pietre, a portamento colonnare, alte sino a tre metri dal livello base del suolo, sono di costituzione arenaria con colorito grigiastro accentuato dalla presenza di macchie di scorrimento delle acque e di licheni e l?impressione di trovarsi dinanzi a delle figure danzanti è fortemente accresciuta sia dalla uniformità del colore di tutto il gruppo, sia dalle fogge contorte e persino pervie che le rocce stesse assumono.

La leggendaria presenza di questo gruppo di rocce ha sempre avuto un posto nella tradizione contadina e soprattutto pastorale sia dell?ennese che del piazzese (qui siamo al confine tra i territori delle due città) che li ha voluti di volta in volta simbolo del demonio, personaggi puniti da Dio, effetto della natura o resto di perdute civiltà.

Già il loro nome tradizionale, diverso a seconda dei casi e quindi Pupi ballerini o pietre incantate, racconta delle diverse interpretazioni date al fenomeno.

Da non dimenticare è la sequenza che lo scomparso regista ennese, Antonio Maddeo, dedicò a queste rocce nel film incompiuto "Vovò", ove le rocce vengono scrutate soprattutto nel loro immaginario teriomorfo ed antropomorfo.

In realtà i Pupi ballerini sono il risultato del percolamento di acque fortemente calcaree tra la sabbia che costituisce il substrato della zona, tecnicamente si direbbe che sono il risultato delle "correnti di torbida" che qui hanno raggiunto il loro effetto più vistoso quando la rimanente sabbia non compattata dal collante calcareo si è dilavata lasciando emergere le belle figure, tutta la zona è interessata da fenomeni simili di dimensioni minori, come ben sanno i custodi della Azienda forestale, che pian piano hanno raccolto i sassi creati da queste correnti e muniti tutti di forme veramente scultoree, con i quali hanno addobbato il giardino del vivaio.

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Sacella, Masseria

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Piccolo centro di produzione agricola posto all'ingresso meridionale della gola del Benesiti, detta anche "do strittu" una area di particolare interesse strategico per la difesa della città di Enna. La masseria è formata da una piccola casa padronale e da capannoni per il ricovero delle attrezzature agricole

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Salinella, Miniera

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La miniera, posta sul versante sud delle Serre della Cannarella, oggi è stata privatizzata. Se ne indovinano ancora i pochi ruderi ma, soprattutto colpisce la grande dimensione dei cumuli di rosticci, le scorie della prima lavorazione dello zolfo, che hanno finito per modificare fortemente il paesaggio della zona divenendo la nota caratteristica e dominante dello stesso.

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San Cataldo, Vlla

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Detta anche Villa Deodato, sorge lungo il corso del morello nel tratto a valle della diga di Villarosa. La Villa consta di un edificio su tre elevazioni al quale sono annesse diverse strutture a funzione agricola.

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San Francesco, Mulino

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Posto lungo il vallone dei Mulini, nato dall'altura di Calascibetta, quasi alla sua confluenza con lo Scaldaferro, il Mulino ad Acqua di San Francesco era di pertinenza e proprietà della chiesa omonima di Enna. Esso rimase in uso sino alla fine del secondo conflitto mondiale e venne poi abbandonato per la ovvia facilità a macinare con le nuove tecnologie a energia elettrica. Del mulino rimangono i chiari resti che potrebbero essere sottoposti a facile restauro.

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Sant'Antonino,, Masseria o

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Grande masseria posta al centro dell'omonima contrada, a 733 m. s.lm., sulle colline che dominano la vallata del Furma. La masseria presenta la tipica forma "fortificata" con pianta pressoché quadrangolare e cortile centrale con entrata difesa da torretta.

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Scioltalbino, Masseria

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Grande costruzione rurale a corte centrale, fortificata con porta munita di feritoie archibugiere e di torretta di controllo.

La masseria conta sia ambienti di lavoro ed immagazzinaggio quali stalle, scuderie magazzini, cisterne, sia la casa padronale.

L'architettura è quella semplice ma molto affascinante della ruralità sette ed ottocentesca dell'ennese, forme lineari su logiche strutturali a corte centrale che molto hanno preso dalla Domus romana.

La masseria, posta proprio sopra la omonima sorgente e direttamente aperta sulla strada (117 bis) potrebbe avere, anche in ragion della sua relativa vicinanza a Pergusa, una utilizzazione turistica sia per ristorazione che per ospitalità rurale.

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Scioltalbino, Rocche di.

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La zona, nella quale si innesta anche la omonima masseria di cui si è detto prima, rappresenta una area di notevole valore paesaggistico, qui, infatti, il massiccio delle colline pergusine si interrompe con una serie di precipizi e di gole, scavati nella roccia calcarea, interessati da sorgenti in parte incanalate ed in parte percolanti sulle rocce.

L'area dovette essere antropizzata sin dall'antichità. Durante l'età romana qui dovette essere presente un insediamento rurale che ha lasciato alcune tombe in parte stravolte dall'azione dei tombaroli. Il toponimo, invece, è di derivazione araba e, almeno per la sua prima parte, è leggibile quale "Chott", (palude o stagno).

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Sedici Salme, Masseria

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Sul versante Nord delle Serre di Cannarella, la masseria sedici Salme, il cui toponimo allude chiaramente all'estensione delle tenute originarie, sorge lungo uno degli impluvi che scendono dalla cresta rocciosa. Le strutture, una casa padronale e diversi edifici agricoli, sono ad una altezza di 623 m. s.l.m. e dominano la vallata del morello oggi attraversata dai viadotti della autostrada PA CT e dalla strada ferrata.

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Seggio, Fornace del

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Piccola fornace figulina posta ai piedi di una delle strade medievali, ma probabilmente anche più antiche, di accesso alla città di Enna, La "Ve Nova".

Oggi della fornace, recentemente indagata archeologicamente, rimangono i resti delle arcature in refrattari di argilla coperti da una tettoia moderna. L'area, interessante perché rappresenta l'unica fornace figulina ennese sinora mai portata alla luce, e quindi testimonia la locale produzione ab antiquo di pezzi in ceramica, è purtroppo dimenticata e sconosciuta ai più.

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Serra casazze

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Sub Voce Rossomanno

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Serra Crovacchio

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Sub Voce Rossomanno

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Spina, Masseria

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Masseria della vallata del Calderari, a preminente produzione cerealicola, la struttura edificata è una semplice casa rurale.

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Stazione FS di Enna

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Costruita inizialmente come scalo ferroviario di Calascibetta, (la stazione di Enna era prevista all'Olivo - Rizzuto, dove ancora sono in uso un piccolo stabile e un piazzale con scambi). Divenne in seguito Enna Scalo ed acquistò un ruolo importante anche se non centrale nella tratta Catania Palermo e Catania Agrigento.

Il mancato rinnovo della rete ferroviaria, il colpevole vantaggio dato al trasporto su gomma, ne hanno con il tempo quasi azzerato l'uso relegandola al ruolo di stazione di terz'ordine. La città ha dovuto diverse volte battagliare per evitarne la completa chiusura e, ciò nonostante oggi la stazione è un fantasma di se stessa.

Potrebbe essere rilanciata in chiave turistica anche con la riutilizzazione ai fini recettivi di parte del patrimonio edilizio non più utilizzato di proprietà delle Ferrovie dello Stato.

Le forme sono quelle canoniche della stazione su linea, un grande palazzo centrale di gusto belle epoque con le sale ed i servizi, i magazzini, le officine, il piazzale con i binari e, nei dintorni le case dei ferrovieri ed il Ferrotel.

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Tre Murli, Masseria

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Grossa masseria posta sul fianco nord del monte Cannarelle, sovrastata dalla lunga rupe e da una paleofrana di notevolissime dimensioni, la masseria consta di un corpo centrale organizzato attorno ad un'ampia corte quadrangolare con due lati ad unica elevazione, un lato con arco e torretta fortificati e l'ultimo lato con la abitazione padronale. Oggi la masseria è stata ampiamente superfetata e suddivisa tra i diversi proprietari ed ha perso parte del suo fascino originario. Un particolare formale della masseria era dato dalle finestrature della casa padronale realizzate a sesto acuto, quasi a volersi rifare al castello di Lombardia, unico grande monumento ennese a mantenere queste forme.

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Valvo, Masseria

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Masseria a corpo rettangolare posta nella contrada Rossi, la sua posizione è interessante per un possibile uso agrituristico facilitato dalla amenità della contrada.

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Vanelle, feudo delle

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Villaggetto rurale, detto del feudo delle Vanelle, sorge alla base della pendice ovest di Enna, nella vallata del Rizzuto Papardura. Oggi consta della parte antica del villaggio, composta da poche case rurali le cui condizioni non sono eccezionali, e da un nutrito corteggio di case nuove sia ad impostazione rurale produttiva che di villeggiatura o di civile abitazione permanente.

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Vecchio, nuovo e dell'Abate Mulini

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Posti nel comune di Enna ma in realtà a pochi passi dal paese di Valguarnera, i tre mulini sorgevano lungo il fosso di Mandrascate che separa l'altura su cui sorge Valguarnera dal territorio di Enna. Oggi di due dei tre mulini rimane ben poco, ma uno degli impianti è ancora in condizioni tali da poter essere ricostruito a fini museali.

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Vianese, Masseria

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Costruzione rurale organizzata su pianta quadrata quasi perfetta con cortiletto centrale, sorge nell'omonima contrada lungo la vallata del torrente Calderari

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Volpe, Miniera

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Aperta sul versante orientale del monte Bruchito, manteneva una discreta produzione di zolfo. Oramai da tempo non si vedono più resti murari esterni né, tantomeno, imbocchi di gallerie. Rimangono, invece, grandi cumuli di rosticci, i materiali di scoria provenienti dalla prima lavorazione del minerale solfifero, utilizzati poi come inerti e quindi coltivati da una cava.

LEONFORTE

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Altesina, R.N.O. dell'

n p a RISERVA: MONTE ALTESINA

ENTE GESTORE: AZIENDA DEMANIALE FORESTE.

tipologia: riserva naturale orientata;

TOTALE HA: 744.

ZONA A: 593,2

ZONA B: 150,7.

COMUNI INTERESSATI: LEONFORTE, NICOSIA.

PROVINCIE INTERESSATE: ENNA

motivazione: al fine di tutelare le interessanti formazioni boschive con dominanza di Quercus ilex nonché l?avifauna e in particolare il picchio rosso maggiore e lo sparviero.

data istituzione: 25/ 07/ 1997, G.U.R.S. 16/ 01/ 98;

Note: la vecchia motivazione così recitava: pregevole ed esteso esempio di lecceta che si spinge sino al suo limite altimetrico superiore ricca di aspetti delle associazioni della quercetea ilicis.

La Riserva Naturale Orientata del Monte Altesina, proposta nel 1983, è stata definitivamente istituita con il D.A. 25 Luglio 1997 "Istituzione della riserva naturale Monte Altesina, ricadente nel territorio dei comuni di Leonforte e Nicosia", pubblicato sulla G.U.R.S. n.3 del 16 gennaio 1998, che all?Art. 3 così recita: "La riserva naturale di cui all?Art. 1 è tipologicamente individuata ai sensi dell?Art. 6 della legge regionale n. 14/88, come riserva naturale orientata al fine di tutelare le interessanti formazioni boschive con dominanza di Quercus ilex nonché l?avifauna e in particolare il picchio rosso maggiore e lo sparviero"

Questo decreto assessoriale, che pone fine alla lunghissima attesa per la definitiva istituzione di questa importantissima area protetta, la cui individuazione risale addirittura al dicembre del 1983, conferma la perimetrazione di cui alla pubblicazione del Piano Regionale delle Riserve Naturali, (D.A. 970/91) per cui la stessa riserva protegge la parte sommitale e le falde di Nord, Est e Sud del Monte Altesina, la maggiore cima dei Monti Erei, posta a stretto contatto con la zona dei Nebrodi ed in vista del massiccio delle Madonie.

Sull?Altesina, nelle aree a copertura spontanea ancora presenti, la vegetazione si può tranquillamente ascrivere alla associazione tipica delle foreste latifoglie sempreverdi mediterranee, dominata dalla presenza di una quercia sempreverde, il Leccio, è quindi denominata come Quercion ilicis.

La fauna che abita il Monte Altesina è essenzialmente quella tipica delle zone maggiormente rilevate dell'isola, con presenze diversificate ma molto sottoposte all'impatto negativo dell'uomo e delle sue attività che direttamente o indirettamente contribuiscono alla diminuzione sia del numero delle specie presenti che del numero degli individui di ogni singola specie.

In questi ultimi anni l?Altesina ha visto avvicendarsi detrattori, ha visto sparire piste e aprire tratturi, ha visto il fuoco del dolo avvicinarsi pericolosamente alla sua splendida lecceta, ma nel complesso ha potuto, molto più che aree meno fortunate, rimanere luogo di quasi integra naturalità.

Questa sua fortuna si è dovuta certo alle attenzioni che da lontano le associazioni le hanno costantemente dedicato, ma anche, e soprattutto al lavoro fatto dall?azienda Demaniale Regionale delle Foreste, e dall?Ispettorato Ripartimentale delle Foreste di Enna, che, seppure in un ottica non ancora "protezionista", qual è quella oggi dettata dal decreto istitutivo, hanno puntato sulla salvaguardia della copertura boschiva originaria e, ultimamente, alla sperimentazione di piantumazioni con essenze autoctone utili all?allargamento della foresta di cima.

Grave è stato invece il danno operato alla biodiversità animale in questi troppo lunghi anni di titubanza e di vera e propria vacatio amministrativa, ancora quindici anni fa non era difficile vedere sorvolare l?aerea cima da predatori quali la bellissima Aquila del Bonelli, Hieraetus fasciatus oggi, nonostante una liberazione operata qualche tempo addietro, del predatore così raro non rimane traccia, ugualmente scomparso da tempo sembra l?unico avvoltoio rimasto nei cieli siciliani, il Capovaccaio, che sembra prediligere altre zone quali i vicini Nebrodi e le Madonie.

La montagna è stata presa d?assalto da schiere di assetati bracconieri che, spesso in barba a qualsiasi controllo hanno fatto il bello ed il cattivo tempo per le specie maggiormente pregiate e rasentando i limiti della estinzione per alcune di esse.

La situazione è, nel caso di alcuni dei predatori alati, veramente grave, la già citata Aquila del Bonelli, presente in terra italiana solo nei cieli siciliani e sardi, ha visto la popolazione orientale sicula scendere dal 1990 ad ora dalle dodici alle cinque coppie.

Ugualmente grave è la situazione dell?Istrice, Istrix cristata, martoriata vittima della illegalità nella quale operano la stragrande maggioranza dei cacciatori siciliani, specie protetta che viene quotidianamente falcidiata e persino venduta quale prelibata carne in tanti esercizi di ristorazione della provincia di Enna.

L?Altesina si appresta ora, ancor di più a divenire un rifugio per i superstiti di queste sfortunate popolazioni, un luogo che se sarà sbagliato ed anacronistico pensare come un "santuario" della natura isolana, certamente diverrà, con lo status di Riserva Naturale, una terra franca liberata dall?assillante pressione esercitata sulla esausta natura isolana dalle abitudini umane.

In ultimo, ma solo per necessità elencativa, sarà importante il ruolo protettivo che la riserva potrà esercitare nei confronti di quei lembi affioranti della storia siciliana che, anch?essi preda dell?ingordigia umana, occhieggiano sfregiati sulla cima e sui fianchi della bella montagna erea.

La Storia:

La montagna, posta a cavaliere dei territori di centri importantissimi per la Sicilia tutta, Enna, l?antica Castrogiovanni o Castrianni, la palatina Calascibetta, con le sue presenze preistoriche e protostoriche, e, verso nord, la padrona dei luoghi, Nicosia, forse l?antica Herbita, e i centri oggi spenti ed anonimi delle montagne eree del gangitano.

E? dall?età del bronzo che l?Altesina vede comparire la presenza dell?uomo sui suoi fianchi, e quell?uomo utilizzerà le emergenze di quarzarenite come materia per lo scavo delle tombe a grotticella ed a forno, segnale di una diffusione capillare delle genti della età del bronzo e della prima età del ferro nelle terre degli Erei.

Da questo periodo in poi tutta la zona viene interessata dalla lenta penetrazione dei greci, sia come mercanti, sia come veri e propri conquistatori, e sull?Altesina si percepisce questa lenta conquista culturale con il ritrovamento dei resti di ceramiche sia sicule che greche

Dalla cima dell?ardito monte, con un giro a trecentosessanta gradi si individuano varie alture occupate da centri abitati durante il primo millennio avanti Cristo, sia oggi abitati che oramai abbandonati.

La posizione della altura dell?Altesina, divenne basilare per lo sviluppo della occupazione dei luoghi stessi, chi avesse voluto detenere il controllo degli Erei centrali avrebbe dovuto tenere militarmente l?Altesina, pena la difficoltà di controllo di alcune delle vie di penetrazione.

L?abitato della sommità dovette rimanere in vita per tutto il periodo greco, probabilmente sino alle guerre puniche o alla Servile, mentre in seguito, come la gran parte dei centri montani della Sicilia, sia a causa del deperire della popolazione isolana, sia per l?affermarsi di una pax duratura che rendeva anacronistico lo stanziamento sulle impervie cime, il centro dovette declinare e scomparire del tutto.

Nel periodo romano però la montagna assume il primo nome che è giunto sino a noi, Mons Aereus, dalla cui corruzione successiva venne il toponimo di Monti Erei.

Il Mons Aereus venne prescelto dagli arabi per una suddivisione geografica dell'isola appena conquistata in tre "Valli", tre regioni geografiche ed amministrative, dipartentesi appunto dalla facilmente traguardabile cima dell'Altesina.

La suddivisione in "Valli" venne confermata e perpetrata dai normanni che diedero ai tre valli un ruolo prettamente amministrativo e che affermarono i nomi rispettivamente di Vallis Nemoris (la regione dei boschi, o Val demone) a Nord Est, Vallis Netinus (il Val di Noto) a Sud Est e Vallis Mazariensis (Val di Mazara) ad Ovest.

Il Monte appartiene geograficamente alla catena dei monti Erei e con essi al corrugamento orogenetico della Catena appennino-maghrebide.

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Bonsignore, Palazzo

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Palazzina residenziale costruita durante il XIX secolo lungo la strada, allora in aperta campagna, che portava verso Catania. Oggi la palazzina, con un vasto corpo centrale a pianta quadrangolare posto su di un terrazzo artificiale ed affiancato da un giardino con varie essenze tra le quali spiccano delle palme da datteri, si trova in pieno centro urbano. Restaurata di recente la struttura attende una utilizzazione pubblica.

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Boscorotondo, monte

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A nord di Leonforte, oltre la contrada Scannaso, si erge una collina che giunge a 764 m. s.l.m. e che presenta una forma circolare quasi perfetta. Questa caratteristica, unita al fatto che la cima è ricoperta, cosa oramai rara da queste parti, da un bosco di querce, le ha dato il nome di monte Bosco Rotondo. L'altura è circondata dalle valli dei torrenti che generano il Crisa Dittaino e presenta ancora oggi, nonostante diversi tagli ed interventi dissestanti, una certa naturalità che andrebbe tutelata anche oltre il semplice vincolo "Galasso" sui boschi. qui potrebbe essere istituita una piccola Riserva >Naturale o, insieme alla Montagna di Mezzo, potrebbe essere ridefinita la esistente Riserva Naturale del Monte Altesina da Trasformare nella Riserva Naturale delle cime eree.

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Canalotto, Contrada

a

Qui, come nella vicina contrada Samperi, sono stati segnalati diversi resti che potrebbero essere attribuibili a costruzioni rurali di epoca romana imperiale.

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Canalotto, Villa

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Una delle residenze rurali con casa di villeggiatura di gusto settecentesco, la Vanadia, è stata trasformata in Centro Agrituristico il Canalotto, anticipando una scelta di certo successo che potrebbe coinvolgere anche altre strutture dell'area e potrebbe legarsi ad una visione più complessiva delle azioni mirate per lo sviluppo del territorio. Pensiamo in tal senso alla utilizzazione a fini turistici dell'area Pirato Nicoletti e della stazione di Pirato (v. s.v.)

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Casuto, villaggio

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Al confine nord ovest del territorio comunale di Leonforte, su un pendio tra l'Altesina e la Rocca di Santa Venere, a circa 800 m. di altezza, sorgono le poche case della Contrada Casuto, Una sorta di Piccolo villaggio rurale accentrato attorno una masseria a corpo rettangolare con cortile centrale aperto.

Il villaggio, che gode di una particolare panoramicità, oggi è interessato da un pozzo petrolifero che estrae da un giacimento di nuovo sfruttamento.

La posizione delle case potrebbe favorirne una utilizzazione a fini agrituristici.

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Cernigliere, Monte

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E' il monte sul cui fianco si adagia Leonforte, è caratterizzato da una ampia cresta che raggiunge l'altezza di 726 m. s.l.m. e che cade con diverse balze rocciose verso il vallone del Petrangelo L'area, interessata anche da cave delle quali si vedono ancora le aree di coltivazione ed un incredibile masso squadrato lasciato in posizione spettacolare, il cernigliere è interessato da numerose cavità riconducibili a utilizzazione funeraria preistorica e, in parte, riutilizzate nelle epoche successive.

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Crisa, Valle del

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v. s.v. Dittaino

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di Mezzo, Montagna

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La contrada Montagna di mezzo comprende una vasta zona posta tra il castello della Guzzetta a Sud, l'Altesina ad Ovest, Il Casuto a Nord e il Monte Bosco rotondo a Est. E' questa una area interessata dalle scaturigini del Crisa Dittaino, ancora suddivise in tanti, diversi torrenti che raccolgono le acque degli Erei centrali. Tutta la contrada è caratterizzata dalla presenza di una copertura boschiva originaria che, per quanto sottoposta a surpascolo e a gravi incendio e tagli, mantiene ancora una copertura percentuale invidiabile. Sostanzialmente siamo dinanzi ad una formazione dominata dal leccio, che ritroviamo anche più in alto sulla sommità dell'Altesina. La quercia sempreverde è associata ad un corteggio floristico veramente interessante e ulteriormente peculiarizzato dalla presenza di emergenze rocciose in quarzarenite sulle quali, mancando il manto boschivo, si ritrova una associazione completamente diversa dominata da essenze rustiche autoctone quali l'Artemisia o l'Oleastro, e da gruppi di naturalizzati Fichi d'India.

L'intera zona, oggi sottoposta solamente al vincolo ope legis previsto dalla L 431, la cosiddetta Galasso, andrebbe inserita in uno strumento non solo vincolistico ma anche gestionale di maggior respiro quale potrebbe essere o la istituzione di una nuova riserva Regionale o l'allargamento della Riserva naturale dell'Altesina, già istituita e gestita dall'Azienda Demaniale delle Foreste.

Nella contrada Montagna di Mezzo, proprio ai piedi della cima che porta il nome, sorgono i resti della masseria omonima. Essa constava di un grande edificio quadrangolare con minima fortificazione esterna e corte interna quadrata.

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Faccialavata, Contrada

a

Lungo la moderna strada statale 121, a circa 1 chilometro dall'ingresso di Leonforte, furono segnalati dallo studioso francese J.P. Morel, diversi resti murari nel sottosuolo di un campo posto sul lato interno di un tornante della strada statale. Più in là , a circa 30 metri, venne ritrovato un rocchio di colonna dorica in condizioni ancora buone. Gli scavi richiesti dallo studioso non furono mai eseguiti, ma nell'area, durante il 1984, io stesso ho potuto rivedere il rocchio di colonna utilizzato per schiacciare noci e mandorle nella corte della casa colonica detta di Faccialavata, e, lungo la scarpata stradale, un concio di notevoli dimensioni particolarmente lavorato, ciò che mi parve il resto rovinato di un triglifo, altri due rocchi frammentari e molto danneggiati.

Per comprendere meglio quanto intravisto nella contrada, oggi notevolmente manomessa da interventi sia sulla casa colonica che nelle vicinanze della strada, va detto che qui sembra essere attestato un tempio antico, dedicato al Dio Chrysas, la personificazione del fiume oggi detto del Dittaino, che veniva venerato come un giovinetto augurante. La divinità era raffigurata anche nelle monete bronzee coniate nella vicinissima città di Assoro, al cui territorio allora doveva appartenere tutta la vallata oggi in comune di Leonforte.

Il tempio venne ricordato da cicerone nelle Verrine ( IV, 44, 96)

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Faccialavata, Miniera di

e

Miniera di zolfo. Caratterizzata da una lunga teoria di calcaroni, i forni in cui veniva estratto per fusione lo zolfo puro dalla ganga solfifera, della miniera rimangono solo dei ruderi. Oggi la zona è parzialmente interessata dalla costruzione di capannoni industriali e, nel PRUSST della Val Demone, è stato inserito un progetto per la valorizzazione turistico ricreativa dell'area.

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Guzzetta, Castello di

a p n

Alle pendici del Monte Altesina, nelle contrade più impervie e selvagge del leonfortese, si ergono diverse formazioni rocciose dalle forme particolarmente complesse ed immaginifiche, sono le cosiddette "timpe", grandi depositi di sabbie cementatesi quando l?isola di Sicilia era ancora il fondo di un mare, ed oggi isolate nel "mare" di argilla delle formazioni fliscioidi.

L?erosione, dopo avere disseppellito le rocce quarzarenitiche dalla coltre argillosa, le ha modellate con incredibili giochi e conferendo ad ognuna delle timpe un aspetto veramente unico. L?uomo ha poi prescelto le stesse come luogo per la sua abitazione, le timpe, infatti, offrivano protezione, controllo del territorio circostante, capacità mimetica e rocce tenere nelle quali poter scavare le forme tipiche della architettura primigenia dell?isola, tutta costruita "a levare".

Tra le timpe l?abitare dell?uomo si mantenne per secoli e secoli, a volte decretando la nascita di veri e propri paesi, è il caso di Sperlinga e di Gagliano, tal?altra dando riparo a piccoli agglomerati che poco a poco finirono con l?essere abbandonati.

Tra le timpe leonfortesi famosa è quella di Tavi, sito della antica Tavaca, madre dell?odierna Leonforte, ed oggi occupata dai resti del Castellaccio di Tavi, e meno nota è la vicina Timpa del Castellaccio di Bozzetta.

In antico questa emergenza quarzarenitica attestata lungo la vecchia strada Enna Leonforte, era detta di Guzzetta, da cui l?odierno toponimo di Bozzetta, essa si erge dal piano di campagna per quasi un centinaio di metri ed è interamente ricoperta da una vegetazione a macchia con la predominanza dell?Oleastro, degli ulivi selvatici e dell?alloctono fico d?India che qui ha trovato le migliori condizioni per la sua naturalizzazione.

A prima vista la piccola rupe non porta alcun segno di una utilizzazione umana se non la lunga e bassa casa rurale posta ai suoi piedi, mentre con maggiore attenzione si possono notare i resti di un fortilizio fuso con la roccia stessa ed oggi diruto dalla vetustà e dall?abbandono.

Questo castello, del quale ben poca traccia si può ritrovare nella documentazione scritta, doveva far parte di una sorta di cintura fortificata posta attorno la città di Enna e probabilmente dovette essere già in uso nel momento dell?incastellamento bizantino precedente l?invasione degli arabi.

Utilizzato anche da questi ultimi, come il vicino Tavi, ove i pochi resti superficiali fanno chiaramente emergere la presenza dell?abitato emirale, venne infeudato dai normanni e dovette avere un ruolo durante il buio periodo delle guerre delle fazioni nella Sicilia del Vespro e del reame aragonese.

A riprova dell?importanza assunta dal fortilizio per il territorio basti dire che lo stesso venne dato in feudo ad una delle famiglie di aristocratici e notabili ennesi maggiormente vicini agli Aragona, gli Ansalone, tra cui si annoverava il vincitore della resistenza angioina nel maniero di Sperlinga.

Il castello, certamente a carattere essenzialmente militare, capace di controllare sia i movimenti da Est verso Enna che quelli provenienti dal nicosiano attraverso la Portella Creta e la vallata del Guzzetta, rimase in uso certamente sino all?età moderna quando, probabilmente con la nascita di Leonforte e lo spostamento dell?asse stradale più a valle, venne superata la necessità di controllare la strada.

Passato nelle mani di diverse famiglie nobiliari siciliane, tra cui i già citati Anzalone di Castrogiovanni, i Ventimiglia di Geraci, i Passaneto di Grassuliato, i Palizzi, nel 1714 il castello venne ornato a festa per il passaggio del Re Vittorio Amedeo di Savoia.

Da allora del castello non si fa più menzione ed il tempo e le intemperie iniziano la loro opera di sistematica demolizione delle strutture fortificate.

Salire oggi sulla rupe assume così un particolare sapore di riscoperta, essa si presenta impervia e difficile con un unico sentiero che rimane per lunghi tratti coperto dalle rocce e dalla lussureggiante vegetazione, oggi in ripresa dopo un terribile incendio dell?anno scorso.

Dopo vari passaggi difficili tra il fitto delle siepi di fico d?India ci si inerpica per uno stretto sentiero che porta proprio ai piedi del resto maggiore del castello, una parete di torre munita di feritoia e poggiata su due cuspidi di roccia che la furia degli agenti atmosferici ha trasformato in un magnifico portale lanciato sul vuoto della vallata.

Più in alto si giunge finalmente al piccolo pianoro di sommità nel quale si aprono resti di passaggi sotterranei, battuti di camere, una grande stanza sotterranea alla quale doveva accedersi dal tetto.

Dappertutto si indovinano le linee murarie, qua e là scampate ai crolli ed ai danni mentre dai punti maggiormente rilevati, un tempo vere e proprie torrette di avvistamento, si gode un panorama che spazia per 360° gradi tra i paesi e le montagne degli Erei, giù sino alla vallata del Dittaino ? Crisa ed al lago Nicoletti, moderno invaso del fondovalle del Guzzetta.

Purtroppo, proprio come è stato dimostrato l?anno passato con l?ennesimo incendio ai danni della bella macchia e della fauna che in essa trova rifugio, il castello della Guzzetta, è un bene quasi del tutto dimenticato sia dalla ricerca storica, che non annovera alcuna pubblicazione scientifica in merito ne alcuno scavo o indagine conoscitiva, sia dai percorsi del turismo che, invece, potrebbero vedere in beni "extra moenia" come questo o il Tavi o, ancora il bellissimo maniero dei Gresti, luoghi di lancio dei nuovi flussi turistici alternativi al turismo balneare ed al turismo del mordi e fuggi, e capaci di rilanciare l?economia di quei produttori che si ostinano a fare sopravvivere le culture e la colture tradizionali negli aspri paesaggi delle nostre montagne.

Il castello continua invece a cadere e anno dopo anno, inverno dopo inverno, incendio dopo incendio, rischia di divenire del tutto impercettibile, sancendo così un processo di cancellazione della memoria storica dei nostri paesi che è prepotentemente in atto da tempo.

Il caso del Castello della Guzzetta ci porta a parlare di una stranezza della scienza archeologica siciliana, la mancanza di attenzione per tutto quello che non è direttamente collegato con l?archeologia classica e quindi con la grecità e la romanità.

Nonostante la grande messe di testimonianze presenti sul territorio, forse meno appariscenti e complesse di quelle classiche ma non per questo meno importanti dal punto di vista della ricostruzione storica, la maggior parte dei siti tardo antichi o medievali è rimasta o non indagata o, nei casi più fortunati, indagata solo per pervenire agli strati inferiori che custodivano le testimonianze classiche.

Così è avvenuto alla villa del Casale dove i resti del casale arabo distrutto dai piazzesi durante il Regnum normanno è oggi impercettibile al grande pubblico che non ne trova menzione alcuna, così la splendida noto Antica, paragonata dal Prof., La Rosa ad una Pompei medievale, rimane ancora oggetto di interesse di pochi che osano addentrarsi nell?intrico di rovi che copre i resti grandiosi della città distrutta dal sisma del 1693.

In Sicilia la scienza ha però dato i natali ad illustri studiosi sia delle età tardo antiche, come gli Agnello, padre e figlio, sia dell?archeologia medievale, basti pensare a Carmelo Trasselli, vero padre fondatore della archeologia medievale stessa.

Va quindi riscoperto questo filone che, tra l?altro., in provincia di Enna ha grandi prospettive di sviluppo, e che potrebbe dare nuovo risalto alle scoperte già solo portando alla ribalta le presenze bizantine e quelle arabe che conferiscono al quadro culturale siciliano una unicità introvabile nel resto d?Europa.

Lo studio e la conservazione dei castelli e dei resti tardo antichi e medievali deve, a nostro avviso, divenire una direttiva di indagine prioritaria

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Nicoletti Russo, Villa

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Bella e vasta villa di campagna di gusto settecentesco. Consta di un corpo centrale chiuso tra due corte ali simmetriche e recante uno scalone, anch'esso basato sulla simmetria a specchio. Le murature esterne sono arricchite da diverse decorazioni scolpite nella pietra e realizzate con gli stucchi ed i gessi. Tra queste compare un bel leone reggente uno scudo.

Attorno la villa, ancora in ottime condizioni statiche, rimangono i resti di un giardino all'italiana di grande valore ma oggi abbandonato e frazionato. Tra le essenze spiccano un grande Pino ad ombrello, Pinus pinea, ed un Albero di giuda, Cercis siliquaster che in primavera si carica di splendidi fiori.

Nella pianura circostante la villa si tendono i frutteti di produzione della famosa pesca leonfortese.

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Pirato, Stazione di

e

Piccola stazione ferroviaria sulla linea Catania Palermo, ebbe un grande ruolo quale scalo non solo di Leonforte ma anche di assorto, Sperlinga e Nicosia in tutto il periodo della emigrazione verso la Mitteleuropa e verso il Nord Italia. Oggi la stazione è quasi completamente chiusa nonostante gli sforzi delle due ultime amministrazioni leonfortesi. Alcuni stabili sono già in rovina e andrebbero sottoposti ad un restauro per scongiurarne la perdita. La Stazione che ancora funge da centro per il contado circostante, potrebbe riaversi dalla crisi con una utilizzazione ai fini turistici anche in virtù della estrema vicinanza alla diga Nicoletti ed al territorio di produzione della pesca leonfortese DOC.

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Sampieri, Contrada

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In questa contrada, il Fazzello, evidentemente prendendo un abbaglio, riconobbe i luoghi del tempio di Chrysas del quale parla Cicerone nelle sue Verrine e che, invece venne identificato dal Morel nei resti, oggi scomparsi, della contrada Faccialavata.

Lo "svarione" del bravo autore saccense avvenne però perché egli vide nella contrada Sampieri o Samperi, una chiesa abbandonata nella quale rinviene " tre grandi archi e nove porte", a suo avviso i resti del tempio.

La contrada Samperi, il cui toponimo è chiaramente legato alla stessa chiesa dedicata all'apostolo Pietro, si trova lungo la strada che da Enna si dirigeva a Catania passando più o meno sul tracciato oggi percorso dalla SS 121.

In diversi luoghi della contrada affiorano resti antichi ancora non meglio studiati, lembi di mura, cocciame sparso di varie epoche e, in una casa colonica posta proprio lungo la strada, abbandonati pere terra, i rocchi di alcune colonne cilindriche la cui fattura e le cui dimensioni, non particolarmente grandi, fanno pensare ad una costruzione bizantina o alto medievale.

Della chiesa vista dal Fazzello, invece, non compare più traccia, al suo posto si ergono i ruderi di una cappella non più antica di tre secoli, con una nicchia in parete di fondo.

A questo punto si può supporre che le colonne siano da attribuire alla chiesa vista dal Fazzello, una chiesa bizantina, poi distrutta e sostituita con una più piccola cappella, a sua volta abbandonata ed oggi ridotta ad un rudere. Nella muratura della cappella diruta si notano anche alcuni conci che paiono di recupero e dei quali sarebbe interessante eseguire un più accurato esame metrologico

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sant'Elena, chiesa rupestre

a

Appena fuori Leonforte, lungo la strada statale 121 che punta verso Nissoria, lì dove le case più moderne si espandono seguendo la direttrice della statale, un tempo sorgeva una colonna non scanalata poggiata su di una base rocciosa.

Oggi i resti della colonna, probabilmente settecentesca, sono in parte dispersi ed in parte conservati nel cortile di una casa posta lungo la strada statale.

Quella colonna rappresentava un segnacolo importante per la Leonforte dei tempi, essa, infatti, era il segno della antica chiesa di Sant'Elena, anzi, di Sant'èlena, con l'accento greco che caratterizza il dialetto locale nel pronunziare il nome della santa. Preesistenza bizantina, quindi, precedente alla fondazione della grande Leonforte e forse pertinente ad un piccolo gruppo di abitazioni poste nell'area circostante la Laura i cui resti secondo un contadino che ebbi la fortuna di intervistare nel 1983, sarebbero stati cancellati da una cava di pietra che ha trasformato i luoghi.

Di certo oggi rimane la chiesetta rupestre, un vano costruito tutto scavando la tenera pietra locale, con l'ingresso rivolto verso la vallata, incassato in una sorta di nartece all'aperto. In questo vano aperto è scavata una scaletta che con pochi gradini supera il dislivello tra il calpestio esterno ed il pavimento della laura, più basso di almeno un metro.

La porta è ad arco, circoscritto da un vano rettangolare e contraddistinto in chiave da un ulteriore incasso rettangolare che pare molto un alloggiamento per una falsa chiave di volta o per una iscrizione dedicatoria.

La apertura potrebbe anche fare supporre una riutilizzazione di una antica tomba a forno o a camera con chiusino in pietra e relativo alloggiamento, ma è difficile senza ulteriori indagini comprendere se l'impianto sia da ascrivere tutto ad un unico momento costruttivo o abbia segni di diverse fasi.

All'interno il vano è rettangolare, misura m.6 x 4,80 x3 ,40 di altezza, ed è in parte occupato da rifiuti e terra franata dentro, sui muri rimangono piccoli lembi di intonaco e, in una nicchia posta sulla parete alterale e concava con piccolo accenno di catino, si nota una figura di santo (o meglio di santa?) della quale rimane parte del capo ed il nimbo. A dire del barbera, l'affresco era integro sino agli anni cinquanta, ma nelle notizie date dal Bernabò Brea, che vide la Laura nel 1947 e ne scrisse su notizie Scavi e Antichità, si rileva come già allora le condizioni della decorazione pittorica erano estremamente frammentarie.

Nei dintorni si apre un'altra grotticella, adibita forse a scopi abitativi ma oggi invisitabile e con ogni probabilità destinata alla distruzione.

La santa ellenica veniva comunque venerata dai leonfortesi, segno questo di una continuità che superò il momento della fondazione e che deve far propendere per l'esistenza di un ceppo originario di popolazione poi rinforzato da altri coloni, infatti si ah certezza di funzioni e pellegrinaggi tenuti presso la laura sino al 1959 e di una interessante cantilena invocativa raccolta dal Barbera che qui cito:

" Santa Lena, Santa Lena/nun mi dati cocchi pena/Vui prigati a lu Signori/ca mi ingrana lu lavuri."

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Tavi, Castello di

 

Di fronte alla città di Leonforte, al di là della vallata del Crisa Dittaino, si erge una ripida cresta rocciosa, costituita da lenti di quarzarenite, che giunge ad una altezza massima di 517 m. s.l.m. Questa cresta conserva la più antica testimonianza della presenza umana organizzata nel Leonfortese, infatti, tra le rocce, si notano i ruderi di un castello, non grande ma certamente forte, detto Castellaccio di Tavi.

Secondo o la tradizione Tavi, o Tavaca era una cittadina sicula poi ellenizzata e probabilmente scomparsa durante le guerre autonomiste siceliote scatenate dal condottiero Ducezio (430 a.C. ca).

I ruderi che ci è dato di vedere oggi sono però pertinenti ad un castello medievale, probabilmente sorto in età bizantina e poi rifortificato dagli arabi, che doveva servire al controllo della importante vallata del Crisa e delle sorgenti copiosissime che da sempre hanno rappresentato la ricchezza dell'area. La vera Tavaca probabilmente sorgeva invece dove oggi sorge la parte più antica di Leonforte, il quartiere della Granfonte. Ivi, infatti, il tessuto urbano è del tutto differente da quello di impianto illuministico e regolare voluto da Placido Branciforti e potrebbe nascondere una preesistenza alla fondazione, il casale di Tavi.

Sulla rupe del castello si notano bocconi di possenti muraglie, una delle quali munita di una finestra quadrangolare, vani sotterranei voltati e scavati nella roccia, un frantoio ricavato direttamente nella roccia e munito di due vasche.

Il castello era certamente in uso durante il regno di Ruggero I Altavilla, infatti di esso e del casale parla il geografo Ibn al Idris nel sui "Libro di Re Ruggero" descrivendo un bel castello ed elevato fortilizio (1154).

Nel 1320 la baronia di Tavi pervenne a Ruggero Passaneto già signore di Grassuliato (un casale dei dintorni di Piazza oggi nel comune di Mazzarino CL e di Palagonia. Poi fu infeudato al Blasco Alagona, uomo di notevole potere politico nella Sicilia tardo medievale e fu poi di Antonio Ventimiglia Conte di Geraci, Passato nelle proprietà della famiglia Berlingerio di Pietraperzia con Bernardo, pervenne quale dote di nozze a Belladama Alagona sposa nel 1487 con Niccolò Melchiorre Branciforte. Nel 1610, il discendente di quest'ultimo, Niccolò Placido Branciforte chiese ed ottenne la Licentia Populandi per la Baronia di Tavi ed iniziò la costruzione della novella Leonforte.

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Leonforte, centro Storico di

u p

Leonforte venne fondata con Licentia populandi del 1610 da eseguire sul feudo di Tavi per volere di Nicolò Placido Branciforti.

Al feudo venne imposto il nome di Leonforte per indicarne la forza e per riallacciare la nuova fondazione alla storia ed al blasone della famiglia Branciforti che, infatti, reca sullo stemma gentilizio un leone che regge lo stendardo crociato, l'Orifiamma carolingia, con i monconi sanguinanti degli arti superiori mentre in terra sono le due zampe mozzate di netto. Oggi il blasone dei Branciforte campeggia nel simbolo della città.

Il principe, evidentemente innamorato dei luoghi, volle Leonforte non solo, come accadeva in genere, per incrementare le entrate e il cespite aristocratico della sua famiglia già di illustrissimo lignaggio, ma, per crearvi una sorta di corte feudale attorno la sua splendida dimora di palazzo Branciforti, un vero e proprio maniero costruito su di un bastione che troneggia sulla vallata del Crisa Dittaino e su quello che doveva essere il primo centro medievale del casale di Tavi.

La cittadina venne fondata con un impianto illuminista ancora non interamente pervaso da quei dettami che saranno categorici nelle ricostruzioni di santo Stefano di Camastra e poi dei centri distrutti dal terremoto del Val di Noto del 1693.

L'impianto prevede una grande piazza di rappresentanza posta dinanzi l'entrata trionfale del palazzo feudale, un'altra piazza a servizio della grande chiesa madre barocca, divisa dal palazzo feudale dalla strada che allora univa Enna (Castrogiovanni) a Catania. Proprio lungo questo asse viario veniva a svolgersi la nuova fondazione incentrata su di una bella piazza con impianto circolare capace di risolvere la difficoltà orografica del nuovo centro. L'asse viario, infatti, corre più o meno lungo l'asta di un vecchio torrente con evidenti problemi di gestione delle acque e di acclività delle strade che dall'asse si dipartono.

L'impianto fu in seguito ampliato semplicemente continuando a seguire l'andamento della strada regia, poi SS 121, cosicché il corso giunge ad una curva e continua sino alla contrada Sant'Elena ad oltre un chilometro dal palazzo Branciforti e dal primo nucleo di fondazione.

La cittadina, in chiaro favore per le provvigioni idriche, venne dotata dal Principe di diverse fontane tra le quali spicca la monumentale Gran Fonte, una vera e propria macchina idraulica con ventiquattro cannelle di approvvigionamento e con un edificio a parete di gusto barocco romano di notevole monumentalità. Ad essa è legato anche un lavatoio alimentato dalle stesse acque e posto sul retro della fontana.

Interessante è notare che sia nella Gran Fonte che nella facciata del Duomo di san Giovanni, vengono utilizzati elementi scultorei che sembrano ricavati da Pietra di Bibbiena, una pietra largamente utilizzata durante il periodo barocco dai lapicidi palermitani (vedi quattro canti) ma mai riscontrata in ambito ennese, che potrebbe far pensare ad una utilizzazione di maestranze e tecnici della capitale del regno.

Accanto, la chiesa più antica del paese (dedicata alla Madonna del Carmelo), probabilmente già esistente nella primitiva Tavi, dove è ancora conservata una pietra miracolosa che pare abbia salvato Leonforte dalla peste del Seicento. Risalendo la ripida strada antica che oggi porta il nome di via Garibaldi, si giunge alla chiesa di Santo Stefano caratterizzata da una bella pianta centrica di gusto barocco e dall'uso, un po? incoerente, di un campanile a cuspide maiolicata..

Nella chiesa madre, dedicata a San Giovanni battista e datata al 1641, vengono conservate delle tele di notevole valore artistico, tra le quali un dipinto di Marcantonio Raimondi, della scuola di Pietro Novelli, raffigurante la Cacciata dei mercanti dal tempio.

e dei paramenti sacri in preziosa seta interamente lavorati a mano.

Oggi il centro si è notevolmente espanso sino a raggiungere e saturare la intera contrada di Sant'Elena. Mantiene ancora le direttrici della fondazione barocca e il gusto dell'antica Leonforte si ha soprattutto nella zona posta tra la Piazza Margherita, la piazza circolare della fondazione, e la zona del palazzo Branciforti.

Qui sono anche i maggiori monumenti, il Duomo, di cui si è detto, il palazzo, con una gigantesca mole quadrata, parzialmente merlata e posta su un bastione con torrette piene angolari, oggi deturpato da una ricostruzione del lato destro del quadrilatero e da un abbandono e da un'incuria veramente colpevoli. E', ad esempio, scomparso il camminamento su archi che univa il palazzo alla chiesa di Sant'Antonio consentendo ai Branciforte di raggiungere la chiesa e di seguire le funzioni senza mai uscire dalle proprie case.

Nella piazza del palazzo, non a caso detta la cavallerizza, sorge anche la vecchia scuderia dei signori, un bellissimo edificio barocco, con portone sormontato da un busto marmoreo che raffigura il principe.

Ivi erano le scuderie e le carrozzerie di casa Branciforti e venivano ospitati i cavalli le carrozze degli innumerevoli illustri ospiti della corte principesca.

Oggi la Scuderia è abbandonata e deturpata da interventi a dir poco barbarici. Attende un giusto restauro e una utilizzazione consona ad un edificio di queste linee.

L'area antica ha, infine, oltre alle chiese ed ai conventi, un bel monumento della società leonfortese, in un basso di un palazzo della zona, è ricavato un vasto locale arcuato ed aperto sui due lati corti ove è ospitata la pescheria comunale. Anche questa abbandonata e dimenticata.

Da visitare anche San Giuseppe con affreschi del Borremans, il convento dei Cappuccini. qui era custodito un trittico del Beato Angelico poi trafugato mentre rimane una bella pala opera del Pietro Novelli che raffigura l'elezione di Mattia Apostolo e che sovrasta un tabernacolo ligneo realizzato da frate Angelo da Mazzarino.

Ai piedi dell'altare una lapide in bronzo copre la sepoltura del principe Branciforti, mentre nella navata accanto un monumentale sarcofago di marmo lidio sostenuto da quattro leoni, I quali ritti posano su di un piedistallo. qui si legge la seguente epigrafe:

" Catharina Frabritii Branciforti, Buterae et Petrapertie principis, Militelli, Licodiae et Barrafrancae March Grassuliat, et Mazzareni comitis etc. Hispanarum Magnatis Aurei Velleris Aequitis in Sicilia princibus primi filiae digniss Nicolai Placidi item Branciforti Leonfortis Principis Raccadinae Comes etc. Sibi annos viginti tres conviventi et sobolem clarisimam educenti. Anno vitae XLIII et mense VIII Leonforti abeunti coniux coniugi. Amantiss, Posuit. Foeminae in mortis abeundae contemptu fortiss, in coelestibus sperandis costantiss" Anno salutis MDCXXXIV

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Mulino, Nuovo

a

Mulino ad acqua posto proprio all'entrata di Leonforte dal lato della spettacolare Gran Fonte della quale i macchinari molitori utilizzavano le acque.

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Scannaso, contrada

a

In questa area, posta ai piedi della contrada Picinosi (v. s.v.) Luigi Bernabò Brea rinvenne alcune sepolture a grotticella pertinenti ad un abitato dell'età del bronzo il cui sito non è stato identificato.

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Vanadia, Masseria

A

V. s. v. Canalotto

NISSORIA

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Bommaurro, Contrada

a

Nominata a volte anche come Bonauro, la contrada ed il monte che la caratterizza, si trova a metà strada lungo la SS 121 tra i paesi di Nissoria e di Agira. Sulla parte sommitale dell'elevazione si osservano dei resti di una costruzione evidentemente fortificata, di probabile origine medievale che dovrebbero appartenere al castello di Bommaurro. Secondo il Gangi, studioso di storia medievale siciliana, il feudo faceva parte di una zona boscata, oggi scomparsa, detta "Bosco di Diana".

Il feudo fu di proprietà di Rainaldo Di Sano, al quale venne affidato dall'Imperatore Federico II insieme con il feudo vicino di Picinosi.

Numerose sono le tombe preistoriche a grotticella ed a forno, accompagnate da resti di fosse terrane certamente più recenti. Secondo il Cacciato Insilla, l'area è interessata anche da reperti di periodo castellucciano.

Rimane una piccola costruzione a pianta quadra con finestrella laterale che appare proprio come una torre di difesa.

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Caporetina, Masseria

e

Posta a 602 metri sul versante orientale del Monte Scopino, la masseria domina la parte finale della vallata del fiume di cerami, una splendida valle fluviale che mantiene ancora in larga parte le sue caratteristiche naturali originarie. Il corpo della masseria presenta un grande edificio a pianta rettangolare con una corte centrale attorno la quale sono distribuiti sia gli alloggi padronali che le strutture di servizio alle lavorazioni. La masseria ha un uso prevalentemente zootecnico.

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Castiglione, Rocche di

a p

Tra le tante guglie quarzarenitiche dell'area di Gagliano Castelferrato e del nissorino, quelle delle Rocche di Castiglione paiono rappresentare degnamente la categoria. Si presentano come una lunga teoria di guglie modellate dall'erosione e poste a guardia delle giogaie del Cimarosa proprio sopra la contrada detta Timpa di Serlone. La più alta di queste guglie, che gode della maggiore visione panoramica, giunge ai 647 m. s.lm. e presenta una serie di segni della utilizzazione umana come torre di avvistamento e segnalazione. Sulla roccia, infatti, ho potuto constatare la presenza di gradini, piccole cisterne a pianta circolare ed un abbozzo di piattaforma proprio sulla cima della guglia.

Queste lavorazioni, indatabili senza uno scavo accurato, mi hanno fatto propendere per l'ipotesi di un uso medievale della guglie, sarebbe fascinoso dimostrarlo, per posizionare su di essa quei guerrieri arabi che riuscirono a sconfiggere, alleati della sorpresa, il cavaliere normanno Serlone ed i suoi nella vallata sottostante.

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Manca di Pomo Contrada

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Qui venne ritrovato un grande orcio apparentemente di epoca romana, seppellito all'interno della sua buca originaria (tutti questi grandi recipienti venivano in genere utilizzato dopo essere stati inseriti all'interno di fosse apposite onde scongiurarne la rottura) e pertinente ad una struttura rurale classica poi scomparsa.

L'orcio ha un diametro di un metro e trenta centimetri ed un'altezza di un metro e sessanta centimetri. Scavato a spese del Comune di Nissoria nel 1977, venne trasferito nel municipio dove è conservato.

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Musa, contrada

n p

La porzione settentrionale del territorio di Nissoria giunge al Villaggio della Musa, una serie di case rurali distribuite lungo la direttrice della natica Regia trazzera Centuripe Nicosia. Qui è presente una chiesa, oggi in forme moderne, ma esistente anche in passato, che funge da richiamo centripeto per le case e la gente del luogo.

Di notevole importanza naturalistica e paesaggistica è, invece, la zona posta a monte della Musa e delle sue case, qui sul monte Scopino, sul monte Bavoso e sulle alture della musa, si stende una delle aree naturali più interessanti e meno conosciute della provincia di Enna.

L'area può essere delimitata facilmente dalle due valli convergenti del fiume salso Cimarosa che scende da Sperlinga e del Fiume di cerami, con il vertice in corrispondenza della loro confluenza nella contrada timpa di Serlone.

Le alture dell'area sono di altezze comprese tra i 1617 m.s.l.m. della punta Musa e gli 826 m. s.l.m. del Monte Scopino.

Gran parte delle contrade è coperta da un bosco naturale solo in parte antropizzato con porzioni di popolazioni a Sughera ed a Cerro sughera.

Al giorno d'oggi, abbandonata in gran parte la coltivazione della sughera, i pastori procedono a tagli indiscriminati e non di rado si arriva all'incendio e quindi alla perdita di sempre maggiori porzioni del manto originario. D'altro canto dalle vallate fluviali incalza l'avanzata degli eucaliptus, qui piantati per la difesa del bacino del Cimarosa concorrente alla formazione del grande invaso del Pozzillo, ma feroci antagonisti della flora arborea autoctona. Bellissimo anche il corso del fiume di cerami, che, nonostante sia stato in parte deturpato per la creazione di strade di accesso alle diverse pompe metanifere della zona, mantiene ampi tratti di carattere selvaggio e di grande effetto paesaggistico.

Tutta l'area dovrebbe essere al più presto sottoposta ad un accurato studio ed alla creazione di una apposita riserva naturale orientata a difesa della naturalità dei luoghi.

  Ni

Nissoria, Centro Storico di

u p

La prima notizia che potrebbe essere legata alla cittadina di Nissoria la si ha in un autore del VII secolo d.C. tale "geografo Ravennate" che in una sua opera geografica, appunto, descrivendo degli itinerari siciliani cita la Statio Nysura.

Successivamente la statio non trova ulteriori conferme e testimonianze anche se, parlando delle fortezze e dei villaggi dell'area viene citato un Qalat Musariah, sottomesso da Ibn Fadl nell'861 e posto vicino al Qasr el Hedid (il castello di Ferro e cioè Gagliano Castelferrato). Il toponimo arabo di Musariah, potrebbe essere una allitterazione di Nusuria, Nysuria, ma anche essere ricordato dalla contrada Musa, posta sempre in territorio di Nissoria solo un po? più a nord e molto vicino a Gagliano Castelferrato.

Certamente la frequentazione dell'area ove oggi sorge Nissoria è, comunque legata all'area delle Contrade Torre e Picinosi, che, come si dice nelle relative schede, sono chiaramente sede di un insediamento che prelude le mosse dalla tarda età del rame e giunge almeno all'età bizantina se non addirittura all'alto medioevo normanno.

Alla fine del XI secolo diversi feudi della zona vengono dati al conte Pagano de Parisi, il quale li tiene sino al 1209 per poi farne dono alla chiesa di Santa Maria la Latina della vicina Agira. Tra le diverse terre citate nella regalia compare la chiesa di Santa Maria de Nissorino, sorta subito dopo la conquista normanna nell'omonimo casale.

Da questo momento il casale Nissoria inizia una lunga serie di passaggi di mano. Sarà del Conte Virgilio de Catania, poi, nel 1299, dei De Sano, di Giovanni de Taranto, Logoteta e giudice, (1398) di Giovanni de Marchisio, 1399, dei de Marchisio di Scaletta sino al 1647 poi alla principessa di scaletta Felicia Marchese Speciale e quindi del di lei figlio Francesco Roderico Ventimiglia principe di Castelbuono e marchese di Geraci.(1687) Il feudo rimane dei Ventimiglia Aragona Pignatelli e Moncada sino al 1735 anno in cui il feudo passò a Antonino Alliata curatore del giovane Francesco Rodrigo Ventimiglia, Aragona e Moncada di Paternò.

L'ultimo dei feudatari dello stato di Nissoria sarà Giovanni Luigi Moncada Ruffo che nel 1812 dovrà per legge rinunciare al mero et misto imperio pur tenendo i titoli dei suoi vari feudi.

In questa catena di successioni che vanno dalla dinastia Altavilla sino alla dinastia dei Borboni di Napoli, il vecchio casale di Nissoria si rimpicciolisce e quasi scompare tant'è che Francesco Rodrigo Moncada Ventimiglia Aragona chiede di potere rifondare il casale in un diverso luogo, circa due chilometri a sud est del vecchio casale, in posizione maggiormente favorevole all'attraversamento della vecchia strada per Catania e, anche viste le diminuite esigenze difensive, in luogo più pianeggiante e conveniente.

La Licenza a popolare sembra giungere nel 1746 dopo aver superato le notevoli proteste della città demaniale di Agira, del principe di Scordia e signore di Leonforte, e del Conte di Assoro, Valguarnera, i quali non avevano alcuna intenzione di accettare supinamente la costruzione di un nuovo borgo proprio alle mura delle loro cittadine.

Il paese certamente dovette avere un impulso notevole vista la costruzione immediata della chiesa madre e, soprattutto la collocazione di diverse famiglie provenienti da altri paesi nelle nuove case volute dal signore del feudo. (persino 128 famiglie di Centuripe).

La fondazione del nuovo centro venne studiata con un asse stradale centrale maggiore in corrispondenza della strada Enna Catania, da questa si dipartivano diverse vie ortogonali con una via maggiore in funzione di decumano dipartentesi da un'unica piazza quadrata attraversata dalla croce di strade. Sulla strada maggiore trovò posto la chiesa Madre, dedicata a san Giuseppe e degnamente arricchita dai principi. Le case della parte centrale del paese vennero addirittura chiuse all'interno di un muro di cinta munito di porte a cancello che venivano regolarmente chiuse al vespro.

I principi procedettero poi alla costruzione del loro palazzo, in sostituzione della residenza di contrada Torre (oggi distrutta), il palazzo rimase però incompiuto e dopo le spoliazioni e le distruzioni del secolo XX ne rimane una misera porzione inglobata in alcune case della Via Roma.

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Perciata, Contrada

a

v. s.v.

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Picinosi, Contrada

a

A Nord Ovest di Nissoria, si alzano le colline dette di Picinosi, poste tra il territorio comunale nissorino e quello di Leonforte e lungo la strada Leonforte Nicosia. La cima maggiore dell'area raggiunge gli 823 m. s.l.m. ed è detta Cozzo Edera o Cozzo dell'edera. Da qui si domina l'alta valle del Dittaino con le sue scaturigini. Lungo la strada controllata da queste alture viaggiava gran parte del grano prodotto dalle poleis siceliote dell'area e portato, sia durante l'epoca romana che come durante tutto il medioevo, anche ai caricatori della costa nord della Sicilia. Halaesa (od. Tusa). Di questo traffico è testimone Cicerone che nelle sue Verrine parla proprio del tragitto compiuto dai grandissimi carichi verso le navi romane e quindi verso l'Urbe. Sulle colline dei Picinosi, ove la tradizione poneva un cimitero s

Esse sono sia a fossa con controfossa per l'alloggiamento dei lastroni, riunite in una sorta di cimitero sub divo, sia a forno, con camera a pianta circolare e appartenenti all'età del Bronzo.

Interessante si rivelò, alla indagine dei francesi, la scoperta di alcune tombe parzialmente intatte, tra l quali una aveva la pianta di una tomba a forno ma non presentava la concavità di copertura rimanendo a cielo aperto. Tale caratteristica, che potrebbe essere dovuta anche ad azioni successive, lega però il manufatto ad altre tombe similari scoperte tra le rocce della rupe atenea di Akragas e similari anche nel corredo. (P. Marconi "Tombe sicule a forno sulle pendici meridionali della rupe atenea N.S.A.).

La tomba venne riutilizzata durante l'antichità e, allo scavo del Morel dimostrò di contenere gli scheletri di almeno cinque diversi individui inumati e in parte cremati. Il corredo presentò una lama di un pugnale bronzeo con borchie, simile a armi del periodo di Pantalica Sud e tre Oinochoaes con becco trilobo databili anch'esse al IX secolo a. C.

Un'altra tomba a fossa, violata nell'antichità conteneva resti di una sepoltura di bimbo databili al II III sec. d. C. con una probabile riutilizzazione della cavità tombale.

Oggi parte della necropoli è stata distrutta dalle ruspe e ne sopravvive una porzione posta intorno le case Parano, in una area a gariga di scarsissimo interesse agricolo ma di un certo fascino paesaggistico. Qui, nella roccia affiorante si leggono le forme di alcune tombe a fossa, a volte bisome, di tombe a grotticella con dromos o con vano i accesso. Sul suolo, raramente, si rinviene qualche coccio che, qualora leggibile, pare appartenere alla cultura del Finocchito. Inoltre si notano minuscoli frammenti di vetro e ceramiche ellenistiche e romane.

Nel cozzo Edera , invece, si aprono delle cavità oggi parzialmente sconvolte che presentano l'aspetto tipico dei grottoni di abitazione bizantini, entrata quadrangolare con leggera rastremazione verso l'alto degli stipiti e stanzone a pianta quadra. Una delle grotte, purtroppo crollata, parrebbe essere stata scavata con una volta a botte e con un accenno di abside nel fondo.

Si intuisce quindi una doppia periodizzazione della frequentazione, un primo momento nella preistoria con genti dell'età del bronzo e della prima età del ferro, poi, dal II III secolo d. C. una nuova utilizzazione dell'area e quindi dell'antico sepolcreto da parte di un gruppo essenzialmente rurale che continuò a vivere nell'area almeno sino all'età bizantina.

Il Morel individuò nel centro, i cui resti abitativi sono ignoti, la antica città di Imachara, ricordata da molte fonti ed attestata sia da alcune monete che da un caduceo bronzeo ritrovato in un'altra contrada dell'agro nissorino e recante la incisione "IMACARAIWN DAMOSION" . Certamente l'area testimonia la continuità abitativa nei dintorni di Nissoria, e quindi la veridicità se non della antica Nysura, quantomeno della esistenza ab antiquo di un paese poi rifondato sul sito odierno.

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Sarro, Timpa di

a

Il luogo, di grande fascino naturale, venne ampiamente degradato a partire dagli anni sessanta quando una cava di pietra si accanì proprio contro una grande emergenza quarzarenitica che si alzava isolata dal centro delle giogaie del Salso Cimarosa (a. Kiamosoros) e del fiume di Cerami suo tributario. Era questa la Rocca di Sarro o Timpa di Serlone, grande, secondo le fonti, una sessantina di metri in altezza ed una quarantina in diametro.

Qui all'inizio dell'ottocento lungo la regia trazzera Nicosia Centuripe, venne ritrovato, per fortuna non trafugato, un bel Caduceo Bronzeo con inciso, sul lungo manico il motto: "IMACARAIWN DAMOSION". La scoperta fece il giro delle principali riviste archeologiche dell'epoca e riaprì la questione della identificazione di Imachara. La città, che Fazzello aveva addirittura identificato con la lontana Vendicari, doveva essere certamente nell'area dell'ennese anche perché veniva ricordata da più fonti, e soprattutto da Cicerone, in concomitanza con le altre risaputamente della zona (Henna, Assoros, Morgantina Agyrion).

Si giunse a sostenere che il sito di Imachara fosse proprio a rupe della Rocca di Sarro, nel cui rocce il nicosiano A Barbato, rinvenne una serie di sepolcri sia a fossa che a forno.

La tesi del Barbato venne poi accolta anche dal Pace e solo con la fine del secondo conflitto mondiale il Bernabò Brea poté sfatare il clamoroso errore. Egli, portatosi nell'area, si accorse che lo sperone roccioso era evidentemente troppo piccolo per poter essere il sito di qualsivoglia insediamento e men che meno di una polis di chiara importanza come Imachara. L'area era tra le altre cose del tutto indifendibile, infatti, proprio lì avvenne nel secolo XI un sanguinoso agguato ai militi di Serlone, nipote di Ruggero Altavilla il Gran conte, che perì con i suoi uomini sconfitto dalle gualdane saracene e che lasciò il nome alla contrada.

Oggi dello sperone rimane unicamente un buco spesso riempito dalle acque dei fiumi, e in parte ostruito dai resti arrugginiti delle macchine da cava.

Il Morel volle identificare Imachara con i resti della contrada Picinosi (v. s.v.)

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Torre, Contrada

a

A poca distanza dalla contrada Picinosi sorge l'area della Contrada Torre, il cui toponimo fa già pensare ad una presenza fortificata antica.

In effetti diverse sono le testimonianze archeologiche della antica frequentazione dell'area, sia delle fosse per la sepoltura nelle quali sono stati trovati resti di corredi indigeni che tombe di periodo romano e bizantino, ma soprattutto il fortilizio medievale i cui resti sono ancora visibili ed il bellissimo tesoretto bizantino ritrovato nel 1953.

Quest'ultimo, conservato nella sezione numismatica e di arte orafa del Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi di Siracusa è pertinente ad una sepoltura femminile del VI VII secolo d.C.

Ivi furono raccolti diversi gioielli tra i quali, Una collana d'oro con smeraldi e perline vitree, oltre che diverse gocce di ametista, 2 paia di orecchini, due anelli. Nella stessa zona vennero alla luce, ma in strati non pertinenti alla sepoltura, un follaro di Guglielmo I del 1156 in rame ed un soldo di Vittorio Amedeo di Savoia.

PIAZZA ARMERINA

  PA.

Albana, Contrada

a

Al confine con il territorio comunale di Barrafranca ed in prossimità del centro abitato, su di un modesto rilievo, sorgono i resti della contrada Albana. Tra essi compaiono, diverse testimonianze sia murarie che di suppellettili che fanno ipotizzare un anonimo centro siculo ellenizzato. I resti non sono stati mai indagati in maniera scientifica ma la permanenza sembra continuare sino al periodo ellenistico ed al primo periodo romano repubblicano.

Un successivo casale medievale, sorto nell'area, sembra essere testimoniato da un lungo muro che i contadini barresi identificano come "U Tribigliuni". Il feudo dell'Albana fu dato da Enrico di Policastro la Monastero della Valle di Giosafat nel 1112 quale rendita.

Successivamente il feudo venne a trasformarsi in un complesso monastico rurale che divenne Priorato di san Nicolò di Albara, menzionato anche in diplomi di Re Federico d'Aragona emanati ad Enna nel 1309.

Oggi nulla rimane in luce delle strutture che apparterrebbero a questa fondazione medievale qualora la stessa debba identificarsi nell'area suddetta.

  pa

Berretta, mulino della

a

Sorgeva nella vallata del torrente che dalla Madonna della noce aggira il centro storico di Piazza Armerina e diviene Nociara tra i monti di Armerino e di Mangone.

Qui l'impianto molitorio., in batteria con quello di Sant'Andrea, doveva servire gli abitanti della città.

Oggi il mulino, seppure abbandonato, rimane in condizioni tali da poterne proporre un recupero a fini museali. Interessante è il suo canale di lancio.

  PA

Braemy, Masseria

a e

Resti di una fattoria tardo ellenistica utilizzata, probabilmente a fini oleari e vitivinicoli anche nel successivo periodo romano imperiale. I resti non sono ancora indagati scientificamente.

  PA

Cappuccini Vecchi

a

Struttura conventuale extra moenia posta a nord dell'abitato di piazza in un'area oggi soggetta ad una selvaggia "rapallizzazione". La casa conventuale, piccola ed abbandonata, non presenta più alcun apparente interesse artistico né di utilizzazione a fini turistici.

  PA.

casale, Villa del

a

Nella vallata del Nociara, laddove il torrente acquista maggiori dimensioni e piega decisamente verso sud, sorgono i resti di uno dei più grandi, ma soprattutto dei più interessanti resti archeologici della romanità.

E' in questo luogo ameno, infatti, che sono stati ritrovati, seppelliti da metri di detriti alluvionali e dai resti delle altre epoche, i ruderi di una vasta villa privata di età imperiale romana.

La Villa, detta del Casale perché sui suoi ruderi venne a sistemarsi un vero e proprio villaggio prima abitato da cristiani sudditi dell'impero di Bisanzio e poi da popolazioni islamiche, si presenta oggi come una lussuosissima dimora la cui maggiore evidenza è pertinente al IV secolo d.C.

Questa villa doveva essere la residenza di un vastissimo latifondo di proprietà di una famiglia della classe senatoriale, se non addirittura di qualche esponente di gens imperiale, ed aveva nella vicina Massa Philosophae, oggi ricadente in territorio di Mazzarino (CL), la sua statio lungo la strada pubblica Catania Agrigento. Questa relazione, già intuita dai primi indagatori della villa, venne ulteriormente confermata dal ritrovamento di laterizi di copertura del tetto del monumento con bolli pertinenti la statio di Filosofiana.

Il primo insediamento nell'area è databile al II secolo d.C. e, per quello che ci è dato di sapere dagli studi stratigrafici (v. il testo di A. Carandini "Massa Philosophae") questo insediamento constava di una villa privata per otium con annesse strutture di produzione agricola.

Questa villa, probabilmente cambiata di mano, venne enormemente ampliata e diversificata nella forma durante l'ultimo regno di Diocleziano imperatore.

Architettonicamente essa si compone di quattro diversi complessi posti a diverse altezze su terrazze artificiali costruite seguendo l'andamento del terreno che naturalmente degrada dal pendio del Monte Mangone sino alla vallata del Nociara.

Questi quattro corpi sono, dal basso verso l'alto, l'area delle terme, con un interessantissimo edificio termale nel quale sono visibili sia i resti dl precedente insediamento del II secolo che la tecnica utilizzata per il riscaldamento delle acque e degli ambienti mediante ipocausto. In questo livello si trova anche una grande latrina collettiva che stupisce per le sue dimensioni ma anche per l'uso, appunto collettivo, della stessa.

Più in alto si apre un grande peristilio rettangolare sui cui lati lunghi si innestano le diatae (ambienti di soggiorno). Questa zona è quella che ricalca con maggiore fedeltà la logica della Domus, il peristilio con un accesso monumentale, con le stanze dedicate ai penates e con le diatae distribuite attorno questo ambiente aperto, qui al Casale dotato di una grande fontana centrale con statue. Un terzo terrazzo comprende uno xystus, un cortile colonnato ellittico, che si apre su di una sala tricora la cui pianta è estremamente interessante per le corrispondenze con le posteriori tricore religiose, ma il cui uso qui al casale è assolutamente privato e laico.

N alto, infine, sia distribuiscono gli ambienti dell'abitazione privata del dominus, con le stanze munite di alcova, ed una grandissima sala basilicale, utilizzata di certo per i ricevimenti ufficiali, pavimentata con uso di marmi policromi, e utilissima per lo studio dello sviluppo delle sale basilicali nella tarda antichità. Questa ultima terrazza più alta viene raccordata al grande peristilio mediante un lungo ambulacro , detto della grande caccia per le meravigliose decorazioni musive che ne ricoprono il pavimento ed aperto sul lato Ovest al peristilio e sul lato est, con una scalinata e un colonnato simmetrico a quello del peristilio alla grande sala basilicale.

Intorno a questi corpi si rinvengono altre costruzioni minori, un acquedotto, una latrina esterna, un grande cortile rettangolare, tutti pertinenti alla stessa villa ed un tempo inseriti nel vasto giardino che doveva caratterizzare la bellissima abitazione aristocratica.

Secondo le teorie del Lugli, grande conoscitore dell'architettura romana, la villa, che comunque si presenta come un complesso funzionalmente unitario, dovette svilupparsi in diversi momenti tra il 280 ed il 380 a.C. e quindi per circa tre o quattro generazioni di proprietari. Il primo impianto dovette essere quello della nuova villa rustica, alla quale vennero collegate le terme, poi venne costruito il palazzo dell'abitazione, poi lo xystus l'aula tricora ed infine la grande aula basilicale absidata.

La decorazione musiva, che si stende per oltre 3500 metri quadri con un appartato che è di gran lunga il maggiore mai scoperto in un monumento privato dell'antichità, presenta ulteriori problematiche sia di datazione che di attribuzione e di comprensione.

Certamente ciò che risalta agli occhi del visitatore normale è il grandissimo effetto scenografico di questa scelta decorativa che è lontana dalla nostra idea di pavimento, l'ultimo luogo da decorare in una casa.

Ugualmente d'effetto e la paganità delle stesse decorazioni che prepotentemente si afferma quasi a volere sottolineare la appartenenza ad un mondo romano e classico che oramai, sono gli anni precedenti al regno di Costantino ed al suo editto, vive solo nella nostalgia di alcuni esponenti delle classi senatoriali ed imperiali.

Lotte di Titani, amorini vendemmianti, cacce, ludi circensi, sono una sorta di compendio dei momenti migliori della vita del romano nel periodo imperiale e, a parte il grandissimo valore documentale degli stessi, danno una idea un po? anacronistica di come doveva essere il mondo romano del IV secolo d.C. del resto va ricordato che già tempo addietro, quando l'Imperatore Gallieno era stato sonoramente sconfitto e fatto prigioniero dal Re dei parti Sapore, questi gli chiese come mai durante il suo regno avesse potuto bandire una persecuzione ferocissima dei cristiani visto che i suoi uomini, militi ed ufficiali erano tutti credenti della nuova religione.

Il mondo aristocratico viveva allora una sorta di assedio ideologico e culturale, assedio in parte vinto dall'intelligenza e dalla perspicacia di Costantino ma che avrebbe dato, nel tempo, persino il rigetto dell'Imperatore Giuliano, detto l'Apostata.

Una diversa questione è quella aperta dalla metodologia degli scavi e della tutela della Villa. Essa, infatti, venne scavata dando troppa attenzione alla romanità e dimenticando le giuste misure di comprensione delle strutture posteriori che su di essa avevano trovato sviluppo. Fu per questa fretta nello scavo dei resti imperiali che la villa perdette parte della possibilità di comprendere il suo aspetto nell'alzato. Oggi possiamo solo supporre la presenza di piani superiori, possiamo solo in parte tentare di ricostruire le coperture della grande sala basilicale. Ugualmente la scarsa attenzione alla conservazione portò alla costruzione di una enorme struttura di copertura in materiale plastico trasparente, una serra montata sulle antiche mura, che, tentando di ripetere le forme delle coperture originarie, ha causato un progressivo disfacimento dei resti delle decorazioni murali, affreschi e colorazioni, che sarebbero state forse di minore impatto sul profano ma di grandissima importanza per lo studio della pittura nel periodo romani visto che pochissime sono le testimonianze ad oggi pervenuteci e soprattutto concentrate sui periodi testimoniati a Pompei o nelle case imperiali sul Palatino.

Al Casale va fatto quindi un esercizio di tecnica dello scavo archeologico ma anche di "politica" dello scavo, qui va, una volta per tutte, abbandonata l'idea che si debba congelare il periodo apparentemente più importante di un bene monumentale, o l'aspetto più eclatante dello stesso, per giungere invece ad una visione complessiva dei fenomeni e dei contesti storici, l'unica che a lungo andare può veramente conferire ruolo al bene culturale.

  PA

Cunazzo, Masseria

e

Grande struttura agricola di forme moderne e funzionaliste. Domina una vasta area di colline dolci coltivate essenzialmente con il ciclo della cerealicoltura. L'aspetto prevalentemente "produttivo" della struttura pone la stessa quale ottima candidata per una eventuale "fattoria scuola per l'area. Va detto che la fattoria è nel comune di Piazza Armerina ma in un'area che come sfera di influenza culturale e come appartenenza delle maestranze e assolutamente valguarnerese.

  PA

dell'Elsa, Masseria

e

Struttura rurale posta nella vallata del Torrente Elsa, in prossimità degli ultimi lembi di una antica copertura boschiva della quale oggi rimangono piccoli tratti. L'area doveva fare parte del feudo della gatta (v. s.v.)

  PA.

Frìddani

a e

Il sito dell'odierna grande masseria di Frìddani, uno dei più grandi centri rurali non urbani dell'area del GAL, sembra essere stato utilizzato come fattoria sin dal periodo ellenistico. In tal senso testimonierebbero le diverse segnalazioni raccolte nell'area di resti ellenistici e romani.

Oggi la masseria consta di due corpi a pianta rettangolare, giustapposti in sequenza ed entrambi muniti di cortile interno, a questi si lega una cappella privata. La lettura della pianta del corpo maggiore dà adito ad una ipotesi interessante, infatti se nell'alzato non si legge alcun accenno a strutture medievali, si ha l'impressione che la pianta ricalchi la forma di un castelletto con due torri angolari in aggetto rispetto il lato corto libero della costruzione.

  PA

Gallinica, Contrada

a

La contrada, raggiunta dalla strada Piazza Armerina Mirabella Imbaccari, e servita sino a qualche tempo fa anche dalla ferrovia con una apposita fermata, era il luogo di un casale attestato con il nome di Gallinica sin dal medioevo.

Il Casale venne infeudato come prima dotazione al Priorato di Sant'Andrea di Piazza sino dall'anno della sua cessione all'Ordine dei cavalieri del santo Sepolcro.

Il casale, forse con altro nome, ma più probabilmente con un assonante nome greco (Kallì = bella / nika = vittoria?), era abitato in periodo tardo romano e bizantino così come testimoniano i pochi resti in vista di una necropoli cristiana.

  PA

Gatta, Masseria di

a

Tra le colline sabbiose poste a cavallo tra il Monte della Scala e le alture di Piazza, sul crinale occidentale del Colle dell'Omomorto, sino al 1394 sorgeva il feudo di Agata o della Gatta. Era questo un casale fortificato e controllato da un piccolo castello, forse semplicemente una torre.

Storicamente le prime notizie del casale si hanno per una concessione che l'imperatore Federico II Hohenstaufen fa al nobile fiorentino Scaloro degli Uberti, Conte di Assoro, di un Casale di nome Gatta o Agathae, nel territorio della città di Piazza. Alla fine del XIV secolo, instauratosi il regno dei Martini, la famiglia latina degli Uberti finì per soccombere e perdette le investiture, i casali di pertinenza ubertiana vennero rasi al suolo ed i loro abitanti deportati. Fu così che del feudo della Gatta rimase il nome e la tradizione, tramandata in Piazza dai discendenti di quei deportati di quei tempi bui.

Oggi sul luogo del casale sorgono i resti, maltrattatissimi di una grande masseria fortificata. Di questa, grande impressione fa il portale centrale di gusto prerinascimentale, uno dei cantonali con le bugne lavorate a rilievo, alcune finestrature. Tempo addietro dovetti constatare come l'interno della masseria fosse stato sconvolto da crolli riconducibili a furti di materiale lapideo di pregio e che addirittura la corte era stata utilizzata come deposito clandestino di carcasse di automobili di dubbia provenienza.

Di certo il casale continua la sua lenta strada verso la cancellazione, perché nulla è stato fatto r preservarne i resti dalle ingiurie del tempo e soprattutto degli uomini.

  PA

Gatta ,Mulino della

a e

Pertinente alla omonima masseria fortificata, il mulino è posto alla quota di 367 m.s.l.m. lungo la valle del torrente di Agata o Gatto. I ruderi sono ancora in condizioni tali da consentire un eventuale recupero museale.

  PA

Gatta, Torre della

a

V. s.v. gatta, masseria della;

  PA

Geraci, Masseria

a e

La zona interessata dalla masseria dal nome greco, (che peraltro si ripete in diverse località della Sicilia e della Calabria e, non lontano da qui anche nel comune di Enna), sembra il luogo di una presenza romana a carattere rurale assimilabile molto probabilmente ad una fattoria per la produzione cerealicola ed olearia.

  PA

Grottacalda, Miniera di

a

Posta nella larga, omonima vallata, tra i centri di Valguarnera, Enna e Piazza Armerina, ma ricadente per intero nel territorio comunale di quest'ultima, la miniera di Grottacalda si presenta come una città mineraria fantasma agli occhi del visitatore contemporaneo.

Oggi, dalla strada Turistica Provinciale Bivio Ramata, Bivio Furma, si avvistano i tanti ruderi ed i caseggiati solo in minima parte restaurati e rifunzionalizzati, che fino a qualche decennio fa pullulavano di migliaia di minatori, operai, tecnici, carrettieri, mercanti, venditori e carusi.

Della parte ipogeica della miniera sopravvivono decine e decine di bocche di pozzo, sia adibite alla areazione che munite di piani inclinati per le discenderie, le prime e più primitive vie di accesso ai compartimenti, che, ancora, con i più moderni ascensori verticali, un tempo muniti di grandi strutture in legno e metallo con gli argani a trazione elettrica o a vapore.

Tra i tanti resti, molti dei quali di particolare interesse architettonico, risalta una bellissima ciminiera con corona terminale, realizzata con mattoncini di cotto rosso ed il bellissimo Pozzo verticale Mezzeno, di gusto neoromano e di particolare perizia costruttiva.

Tutta l'area di Grottacalda, oggi in parte rivitalizzata dalla creazione di una azienda agrituristica in alcuni degli edifici della miniera e dalla apertura di un Disco pub nell'antico cinema dei minatori, dovrebbe essere definitivamente inclusa nella delimitazione del parco minerario di Grottacalda e Floristella, che già vincola e gestisce la vicina Floristella e la vecchia miniera di Gallizzi.

Tale scelta, non precluderebbe eventuali utilizzazioni a fini turistico ricreativi dei resti ed anzi inserirebbe anche le attività e gli investimenti dei privati in una logica comune certamente più sostenibile sul medio e lungo termine.

Alla zona mineraria fanno da corollario la masseria di Roba Grande, vera e propria masseria villaggio, con corte centrale e chiesa e la stazione ferroviaria.

  PA

Gullé, Masseria

e

Piccola struttura rurale posta sul versante di Sud del monte Navone.

  PA

Leano, Eremo di

a

Piccolo eremo settecentesco di proprietà della Curia vescovile di Piazza Armerina. È rimasto per molto tempo abbandonato ed ha subito diverse ingiurie del tempo e degli uomini. Difficilmente raggiungibile a causa della precarietà della strada di accesso, oggi si avvia ad un recupero voluto dalla stessa Curia verso una rifunzionalizzazione, sempre in chiave ecclesiastica, della struttura.

  PA

Madonna della Noce

a

La piccola chiesa è posta "a guardia" spirituale dell'importante quadrivio tra le strade Piazza Armerina Enna, Piazza Armerina Aidone e Piazza Armerina Barrafranca. Le semplici linee architettoniche della chiesetta fanno da contrappunto alla originaria amenità dei luoghi, oggi in gran parte deturpati dal passaggio della SV 117 nord Sud con i suoi viadotti e da diverse moderne strutture d'uso commerciale ed industriale che hanno occupato la parte di pianura prossima alla città di Piazza.

  PA

Manganello, Monte

a

Vicino a Montagna di Marzo, anche questo monte sembra essere stato il sito di un più piccolo insediamento indigeno ellenizzato. Sui suoi fianchi compaiono ancora resti di tombe mentre la cima tradisce parte delle opere di difesa e le tracce di qualche abitazione. Tutta l'area, meta di clandestini, e in parte danneggiata da terrazzamenti a fini forestali, dovrebbe essere sottoposta a scavi ed indagini scientifiche.

  PA

Mangone, Monte

a

Ivi è stata segnalata una necropoli romana la cui pertinenza a centri abitati o rurali non è chiara, certamente la posizione del mangone, sulla vallata del Nociara e di fronte al Monte Armerino su cui sorge il santuario di Piazza vecchia, rende estremamente importante appurare mediante ulteriori indagini se questo sito sia stato utilizzato per insediarvi un centro abitato ed in che età questo è eventualmente accaduto. La cima, del resto, presenta un pianoro posto più o meno a circa 777 m. s.l.m. che, sebbene oggi occupato da abitazioni rurali, potrebbe nascondere anche una passata utilizzazione abitativa e quindi una certa artificialità della spianata.

  PA

Marzo, Montagna di

a p

Centro anonimo, per alcuni la antica Herbessos, per altri la Maktorion che tanto filo da torcere diede ai tiranni geloi. Sorge su di una collina degli Erei piazzesi, in posizione di controllo della vallata dell'Olivo, oggi occupata dall'omonimo lago artificiale.

E' da tempo al centro di interessantissime scoperte anche se, purtroppo, gran parte delle strutture sono state impunemente saccheggiate da generazioni di scavatori clandestini.

Nelle ultime campagne di scavo sono venuti alla luce i resti di un teatro ellenistico. Interessantissimi anche i resti delle mura, di un grande porta urbica e della permanenza tardo romana testimoniata da una absidiola emisferica costruita su ruderi più antichi.

I fianchi del monte e le vallate circostanti sono interessate da necropoli densamente utilizzate e non di rado sede di ricchi corredi tombali.

  PA

nasca di Morto, Contrada

a

In tutta l'area sono stati più volte segnalati, ma mai indagati, resti delle età greca, romana ed anche bizantina. qui potrebbe essere posto uno dei tanti casali pertinenti la città di Piazza durante il primo medioevo e poi scomparsi.

  PA

Navone, Monte

a

Il monte, posto sulla riva sud del Braemi, è stato identificato con diverse città sicule, sia sulla stregua di assonanze con l'odierno nome sia per motivi più o meni validi legati ai pochi ritrovamenti. Di certo l'area, che attende scavi più approfonditi e vasti, è sede di un centro indigeno ellenizzato, per ora anonimo, più volte identificato come Nonimna, Naona o Nauno, con una netta differenziazione tra collina dell'acropoli ed area dell'abitato. L'impianto viario, a giudicare dalle foto aeree esaminate già tempo addietro dall'archeologo Dinu Adamesteanu, dovrebbe essere ortogonale con lunga strada centrale, una sorta di decumano, e strade laterali che suddividono gli isolati.

Il centro dovette rimanere in vita per tutto il periodo tardo romano e bizantino, permanendo quale casale di Mons Naonis, sino al medioevo dell'età emirale e normanna. Per gli arabi divenne Anaor e lo colonizzarono con popolazione probabilmente di stirpe berbera fortemente islamizzata. Nel 1093, in un Diploma di Papa Urbano II viene registrato tra i casali di appartenenza della Diocesi di Siracusa, quale feudo concesso dal Granconte Ruggero ala istituzione ecclesiastica. Il casale, molto probabilmente fortificato, passò indenne il periodo della colonizzazione lombarda del piazzese. Alla fine del XIII secolo era infeudato al barone Giovanni Barresio. A seguito di uno degli innumerevoli scontri tra fazioni baronali, venne quindi raso al suolo dalle soldatesche di Manfredi Chiaromonte su ordine del Re Federico di Aragona. Compare ancora come abitato nelle prime rappresentazioni cartografiche della Sicilia del basso medioevo.

  PA

Olivo, Lago

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Nato dallo sbarramento dell'omonimo torrente, il lago mantiene l'aspetto delle vallate circostanti e delle colline prima della loro sommersione, Ancora oggi le acque tradiscono infatti un fondale con casette rurali, mulini i cui impianto sorgono a pelo d'acqua, alberi rinsecchiti ma perfettamente in piedi tra le onde.

Il lago si stende tra le alture eree di montagna di Marzo, Monte Manganelli, Monte Rabottano, , Monte Polino. La diga èp stata costruita mediante uno sbarramento in terra posto perpendicolarmente all'asta del torrente Olivo tra le pendici del Monte Manganelli e del monte Polino.

Paesaggisticamente l'invaso è alquanto gradevole per le diverse insenature che forma laddove va ad occupare parte delle vallate originarie.

Il lago si sta mano a mano naturalizzando ed è già divenuto meta di diverse importanti specie animali sia stanziali che, soprattutto dell'avifauna migratoria. Non è difficile , infatti, avvistarvi Garzette, Aironi cinerini e purpurei, Germani reali e folaghe, ma anche, di rado qualche Volpoca, la Moretta tabaccata e, nascosto tra le canne, il Tarabusino.

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Olivo, Mulino dell'

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Mulino posto lungo la vallata dell'Olivo, oggi ridotto in ruderi,

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Olmo, Mulino dell'

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Mulino posto lungo la vallata dell'Olivo, oggi ridotto in ruderi,

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Quattrova, mulino delle

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Sorgeva lungo la vallata del fiume Braemi, alla confluenza con il torrente Salinella. Oggi i ruderi sono ampiamente danneggiati dai lavori che hanno portato alla costruzione della Diga olivo, il cui sbarramento sul torrente omonimo sorge qualche centinaio di metri sa monte del vecchio impianto molitorio.

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Piazza Abb.io dei Canali

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Bellissima opera civile di costruzione databile probabilmente tra il XVIII ed il XIX secolo. Posta nell'omonimo quartiere, in basso e già fuori del perimetro della città forte, presenta una fonte di acqua potabile con quattro canalette su vaschette tonde per la raccolta dell'acqua ad uso casalingo, la canalizzazione dell'acqua verso una grande vasca bevaio, una ulteriore canalizzazione verso un lavatoio pubblico composto da ben diciotto vasche con bordi scolpiti per la battitura dei panni e coperte da un tetto a doppio spiovente retto da pilastri e capriate in legno. Tutta l'area è selciata con disegno a quadroni costituendo una sorta di piazza trapezoidale più bassa del rimanente piano di calpestio.

La fonte principale è arricchita da quattro mascheroni intagliati nella pietra che, tradizionalmente, vengono detti delle teste borboniche.

L'acqua viene convogliata verso lil fontanile prelevandola da una delle fonti del fiume Gela - Disueri, la canalizzazione attraversa i valloni Belva ed Indirizzo e mantiene una portata media di 3 l/s.

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Piazza, Castello Aragonese

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Venne edificato sul luogo di un terreno con abitazioni e strutture di proprietà dell'ordine dei Francescani, i quali furono convinti d al Barone Nicolò Branciforti, capitano regio sotto il Re Martino I di casa Aragona. Costui, convinto della necessità in quei tempi bui di munire Piazza di nuove fortificazioni, più capaci di resistere rispetto il forte del castrum Reginae, allora esistente am del quale nulla rimane, scambiò il terreno ed il cenobio dei francescani, di gran valore strategico, con i locali del Castrum Reginae, ed inizio la costruzione del forte in forme che, nonostante l'epoca successiva, la fine del XIV secolo, ricordano da vicino quelle dei castelli di costruzione federiciana a pianta quadra con torri angolari.

Questa opera è chiaramente studiata per fini militari e non feudali abitativi; è un vero castello regio.

La struttura originaria su erge su un terrazzo laterale del colle della Mira, in basso rispetto al piano grande della chiesa, ma a controllo della vallata sottostante. La corte quadrangolare, circondata da corpi di fabbrica massicci, è difesa da quattro torrioni angolari bassi e con spesse murature, gli stessi, con la introduzione delle artiglierie, vennero rinforzati da barbacani e muri a scarpa onde adeguare la resistenza delle mura agli attacchi.

Nel tempo perse il piano superiore e le merlature, sono rimasti solo sette merli guelfi posti al culmine delle mura di sud ma gli stessi, per dimensione e disegno, paiono sostanzialmente un elemento apposto successivamente e non un resto di originarie opere di difesa. Venne poi adibito a carcere nel 1812, subendo gravi superfetazioni ed interventi. Oggi se ne auspica un restauro ed una rifunzionalizzazione in chiave turistica.

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Piazza, Centro Storico di

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Piazza Armerina (C.A.P. 94015) dista 118 Km. Da Agrigento, 46 Km. Da Caltanissetta, 78 Km. Da Catania, 49 Km. Da Enna, alla cui provincia appartiene, 179 Km. Da Messina, 194 Km. Da Palermo, 108 Km. Da Ragusa, 116 Km. Da Siracusa, 301 Km. Da Trapani.

Il comune conta 22.674 abitanti e ha una superficie di 30.304 ettari per una densità abitativa di 75 abitanti per chilometro quadrato. Sorge in una zona collinare interna, posta a 304 metri sopra il livello del mare.

Il municipio è sito in via Atrio Fundrò n. 1, nei locali che furono della abbazia di Fundrò, tel. 0935-982111 fax. 0935-683027.

Rinomata per gli splendidi mosaici, Piazza Armerina vanta una cospicua produzione di grano, olive, frutta, e mandorle. Rilevante è l'allevamento di bovini e ovini i cui prodotti si possono gustare nelle annuali Fiere che si tengono nei mesi di maggio e settembre.

Il nome Piazza deriva dal latino Platea che significa "piazza, mercato". L'appositivo Armerina venne aggiunto nel 1862 per la vicinanza con l'omonimo monte.

Il centro è certamente il più caratteristico tra quelli nati durante il ciclo" di urbanizzazione feudale in Sicilia, e cioè tra quelli di fondazione databile durante la conquista normanna, ancora tipicamente medioevali e quelli di Jus populandi o di licentia aedificandi, sorti durante il viceregno spagnolo e sino al XVII sec.

Piazza assume questa tipicità intanto per la sua antichità, infatti, il precedente abitato prettamente medievale ed arroccato sulla cima di un colle ereo a guardia del torrente Nociara e del Casale, venne distrutto nel 1161 dal Re Guglielmo I detto il malo, a causa delle continue scorrerie che i lombardi di Piazza effettuavano nei confronti dei sudditi di origine greca e araba dei vicini centri e casali.

A seguito della distruzione dopo solo due anni l'abitato venne spostato sul fianco del colle della Mira, in una posizione certamente amena ma ben poco difendibile. Inizialmente l'urbanizzazione interesso solo la parte occidentale della città odierna con una struttura basata sulla centralità della cattedrale che poi ospitò lo storico vessillo della Madonna delle Vittorie, vero cimelio della casa d'Altavilla.

La struttura è quindi imperniata sull'andamento della Via monte, tracciata evidentemente prima dell'inizio della costruzione delle case, con un indirizzo pianificatorio inequivocabile così come si arguisce seguendone il tracciato rettilineo che congiunge le balze alla cima del monte occupata proprio dai luoghi del potere.

Perpendicolarmente alla Via monte si innestano una serie di strade che tendono a seguire le isoipse della collina della Mira, disimpegnando lunghe schiere di abitazioni le cui parcelle devono essere rimaste, dimensionalmente uguali a quelle originarie.

Siamo quindi di fronte ad uno schema urbanistico pianificato, preordinato, che trova esempi coevi sia in Sicilia, con Alcamo, (ricostruzione di un grande centro islamico) che ne resto d'Italia (Buonalbergo, Pietrasanta, San Giovanni in Val d'Arno).

Al di là delle diversissime tesi sostenute nel tempo da vari studiosi ed eruditi locali, il centro di Piazza è quindi una fondazione nuova, pianificata e diretta, abbastanza omogenea come tessuto e quindi come classi sociali interessate alla stessa. Va da sé che prima di questo impianto dovevano essere presenti altre urbanità, prima fra tutte quella, tradizionalmente conosciuta come piazza vecchia, posta a pochi chilometri di strada dal sito odierno e occupata dal santuario di Piazza Vecchia, dedicato alla Vergine.

Questo centro montano, fortificato per natura dei luoghi, e posto a cavaliere del fiume della Nociara, proprio sopra le case arabe cresciute sfruttando i resti della Villa romana del casale, è quello che dovremmo far coincidere, se le tesi fossero comprovate, con la Ibla Erea, e poi con la Iblatasah della quale ci parla il grande geografo arabo Ibn al Idris (Edrisi) nel suo "Libro di Re Ruggero": "Piazza è valido fortilizio, dal quale dipende un vasto contado con terre da seminagione benedette. Ha un mercato molto frequentato, abbondanti produzioni del suolo ed alberi da frutta?"

Questo centro dovette essere o fondato o occupato dai coloni lombardi al seguito della dinastia normanna degli Altavilla, quegli stessi coloni, che, con i loro feudatari, scatenarono le ire del sovrano normanno e, nella repressione della rivolta bonelliana, videro distrutto il loro castello e le loro case.

Il nuovo centro, sorto come dicevamo a soli due anni dalla distruzione, divenne luogo di interessi sia per la famiglia degli Aleramici, strettamente imparentata con gli Altavilla, sia della Diocesi di Catania, che era del resto proprietaria della cima del colle della Mira dove sorse la Cattedrale.

Poco a poco la piccola urbanità vide aumentare la sua popolazione a scapito dei tanti villaggi e casali dei dintorni, in parte fagocitati dall'azione centripeta del centro maggiore, in parte investiti dalle guerre che tra il duecento del il quattrocento imperversarono sulla Sicilia centrale.

Così sparendo Rossomanno, Cundrò, Polino, Raubiato, Gebbiah, Mongiolino Rambaldo, Eliano, Gatta, la popolazione piazzese andò moltiplicandosi e diversificandosi per censo e per etnia di appartenenza.

Interessante è poi lo sviluppo ulteriore della città di Piazza, intanto l'ingrandirsi della grande spianata dinanzi la Cattedrale e poi la costruzione di mura urbiche che cingono sia il quartiere originario del monte che le prime costruzioni che ad esso si vanno agglutinando, soprattutto nel quartiere della Castellina.

Nel 1234 piazza fu sede di un importantissima riunione delle Corti nazionali di Federico II di Svevia, tale evento, insieme con altri minori ma certamente di grande richiamo, da il segno dell'importanza assunta nel breve giro di un secolo dalla nuova città che diviene un riferimento per questa parte di Sicilia.

Con la fine della dinastia sveva, piazza, come altre città vicine, tenta di intraprendere la strada del Libero comune. Giunge addirittura alla nomina di un Capitano del popolo, Simone da Calatafimi, che guiderà delle truppe durante la guerra del vespro.

Queste tensioni autonomistiche finiranno in breve contro la prepotenza del sovrano aragonese Pietro II, del di lui figlio Giacomo e dei baroni. Addirittura molti dei principali esponenti del movimento comunale verranno o giustiziati o barbaramente assassinati dagli sgherri dei re aragonesi.

Nel 1394, ulteriori gravissimi scontri porteranno alla fine della guerra delle fazioni con la uccisione di Andrea Chiaromonte, capo della fazione latina e alla distruzione di alcuni dei casali del piazzese, colpevoli solamente di essere feudi di signori macchiatisi del reato di fellonia.

Così saranno rasi al suolo il feudo di Rossomanno, i cui terreni e le cui genti andranno alla città di Castrogiovanni (Enna), il feudo di Gatta e quello di Polino, con deportazione a Piazza ed acquisizione al demanio della città dei terreni dei feudi, e Cundrò, del quale i terreni e la gente saranno dati a Castrogiovanni mentre l'abbazia verrà ricostruita a Piazza, proprio ai limiti dell'impianto medievale, accanto la chiesa di San Rocco dove oggi viene ospitato il Municipio.

A questo periodo buio appartiene l'ampliamento dell'assetto urbanistico della città con la costruzione di un castello a struttura quadrangolare.

Nel 1517, Piazza, Civitas demaniale "Opulentissima" arricchitasi dei nuovo quartieri della Castellina, dei Canali e del Casalotto, viene dichiarata Città per volere dell'Imperatore Carlo V. Nel 1556 viene dichiarata capoluogo di Comarca.

Ancora nel 1612 Piazza avrà il privilegio del mero et misto imperio e nel 1636 un vero e proprio Tribunale con sede civile e sede militare.

Un ulteriore cambiamento sostanziale nell'assetto del centro si avrà a partire dal 1598, quando a seguito del lascito testamentario del barone Marco Trigona, ricchissimo signore piazzese, proprietario del palazzo prospiciente la chiesa di Santa Maria, si iniziò la costruzione del nuovo Tempio in forme moderne.

Nel campo degli studi, ove già nel XIII secolo i domenicani avevano dato inizio ad un grande istituto per le scienze, nel 1689 viene istituita la Università degli Studi retta dalla Compagnia dei Padri Gesuiti, (vivrà sino al 1825).

Nel 1817, coronando un sogno secolare dei piazzesi, la città venne eletta sede di diocesi.

Tra i tantissimi monumenti del bel centro storico, uno dei più interessanti tra i minori d'Italia, Vanno ricordati la prima chiesa madre, San Martino di Tours, posta al vertice di uno degli angoli della fondazione guglielmana e datata al 1163, oggi in parte ricostruita ma con due portali medievali ed un fonte battesimale del quattrocento; Il grande complesso gesuitico di Sant'Ignazio di Loyola, che ospitò il Collegio e la Università degli studi retti dalla Compagnia del Gesù, la chiesa di Sant'Anna, di interessantissime forme barocche con pianta a figura generatrice ottagona e facciata concava-convesso concava (1745 ?); La casa Torre del Padre Santo, posta sulle mura trecentesche della città e indatabile (1561?); la Chiesa di San Lorenzo dei Teatini, già di Patrisantu o del Gorgo Nero, oggi nella sua veste barocca che attende maggior tutela e valorizzazione, la Commenda di San Giovanni di Rodi, forse fondata nel XII secolo e considerata uno dei più interessanti monumenti dell'arte siculo normanna, Voluta dal nobile Simone Aleramico per dare a Piazza un ruolo nell'allora importante scacchiere militare crociato; il Complesso del Carmine del 1332, la Collegiata del XVII secolo; il Teatro Comunale, oggi Garibaldi, del 1869, il Palazzo di Città, già Corte Capitanale del 1773, il palazzo Demani di Canicarao del XVIII secolo, il palazzo vescovile, costruito probabilmente su disegno di Giandomenico Gagini e sulle fondamenta della grande basilica sognata dal Trigona ma mai portata a termine.

Piazza rappresenta quindi una vera e propria città d'arte, dimenticata e quasi per nulla tutelata, rappresenta uno dei perni del rilancio turistico e quindi economico dell'area del GAL, ma anche un imprescindibile dovere dei governi nei confronti di una realtà storica tra le più importanti d'Italia.

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Piazza, Duomo

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Dedicata a Maria Santissima delle Vittorie, la chiesa madre, oggi Cattedrale della Diocesi di Piazza Armerina, sorse nel XIV secolo sui resti della Prima Santa Maria de Platea.

Nel 1348, infatti, durante uno dei periodi peggiori della storia della cittadina e dell'isola, nel bel mezzo delle guerre di fazione tra feudatari latini e catalani, tra regnanti aragonesi e papato e angioini, tra tensioni indipendentiste comunali e repressione delle stesse e, quel che è peggio durante una epidemia di peste che uccise persino il regnante, Duca Giovanni d'Aragona, viene "ritrovato" il vessillo normanno con l'effigie della vergine, chiuso in un'arca di cipresso e seppellito prima della distruzione di Piazza Vecchia.

Il vessillo fa miracoli contro la peste e viene portato in processione sul sito della prima chiesa normanna detta Santa Maria di Platea, le cui forme, a noi sconosciute, dovevano essere quelle tipiche dei templi di epoca normanna. Viene eretta qui una chiesa ben più grande, di forme gotico catalane, della quale ci rimane la parte bassa del campanile con una notevole decorazione ad arcate cieche in pietra calcarea bianca. Questa costruzione, certamente troneggiante sullo spettacolo delle schiere di case e palazzi posti sul fianco della Mira, fu pagata soprattutto dalla nobildonna piazzese Panfila Calascibetta,

A partire dal 1598, a seguito del lascito testamentario del barone Marco Trigona, ricchissimo signore piazzese, proprietario del palazzo prospiciente la chiesa di Santa Maria, si iniziò la costruzione del nuovo Tempio in forme moderne.

Un primo incarico venne affidato agli architetti Francesco Zaccarella, della scuola napoletana e Giulio lasso, fiorentino e più propenso a forme rinascimentali. Successivamente venne chiamato l'Architetto e padre gesuita messinese natale Masucci che collaborava già allora con il grande Simone Gullì, anch'egli di scuola messinese ed autore della magnifica "palazzata" una delle maggiori opere di intervento urbanistico ed architettonico di tutti i tempi.

Il progetto fu studiato in maniera tale da inglobare tutto il possibile della vecchia chiesa trecentesca pur con una modificazione importante al prospetto che veniva ribaltato rispetto quello originario. I lavori però, subirono diverse stasi, sia per motivi tecnici, problematiche alle fondazioni, sia, sembra, per una opposizione di un alto prelato locale il quale voleva a tutti i costi scongiurare l'esecuzione del progetto tal quale per evitare di far ombreggiare le sue proprietà dalla grande mole del nuovo tempio.

Nel 1621 subentrò alla direzione il Blandini, che aveva appena ultimato il grande complesso gesuita della Casa Professa all'Albergheria di Palermo, poi il Torriani, romano, il quale disegnò un nuovo progetto ridando la antica direzione al fronte principale della chiesa.

Nel 1634 la direzione passerà all'architetto Francesco Andrea Buonamici di Lucca, egli porterà ulteriori cambiamenti al disegno della grande basilica e consentirà lo sviluppo delle attuali forme. Dopo ventitré anni, passato il Buonamici al rango di architetto dei cavalieri dell'Ordine Gerosolimitano, La direzione andrà al piazzese Leonardo De Luca che disegnerà e realizzerà il grandioso portale centrale. Con le colonne tortili di gusto barocco.

I lavori della fabbrica verranno sospesi nel 1666 ed il sisma del 1693 troverà l'opera ancora incompleta. Nel 1705, vennero demolite le superstiti navate della chiesa trecentesca: La consacrazione avvenne nel 1742 ma in realtà i lavori continuarono sino al 1768, anno in cui il Battaglia completò la cupola sull'alto tamburo. Ancora nel 1881 vennero realizzate le due scale speculari su disegno del piazzese Giuseppe Giunta Bartoli.

Oggi l'abitato di Piazza è dominato dalla mole del Duomo, nel frattempo divenuto cattedrale della nuova diocesi, capace di attirare l'attenzione dello sguardo sino a oscurare la rimanente skyline del centro medievale e delle contrade che ad esso si affiancano.

L'aspetto odierno è quello di una basilica a pianta tripartita con le navate minori, vere e proprie cappelle intercomunicanti, molto più strette della maggiore e grandi pilastri a sorreggere le volte. La Cupola, su alto tamburo raggiunge l'altezza di settantasei metri dal piano di calpestio della piazza antistante il tempio.

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Piazza, Palazzo Trigona

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Il Palazzo dei Baroni Trigona della Floresta chiude con la sua mole uno dei lati della Piazza del Duomo, in queste forme fu costruito nel XVIII secolo. Presenta una facciata con grandi finestrature e balconi arricchiti da balaustre in ferro battuto di grande maestria.

Il portale, che mantiene ancora la sua rampa originaria, da accesso al cortile ed alle parti retrostanti la porzione anteriore del grande palazzo baronale. Il palazzo è da tempo indicato come la sede del Museo Archeologico Regionale di piazza Armerina e dovrebbe accogliere la grande messe di reperti provenienti dai tantissimi siti archeologici dei dintorni della città erea.

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Piazza, Priorato di Sant'Andrea

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Edificazione dell'età normanna, il Priorato di Sant'Andrea apostolo, sorse fuori del centro urbano, in una posizione allora ubertosa e isolata, a nord del primitivo nucleo di Piazza. Secondo lo storico domenicano Tommaso Fazzello la fondazione si dovrebbe a Simone d'Altavilla, figlio di Ruggero I Altavilla nel 1099, e cioè quando il principe avrebbe avuto soli sette anni. Più probabilmente il Simone fondatore è , invece, il Simone Aleramico, nobiluomo normanno e plenipotenziario a Piazza, quale nipote del Gran Conte Ruggero I.

La chiesa e le sue pertinenze venero poi dallo stesso donate al l'Ordine dei cavalieri del santo Sepolcro (Diploma del 1148) la data di fondazione dovrebbe porsi quindi tra il 1137, anno della successione di Simone Aleramico al di lui padre, ed il 1148 anno del diploma di cessione all'Ordine.

Le pertinenze erano il casale di Gallinica, il Casale di Imbaccari, oggi Mirabella Imbaccari, il vecchio sito di piazza vecchia, ed il piano Americi.

Il Priorato andò assommando ulteriori pertinenze sino a rasentare proprietà per oltre 1800 ettari ed a divenire una carica ambitissima tra la nobiltà isolana.

La chiesa, non molto grande, ha una pianta a croce latina con apparato absidale tripartito ed absidi con interno a catino semicircolare annegate in murature rettangolari all'esterno.

La luce giunge attraverso aperture a feritoia con piccola volta ogivale strombata di chiara esigenza difensiva, la chiesa era infatti esposta ad eventuali attacchi nemici trovandosi all'esterno delle mura, navata e transetto sono coperti da tetti lignei su capriate mentre le absidi hanno copertura a catino in muratura.

Secondo il Lo Jacono, che presiedette ai restauri degli anni cinquanta, la chiesa è di chiaro stampo romanico e prelude al gotico, ponendosi come una sorta di prototipo del gotico siciliano.

La chiesa, evidentemente disegnata da un maestro di tradizione lombardo provenzale, risente dell'uso di maestranze siciliane aduse a tradizioni mediterranee,.. Così il ciclo degli affreschi, bellissimi nonostante un lunghissimo periodo di abbandono, appare bizantineggiante soprattutto, come dice il Delogu "? incerte pupille sgranate entro palpebre rotonde?".

Diversa è la collocazione del ciclo degli affreschi ove compare il Martirio di Sant'Andrea, ma anche la Dormitio Virginis, frammentaria, S. martino, frammentario, la Deposizione, l'Annunciazione, la Natività e la Strage degli Innocenti. Questo ciclo sarebbe più di tradizione occidentale, forse di mano benedettina del secolo XII o XIII.

Ancora in Sant'Andrea compaiono affreschi del quattrocento con probabili influenze fiamminghe, il che non è raro nella Sicilia della fine del medioevo, e catalane.

Grave è l presenza, al lato della antica costruzione, di una superfetazione in cemento armato, mai ultimata e lasciata a rudere offensivo, con detrimento sia della forma dell'importante monumento, sia della sua fruibilità culturale e turistica. Più volte, anche a firma mia, se ne è invano chiesto lo smantellamento ed il ripristino delle originarie condizioni di leggibilità del Priorato.

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Platamone Masseria

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Gruppo di case rurali ed ovili poste nella contrada montagna Gebbia, sul luogo ove potrebbe essere sorto uno dei casali piazzesi.

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Polino, casale di

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Divisa da montagna di Marzo dalla vallata del Torrente Bonifacci, la contrada Polino, dominata dall'omonimo monte 723 m. s.lm., e dalla altura di serra croce, 586 m. s.l.m., dovrebbe essere il luogo in cui sorse il casale di Polino, ricordato in diversi documenti medievali, infeudato a Scaloro degli Uberti per volere di Federico II di Svevia e distrutto definitivamente nel 1394 quando il discendente del nobile toscano, Giovanni degli Uberti, venne dichiarato reo di fellonia nei confronti di re martino d'Aragona.

Oggi nell'area è presente una masseria detta di Polino, con un grande corpo di fabbrica rettangolare, munito di un cortiletto e affiancato da altre strutture agricole e da un abbeveratoio.

Vanno eseguite indagini utili a identificare eventuali resti del casale.

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Prestifilippo, Masseria

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Piccola struttura rurale posta sul versante di Est del monte Navone.

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Rabottano, Masseria

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La massetria di Rabottano, oggi facente parte di una area demanializzata, rappresenta un mirabile esempio di struttura rurale con annessa casa padronale di modeste proporzioni e con locali adibiti alla produzione sia prettamente agricola (mandorle, olivi, viti e grano che zootecnica (grande stalla e scuderia).

Il complesso, utilizzato quale scena del film "La discesa di Aclà a Floristella" si presenta oggi abbandonato e semidiruto, ma consentirebbe ancora un restauro a fini non solo conservativi ma anche turistici. Esso, tra l'altro sorge lungo la strada rurale che da piazza Armerina porta al lago Olivo e poi all'area archeologica di montagna di marzo, si presta quindi a divenire uno dei punti forti di questa nuova direttrice archeologico culturale e naturalistica del turismo.

L'area sembra essere stata interessata dalla presenza di un abitato rurale antico del quale sono state indagate alcune fornaci figuline.

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Ramata, Masseria

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Rientra nel territorio comunale di Pia

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Ramursura, Contrada

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Certamente pertinente alla vicinissima Montagna di Marzo, l'area di Ramursura, il cui toponimo potrebbe nascondere una frequentazione araba, è interessata da necropoli e qualche abitato rurale che vanno dalla protostoria sicula sino al periodo tardo romano. Vanno ancora effettuati scavi ed indagini scientifiche.

Un interessante scritto è stato recentemente dato alle stampe dall'ennese Pino Vicari, a testimonianza dell'ultimo scorcio di vita rurale della importante stazione agricola del Feudo di Ramursura.

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Rastello, Contrada

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Nella contrada di Nasta e Rastello sono stati recentemente individuati due diversi siti ad interesse archeologico verso i quali è d'obbligo una ulteriore, densa ed approfondita campagna di indagine. In ordine di tempo si va dai resti neolitici con frustuli ceramici antichissimi, ai resti bizantini finora evidenziati da una cripta a probabile utilizzazione sepolcrale, non connessa ad alcuna apparente altra struttura.

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Robiato, Masseria

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Sorta sul luogo di uno degli antichi casali del piazzese, ne porta ancora il nome,

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Rasalgone, mulino di

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Nella omonima contrada, il mulino mantiene ancora molti dei meccanisimi del suo funzionamento, potrebbe essere facilmente rimesso in ordine e utilizzato a fini museali.

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Rodilosso, Mulino di

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Il Mulino Rodilosso sorgeva lungo la sponda del torrente Furma , nell'area in cui la vallata di questo si apre ad accoglie le acque del Vallone Grande. Posto in posizione particolarmente panoramica, oggi è abbandonato e ridotto in brutte condizioni. Un tempo gli apparati molitori dovevano essere due.

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Rossomanno, R. N. O ?

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v. s. v.

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san Mauro, Monte

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L'altura è interessata da resti ascrivibili alla età del bronzo.

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Santa Maria del Gesù

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Complesso monastico costruito nel XVIII secolo fuori le mura, oggi è di proprietà del demanio comunale di piazza Armerina, che ne ebbe uso quale primo cimitero. Le condizioni odierne sono di grave abbandono e, anche a causa del vicino cimitero monumentale, l'intero complesso è stato sottoposto a diversi furti d'arte e danneggiamenti vandalici anche a fine rituale satanico.

La chiesa è ad unica navata coperta da una volta a botte con lunette laterali. Tutta la volta presenta grandi tracce di affreschi e dipinti ridotti in pessime condizioni. Il pavimento è stato recentemente sostituito con una pavimentazione ceramica di non pertinente colorazione.

E' presente una cantoria lignea malridotta, una sacrestia oggi adibita a stanza del custode.

Tra le altre opere d'arte, danneggiate o trafugate per la gran parte, rimane il sepolcro del nobile Andrea Trigona della Floresta, in marmo scolpito.

Alla chiesa si affianca il convento con portico e loggiato ad archi a tutto sesto su colonne di cotto. Dinanzi la costruzione una grande croce in pietra porta scolpita la data 1662, probabile anno della inaugurazione dell'opera.

Il lastricato del patio colonnato è in cotto con disposizione a lisca di mattoncini posti di taglio.

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Santuario di piazza Vecchia

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Lungo la vallata del Nociara, che scende verso il casale, si erge il monte detto Armerino o di Piazza vecchia. Ivi, secondo la tradizione piazzese, doveva sorgere, sulla cima posta a 723 m.s.l.m. il Castrum Armorum voluto nel 1071 da Ruggero I d'Altavilla e l'apparato del primo centro di Piazza, creato sopra i resti di Iblatasah appena conquistata dagli armati normanni e lombardi.

Nel sito, finita la guerra di conquista dell'isola, il Granconte edificò una chiesa che avrebbe dovuto custodire, tra i suoi fedeli sudditi lombardi, il vessillo della Madonna delle Vittorie, consegnatagli direttamente dal pontefice Papa Niccolò II durante il Concilio di Melfi del 1059.

Nel 1161 il paese di Piazza venne distrutto dalle truppe di Guglielmo I d'Altavilla e con esso venne rasa al suolo anche la chiesa rogeriana. L'immagine, vuoi perché seppellita dalle macerie, vuoi perché, così vorrebbe la tradizione, nascosta in un'arca di cipresso, rimase nascosta sino al 1348 quando, durante una terribile epidemia di peste, il vessillo venne provvidenzialmente ritrovato dal sacerdote Giovanni Candilia e portato in trionfo verso piazza Nuova ove si procedette alla costruzione di una nuova chiesa madre per conservare l'immagine miracolosa.

La chiesa santuario che sorge oggi sulla cima del colle Armerino, non è quindi quella rogeriana (né, tantomeno, quella che alcuni storici vorrebbero di tradizioni bizantine) Essa è posteriore al 1348 anche se evidentemente costruita su strutture precedenti e più grandi.

La navata voltata a botte, la abside ed un attiguo locale anch'esso absidato, sembrano essere di costruzione antica, da alcuni paragonata alla vicina basilica tripartita di Massa Philosophae, Suffiana, L'interno è a navata unica, con accesso laterale verso un vano vestibolare, una sorta di nartece, che si apre verso la navata. Sul muro della navata stessa si nota un arcatura tompagnata che fa supporre un primitivo impianto a tre navate poi distrutto e ricostruito in forme minori.

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Torre di Pietro, Masseria

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La masseria sorge nell'area del monte navone, essa è composta da un unico corpo di fabbrica a guardia del Torrente Nociara. Il nome ed il luogo ne fanno supporre una nascita quale fortilizio medievale.

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Ugliara, Mulino di

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Struttura molitoria di grandi dimensioni, posta lungo la vallata dell'Olivo, venne in parte danneggiata dalla costruzione della diga, oggi ne rimangono i ruderi con una interessante doppia cortina muraria di lancio.

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Ugliarella, Mulino di

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Il mulino, posto lungo la vallata dell'Olivo e legato al vicino e quasi omonimo Ugliara, è stato sommerso dalle acque dell'invaso, se ne vede, a pelo d'acqua, la torre di lancio, essa il più delle volte rimane come una sorta di pontile tra le acque.

VALGUARNERA CAROPEPE

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Valguarnera, Centro Storico di

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Valguarnera Caropepe (C.A.P. 94019) dista 121 Km. da Agrigento, 49 Km. da Caltanissetta, 78 Km. da Catania, 24 Km. da Enna, alla cui provincia appartiene, 174 Km. da Messina, 182 Km. da Palermo, 125 Km. da Ragusa, 155 Km. da Siracusa, 281 Km. da Trapani.

Il comune conta 9.068 abitanti e ha una superficie di 932 ettari per una densità abitativa di 973 abitanti per chilometro quadrato. Sorge in una zona collinare, posta a 600 metri sopra il livello del mare.

Sorge con un provvedimento di Licentia populandi concessa da Carlo V nel 1549 a Don Giovanni Valguarnera, Conte di Assoro, proprio al limite sud del grande feudo Assorino. qui sino ad allora sorgeva il casale arabo di Qasr el Kebir, mano a mano ridottosi e divenuto villaggio di Caropipi durante l'età aragonese.

Con la rifondazione, il centro assume una forma che, se pur impostata su schemi ad incroci ortogonali e ideali ippodamei, non risponde ad alcun elemento direzionale forte. Non vi è, infatti, la logica della piazza centrale a guisa di Castro pretorio, non vi si evidenzia un asse principale quale luogo del sociale, né si nota una gerarchizzazione della forma urbana con la differenziazione delle aree nobili, borghesi e popolane. Fondamentalmente questa ultima particolarità, così come l'assenza di un vero e proprio palazzo feudale, che per il conte rimaneva ad Assoro, si deve al ruolo di grosso borgo rurale che viene dato alla nuova fondazione, quindi alla fondamentale omogeneità della popolazione inizialmente coinvolta nella colonizzazione.

Secondo alcuni storici ed eruditi locali l'impianto prese spunto dalla posizione di un castello, del quale non rimane traccia alcuna, posto nella parte maggiormente rilevata del territorio di Caropepe.

Il centro storico si divide in due ampie zone, una, più monumentale attraversata dalla via porta Palermo poi detta Via Matteotti, e l'altra della "Mursiata", più popolare e caratteristica.

Oggi l'impianto originario, divenuto difficile per la circolazione automobilistica a causa della minima sezione della maggior parte delle vie originarie, è stato inglobato in un più vasto tessuto moderno che, solo in parte, ne continua gli elementi viari fors'anche per la mancanza delle grandi direttrici.

Tra i monumenti vanno segnalati il Duomo, dedicato a San Cristoforo e dotato di una facciata campanile barocca con andamento convesso che si apre su di un interno basilicale a tre navate, transetto e absidi, fondato nel 1636; Sant'Antonio, del 1666, caratterizzata da una torre campanaria con cuspide maiolicata; S. Anna, ove si ritrova la cuspide maiolicata; San Liborio del 1691; San Francesco del 1713.

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Màrcato, Contrada

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La contrada ha rivelato resti di età preistorica , la presenza di un insediamento indigeno ellenizzato l cui dimensioni sono ancora da definire, ma anche la continuazione della utilizzazione in periodo romano a fini probabilmente rurali.

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Baldassarre, Grotte

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Nelle grotte, in parte riutilizzate durante le epoche successive, si identifica una delle necropoli a grotticella, di età preistorica, che caratterizzano gli immediati dintorni di Valguarnera e che danno interessante risalto all'antichità della presenza umana organizzata nella area valguarnerese.

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Paparanza

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La Paparanza è un rilievo posto a Nord di Valguarnera, in uno dei pochi ambiti territoriali extraurbani di pertinenza del comune, giunge a 562 m. s.l.m. e presenta sul lato di Sud Ovest una piccola depressione che potrebbe far supporre la presenza di fenomeni carsici. Sulla cima, che presenta un ristretto pianoro, è stato individuato un abitato preistorico i cui resti vanno dall'età neolitica sino all'età del bronzo. La contrada sembra essere stata poi riutilizzata durante l'epoca romana.

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Convento dell'Immacolata

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Posto appena fuori del paese, lungo la strada che collegava Valguarnera ad Assoro, il Convento dell'Immacolata doveva sorgere già nel 1590, a pochi anni dalla fondazione del centro.

Esso fu dei Filippini, poi dei francescani conventuali ed infine della Congregazione del Boccone del Povero che ancora oggi lo gestisce tenendovi una casa di riposo per anziani.

La chiesa, che mantiene alcune delle caratteristiche costruttive originarie, custodisce una bella icona bizantineggiante, forse appartenente a scuola cretese, rappresentante la Madonna delle Grazie e databile intorno al XV secolo.

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Sottoconvento

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Nella contrada sono stati individuati un sepolcreto preistorico con tombe a grotticella, un abitato indigeno ellenizzato e resti di età bizantina e medievale che potrebbero essere ascritti al casale di Qasr el Kebir che ha dato i natali alla odierna Valguarnera.

Ivi andrebbe operata una approfondita indagine archeologica utile anche a chiarire la più antica storia dell'abitato di Valguarnera.

VILLAROSA

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Chiesa della Catena

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Chiesetta extra moenia posta lungo la strada di accesso al paese dal capoluogo. Piccola e non particolarmente interessante dal punto di vista architettonico, mantiene ancora un importante ruolo nel folclore villarosano.

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Corvillo, Miniera di

e

Nel territorio comunale di Calascibetta, ma lavorata soprattutto da minatori villarosani, Una delle due miniere di sale potassico della provincia di Enna, fu aperta nella vallata del fiume Salso, all'altezza della contrada Monzanaro. Chiusi i compartimenti nel 1978, la miniera rimane oggi abbandonata e preda dei vandali.

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Gaspa, Masseria

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v. s.v. Gaspa Torre.

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Gaspa, Monte

a n p

Il monte di Gaspa è una lunga ed impervia cresta rocciosa posta a guardia della strada (oggi la statale 121, un tempo una regia trazzera.

La cresta che raggiunge i 658 m. s.lm. rappresenta il limite del bacino di un antico lago, il lago Stelo, prosciugato durante l'ultima bonifica mediante la costruzione di u canale drenante con galleria di captazione e di estrazione delle acque fuori del bacino endoreico. Il paesaggio, pur avendo perso la nota del lago, è ancora oggi tra i più interessanti dell'area di studio. Esso è dominato non solo dalla cresta rocciosa ma anche dalla presenza di un boschetto di moderna piantumazione, che ricalca col suo limite basso quella che doveva essere la riva del lago. Dall'alto della rupe si traguarda un magnifico orizzonte che comprende tutto il territorio comunale di Villarosa con la vallata del Morello, il lago artificiale, il paese e le poche case di Villapriolo e, di fronte all'altura, il Monte Giulfo che da qui tradisce la presenza del pianoro urbano di cima.

Tutta l'area ed il costone in particolare sono interessati da resti che vanno ascritti alla preistoria, Diverse tombe a grotticella sono aperte nella tenera roccia ed in alcune di esse sembrerebbe leggersi una riutilizzazione tardo romana o bizantina. La nota più interessante dell'intera area dal punto di vista archeologico è posta sulla cima della cresta, ivi, in una posizione di grandissima panoramicità, la parte apicale della roccia presenta una lavorazione che ne trasforma le forme naturali in un altare per i sacrifici. La roccia, infatti, presenta un doppio spiovente che concorre su entrambi i lati ad una canaletta di scolo e le canalette convergono verso un catino circolare di piccole dimensioni. La superficie (non più di un metro quadro) le dimensioni minime delle canalette di gronda e del catino, fanno escludere qualsiasi ipotesi i raccolta delle acque, che, tra l'altro erano enormemente disponibili nel lago distante solo alcuni passi, Diviene così plausibile la ipotesi dell'altare organizzato per la uccisione delle vittime sacrificali con la raccolta del sangue ed il riuso dello stesso nelle libagioni.

L'altare, sinora inedito, andrebbe studiato e difeso adeguatamente anche in considerazione della facilissima vulnerabilità dello stesso posto in un'area del tutto indifesa e quasi mai controllata.

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Gaspa, Torre di

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Impianto turrito inserito all'interno di una masseria con struttura agglutinata. La torre, su pianta quadrangolare, con vistosi marcapiani toroidali e primitiva merlatura non funzionale, sembra essere stata restaurata in modi "romantici" durante il sec. XIX, ma l'impianto originario è molto simile a quelli delle masserie fortificate di Bordonaro soprano e Capuano che sorgono più a nord, nel comune di Gangi, lungo l'importante arteria medievale Enna - Gangi, ora quasi del tutto abbandonata.

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Giulfo, Monte

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Il monte Giulfo è un'altura posta a nord del paese di Villarosa ed alta 761 m. s.l.m. la sua forma appare subito interessante agli occhi dell'archeologo pere la presenza di un vasto pianoro di cima, in genere segnale di abitati protostorici ed ellenizzati.

Ivi da tempo immemore ile genti dei luoghi hanno trovato resti di un antica frequentazione.

Interessantissimi erano alcuni bronzetti siculi posti in custodia presso il municipio di Villarosa e trafugati durante i avori di restauro del comune stesso, in un furto che ebbe tutta l'aria di essere stato effettuato su commissione.

Lungo una delle coste rocciose del monte compaiono alcune tombe a grotticella ed a forno, nella maggior parte non solo depredate ma anche danneggiate nella forma ma ancora chiare testimoni di una frequentazione collocabile tra l'età del bronzo e l'età del ferro con la prima avanzata della grecità verso l'interno dell'isola.

Il centro anonimo della cima, secondo il Falzone, erudito del XIX secolo, dovrebbe identificarsi con il centro di Pizzarolus o Pinzarolus, distrutto durante una guerra greco punica dalle armate di Cartagine.

La zona, in parte trasformata dall'azione dei vandali e dal deposito dei rosticci di miniera lungo le pendici del monte, andrebbe sottoposta ad una approfondita indagine di scavo atta sia a sottrarre quanto resta all'azione dei clandestini sia, soprattutto, a comprendere la storia più antica di questa importante parte del territorio dell'ennese.

L'intera area degli scavi potrebbe poi essere collegata ad un unico strumento pianificatorio gestionale, "il parco del Morello, comprendente le miniere, le alture di Gaspa e lago Stelo, il lago morello ed il Giulfo.

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Gurgassi, Contrada

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Posta a sud di Villarosa, su una collina di circa 450 m. s.l.m., la contrada Gurgassi è stata più volte oggetto di segnalazioni di resti archeologici ma sinora non è stata mai indagata.

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Le Stanze, Contrada

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Detta anche S. Anna, la contrada, posta a sud di Villarosa, lungo la valle del Cocoli, ospita una residenza dei feudatari di Villarosa, i Duchi di Notarbartolo. Questa residenza, munita di una chiesa dedicata a Santa Anna, è stata identificata da molti come il luogo di un primo tentativo di colonizzazione del territorio infeudato ai Notarbartolo. Questa ipotesi spiegherebbe le forme del grande palazzo che non sono quelle della residenza di campagna. Esso, infatti, si compone di un unico grande volume su più elevazioni, con un vasto piano nobile raggiungibile sia da un monumentale scalone anteriore che da scale interne accessibile dal retro della costruzione. All'interno il palazzo contiene diversi vani sia di servizio, con cucine, magazzini, stalle e scuderie, con volte in cotto di mirabile fattura, sia di abitazione e rappresentanza, come un salone dei ricevimenti posto al piano nobile ed aperto alla vallata da una grande finestratura centrale. Le forme sono quindi quelle di un seicentesco palazzo di città, uno dei palazzi che vedremmo piuttosto nel centro storico di Palermo o Catania e non certo qui nelle campagne di Villarosa.

L'ipotesi però andrebbe corroborata da altre prove ed andrebbe eseguito uno scavo archeologico intorno al palazzo per controllare l'esistenza di eventuali lavori di suddivisione fondiaria con costruzione di cantonali onde confermare l'esistenza di un primo impianto pianificatorio ortogonale del resto in parte individuato dalle carte militari del secolo XX.

Il palazzo oggi e di proprietà di una famiglia di allevatori che ne ha trasformato parte dei vani in stalle e rischia un pericoloso oblio se non la cancellazione. La sua monumentalità, la curiosa collocazione ma anche la possibile firma del grande Giuseppe Venanzio Marvuglia, che dei Notarbartolo fu spesso architetto, dovrebbero invece far propendere per una acquisizione al demanio pubblico ed una sua trasformazione in veste culturale.

La contrada Le stanze o le Stanzie, è sede anche di alcuni resti particolarmente importanti per il passato della area Villarosana. Ivi, infatti, lungo un costone roccioso a poca distanza dal palazzo, si aprono alcune cavità artificiali che assumono la forma di tholoi tronco coniche con una apertura circolare sul tetto. Una di queste cavità è oramai crollata, ma il crollo avrebbe potuto sigillare strati archeologici interessanti che nelle altre due cavità sembrano persi a causa delle successive utilizzazioni a fini zootecnici. Le grotte., la cui datazione è assolutamente incerta, fanno da pendant alle similari grotte della Gulfa ad Alia (PA) ed alle cavità del Castello di Sperlinga.

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le stanze, abbeveratoio

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Dinanzi al palazzo dei Notarbartolo, sul luogo di una piccola sorgente, è posto un abbeveratoio a vasca rettangolare che merita menzione unicamente per la presenza di un mascherone di foggia particolarmente curiosa. Realizzato in pietra locale ha tratti che lo porrebbero tra i volti di costruzioni gotiche della Francia piuttosto che nelle campagne di Villarosa.

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Spedalotto, Masseria

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Piccola masseria posta sul fianco Est del monte Marcasita, 590 m. s.l.m. Oggi le case rurali, sorgono a pochi metri dalla strada ferrata e da un suo casello.

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Stazione ferroviaria di Villarosa

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Lungo la tratta ferroviaria Enna Caltanissetta, la stazione, non particolarmente grande e di gusto ottocentesco, ha avuto un ruolo importantissimo sia per la utilizzazione industriale durante le epoche dello sfruttamento minerario delle diverse miniere del villarosano, sia durante l'ondata migratoria successiva alla chiusura delle miniere stesse, quando Villarosa ebbe un fortissimo calo demografico con un vero e proprio esodo verso le miniere di carbone del Belgio. qui giungeva una linea ferrpoviaria a scartamento ridotto che serviva le miniere di gaspa e Respica e che era detta linea Sikelia. Oggi la lungimiranza e la forza di volontà del locale capostazione hanno rivitalizzato il centro ferroviario con la creazione di un museo etnografico ospitato all'interno di alcuni vagoni non più utilizzati come materiale viaggiante e destinati altrimenti al disarmo.

Con questa iniziativa la stazione è divenuta oggetto di visite, di gite scolastiche di curiosità ed ha messo in atto un piccolo processo moltiplicatore turistico che andrebbe sostenuto con azioni più complesse quali, ad esempio, il collegamento ad anello con altre stazioni per la creazione di itinerari turistico naturalistici e turistico archeologici di treno più bici.

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Villa Lucrezia Deodato

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Villa padronale in forme ottocentesche con tetti a doppio spiovente ed accentuata pendenza, mantovane sporgenti e corpo centrale rialzato.

Oggi la Villa, dalla proprietà Deodato è passata a proprietà comunale ed è stata sottoposta ad un lungo restauro. Oggetto del restauro è stato anche il giardino circostante, interessante per l'inserimento di alcune essenze arboree di pregio e per la sua foggia a metà tra il giardino romantico inglese e quello regolare all'italiana.

La Villa, una volta definito il collaudo delle strutture restaurate, dovrebbe avviarsi ad una utilizzazione pubblica ricreativo sociale.

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Villapriolo, Centro di

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Il casale di Villa Priolo, forse detto di Villa Priore, è il primo centro abitato della zona feudale poi giunta nelle proprietà dei Notarbartolo.

Il centro consta di poche case raccolte intorno ad un piccolo oratorio dedicato a San Giuseppe. L'impianto è caratterizzato da un andamento ortogonale delle strade, chiaro segno di una fondazione decisa da una licenza regia, con il passaggio, disordinato, di una trazzera regia che collega il centro al vicino paese di Villarosa.

Importante caratteristica è l'uso delle marne gessose nella costruzione delle case più antiche.

Tra le architetture di rilevo un grande abbeveratoio con piazzale selciato, ultimo resto della regia trazzera, posto all'ingresso del paesino dal lato che da verso Calascibetta.

Nei dintorni sono stati segnalati resti di periodo romano concentrati intorno la Masseria di Marcato Vecchio.

Secondo il coco nella zona esisteva già un casale nel XIV secolo, mentre il centro di "Massa lu Priore" dovrebbe essere attivo dal 1650 al 1735.

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Villarosa, Centro Storico di

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Villarosa (C.A.P. 94010) dista 101 Km. da Agrigento, 29 Km. da Caltanissetta, 117 Km. da Catania, 20 Km. da Enna, alla cui provincia appartiene, 213 Km. da Messina, 141 Km. da Palermo, 165 Km. da Ragusa, 192 Km. da Siracusa, 240 Km. da Trapani.

Il comune conta 6.162 abitanti e ha una superficie di 5.501 ettari per una densità abitativa di 112 abitanti per chilometro quadrato. Sorge in una zona collinare, posta a 523 metri sopra il livello del mare.

Il centro, di fondazione moderna, ebbe i natali per volontà dei suoi feudatari, i Notarbartolo, che perseguivano da tempo il sogno di popolare i diversi feudi della zona onde favorirne lo sviluppo rurale ma anche la allora nascente industria mineraria dello zolfo.

La fondazione è chiaramente animata da una cultura illuminista tardo barocca che trova nei Notarbartolo un esemplare veicolo di diffusione. Erano questi, infatti, una famiglia di origini finanziario borghesi successivamente aristocraticizzatasi attraverso compere di feudi e matrimoni.

La fondazione effettiva del nuovo borgo ebbe inizio nel 1761, quando i Notarbartolo ebbero finalmente e nonostante l'opposizione ferma dei giurati di Castrogiovanni, la Licentia populandi per il loro feudo di San Giacomo di Bombinetto.

Addirittura nel 1745, onde prevenire la intenzione dei Notarbartolo di costruire un nuovo paese alle porte della città demaniale di Castrogiovanni (Enna), i giurati avevano predisposto una reazione dalla quale si evinceva che le oltre 850 salme di terreno infeudato ai baroni tra Castrogiovanni, Calascibetta e Gangi erano abitati solo da pastori ed i numero non superiore alle 518 persone. E che quindi non si era di fronte ad alcun abitato da rimodernare ed ampliare. (in tale caso la licentia sarebbe stata di maggiore agibilità).

Le richieste dei Notarbartolo avevano già lunga data, prima Francesco (1731) ed infine con Placido, nel 1757, 1761 quando il Re concede la licenza di "ricostruire il borgo di san Giacomo di Bombinetto, fondato nel 1515 e distrutto dal sisma del 1693".

Con la fondazione, placido finalmente conquistava il diritto di fregiarsi del titolo di Duca di Villarosa, già utilizzato da suo padre Francesco, insieme ai titoli di Notarbartolo Giacchetto, barone di S. Anna, Mogabeci, Bombinetto, signore di San Giacomo ecc.

Giacomo Notarbartolo fu poi Governatore del monte di pietà di Palermo, Deputato del regno, Consigliere del Supremo magistrato del Commercio, Maestro Portulato di Sicilia, Cavaliere di Malta e Capitano di Giustizia di Palermo.

Il Primo nome dato al paese fu quindi quello di San Giacomo di Bombinetto, subito trasformato in San Giacomo di Villarosa ed infine in Villarosa.

La fondazione, come si diceva in chiave chiaramente illuministica, venne affidata all'ingegno di Rosa Ciotti, una pittrice figlia del Ciotti pittore di Resuttano, attivo ad Enna ed i cui quadri compaiono ancora nella chiesa di san Francesco di Assisi della città capoluogo.

Questa Rosa, oltre che pittrice dimostrava notevoli doti culturali ed architettoniche (sue alcune opere nel duomo di Enna).Il centro venne impostato sulla logica delle fondazioni rimane con un incrocio di strade maestre, il Cardo ed il Decumano massimi, aperto da una Piazza ad ottagono sul modello del teatro del Sole, meglio conosciuto come i quattro canti di piazza Vigliena a Palermo.

Dai due assi viari massimi si dipartiva poi un chiaro piano ortogonale con isolati ben distinti e serviti da vie di varia larghezza capaci di superare anche le asperità frapposte dal terreno.

Unica nota non coerente, un piccolo quartiere nel quarto di sud ovest con andamento ortogonale ma con assi obliqui rispetto il piano generale (forse la precedente San Giacomo ?).

Nel 1766 Villarosa contava già 165 case abitate, la chiesa Grande, il palazzo ducale probabilmente disegnato da Giuseppe Venanzio Marvuglia,.

Nel 1767 venne acquistato il feudo di Giulfo, nel 1769 quello di Falconetto ed infine nel 1788 quello di Garciulla, in una politica tesa a garantire l'espansione della nuova fondazione anche a scapito delle terre circostanti.

La popolazione Villarosana, anche a causa dell'ostilità delle vicine città demaniali di Calascibetta ed Enna, che vedevano di cattivo occhio la espansione di un centro vivace nei loro territori, vene effettuata con coloni provenienti da altre parti dell'isola ed in particolare da San Cataldo (CL), Caltanissetta, Alimena (PA) Santa Caterina Villermosa(CL), Barrafranca , Resuttano (CL), oltre che Calascibetta, Trapani, Agrigento, Palermo.

Questa notevole diversificazione tra gli elementi colonizzatori si può notare sia dalla onomastica, in parte locale ed in parte più nisseno agrigentina, sia nel dialetto che non si è ancora stabilizzato in una unica parlata ma mantiene leggere differenziazioni tra famiglia e famiglia.

Il centro, dall'apertura delle vere e proprie miniere di zolfo alla fine del XIX secolo ebbe un notevolissimo incremento demografico che sancì anche una forte differenziazione tra i ceti. Nacque un ceto economicamente florido, dei "burgisi" tra le cui famiglie spiccò la famiglia Deodato, fondatrice della Villa Lucrezia, all'entrata del paese ed oggi di proprietà comunale e della oggi diruta chiesa di san Calogero.

A questo ceto "rampante" appartengono le belle case a palazzetto costruite lungo l'asse stradale della Via Enna Palermo, corrispondente ad uno dei due assi ortogonali.

Nel 1876 Villarosa contava oltre 48 miniere con una forza lavoro immensa che quasi monopolizzava gli oltre ottomila abitanti. Nel 1900 Villarosa arrivò a contare 12.000 abitanti.

Il centro continuò tra alti e bassi a vivere di zolfo ed agricoltura sino agli ani sessanta quando, con il repentino crollo delle richieste, l'intera richiesta estrattiva per la Sicilia scomparve. Il colpo fu tale che la popolazione di Villarosa venne quasi dimezzata e la maggior parte degli uomini sino ad allora adibiti a lavori di miniera emigrò per le colline carbonifere belghe ove fondò una sorta di colonia nella cittadina di Charleroi.

Sino al 1978 rimase attiva la miniera di Corvillo, per la estrazione dei sali potassici, nel frattempo venne costruita con mano d'opera villarosana la diga del Morello, proprio ai piedi del paese, ma con il 1980 la crisi del centro si è acuita ed ha portato allo sfacelo economico dei giorni nostri con uno dei maggiori tassi di disoccupazione nella provincia che già si contende il primato italiano.

Il tessuto urbano mantiene ancora diversi elementi di interesse sia per l'apparato planimetrico che per le architetture del palazzo Ducale, della chiesa madre, delle facciate dei quattro canti.

Più comuni

  as pa en le

Ferrovia caltagirone - Nicosia

e

Negli anni precedenti l'avvento del fascismo ed ancor di più durante il ventennio fascista, si tentò di dare all'Italia intera una dotazione di strade ferrate, sia a scartamento standard che a scartamento ferrato, che avrebbero dovuto liberare dall'isolamento secolare intere aree dell'interno del bel paese.

In questo fervore costruttivo, il cui impatto sulle popolazioni locali vene ben compreso dai gerarchi del fez, si promosse in Sicilia la tratta Caltagirone Nicosia, utile a servire i centri minerari di Floristella, Grottacalda e Zimbalio, m e capace di collegare, anche mediante lo scambio dei materiali viaggianti a Dittaino, i centri di Piazza, VALGUARNERA, Assoro e Leonforte al catanese ed al palermitano.

La tratta venne ultimata ed utilizzata dal capoluogo calatino sin a Leonforte, attraverso i centri di San Michele di Ganzaria, Mirabella Imbaccari, Piazza Armerina, Ronza, Furma, Floristella, Grottacalda, Valguarnera, Dittaino, Assoro e Leonforte. Rimase invece costruita con gran dispendio ma mai utilizzata la tratta Leonforte Nicosia con le fermate di Picinosi, Monte La Guardia, Salso, e Nicosia.

Una bellissima descrizione della ferrovia, il cui trenino vapore arrancava sui tornanti e sulle cremagliere per giungere a Valguarnera Caropepe, rimane tra gli scritti del valguarnerese Lanza.

Oggi il tracciato è abbandonato e muto testimone dell'abbandono che molte importanti dispendiose opere pubbliche hanno dovuto subire per non contrastare l'avanzata del trasporto su gomma.

Intere tratte del sedime ferroviario, con le loro opere di ingegneria, sono state immolate all'allargamento della Strada statale 117 che in parte segue il tracciato della ferrovia.

Rimangono però stazioni, ponti, gallerie e caselli, in un fantasma di strada che potrebbe, laddove rivisitato, fornire un meraviglioso percorso treno + bici, all'insegna dell'attraversamento di grandi aree turistiche di interesse storico, archeologico, naturale.

In tal senso la Provincia Regionale di Enna sta per bandire una gara per un piano di fattibilità della trasformazione del sedime ferroviario abbandonato in piste ciclabili a fini turistici.

  LE EN AS

Fiume Dittaino Crisa

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Nascente dalle alture poste tra l'Altesina e il crinale del Casuto, arricchito delle acque delle diverse fonti di Leonforte, il Fiume Dittaino scende verso Sud in una valle che assume le caratteristiche dell'ampia vallata fluviale solo all'altezza delle contrade Pirato e Mulinello .

Guadagnati gli apporti dei torrenti che scendono da Enna, il Dittaino inizia un lungo corso caratterizzato da meandri, oggi in parte violentemente cementificati, e tende verso Est sino ad incontrare il Simeto nelle propaggini occidentali della Piana Di Catania della quale è coautore. Oggi le sue acque sono sbarrate all'altezza del Bozzetta e del manna, suoi tributari, dalla Diga di Nicoletti e, più a valle, dalla traversa che porta gran parte delle piene verso la Diga dell'Ogliastro - Don Sturzo, nei comuni di Aidone e Raddusa, lungo il Gornalunga.

Le acque del fiume, anche a causa dei litotipi incontrai durante la sua corsa a valle, sono sempre state particolarmente torbide e ricche in argilla sospesa. Questa caratteristica ha motivato il nome moderno, infatti, mentre per i siculi ed i greci era il Chrysas, la cui radice sembra ricordare l'oro Chrysos, con l'avvento degli arabi il nome del fiume divino, si tramuto nel più prosaico Wady at'Tain, il fiume del fango, da cui l'odierno Dittaino (waDI TTAINo).

Paesaggisticamente e naturalisticamente la parte delle propaggini del Crisa Dittaino mantiene ancora una elevata naturalità ed un contesto estremamente interessante per la permanenza di aree boscate residuali, grandi affioramenti rocciosi e porzioni ripariali certamente di grande importanza per la sopravvivenza della fauna e della flora autoctone.

  PA

castani, rocche dei

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Poste a fare da confine tra il territorio di piazza Armerina e quello di Assoro, ma legate alla vicina Valguarnera, le Rocche dei Càstani, rappresentano un importante segnacolo panoramico nel paesaggio di questa parte della Sicilia. Esse, pur non essendo particolarmente alte, raggiungono infatti solo i 703 m. s.l.m., sono visibili da moltissime delle contrade poste sia a Nord, verso il Dittaino che a Sud, verso le valli degli affluenti del Gornalunga.

Le Rocche segnano anche lo spartiacque tra il bacino del Dittaino, che affluisce nel grande Simeto, e del Gornalunga, che in natura sfocerebbe a mare come fiume a se stante ma che, per l'azione dell'uomo finisce per confluire nel Simeto a poche centinaia di metri dalla spiaggia ionica.

Le rocche sono esposte al vento da ogni quadrante e tra i loro anfratti si difende una vegetazione estremamente rustica ed interessante. Andrebbero sottoposte ad un regime di tutela certamente maggiore e potrebbero benissimo essere proposte quale nuova Riserva Naturale Regionale.

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Nicoletti, Lago

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Costruito con uno sbarramento in terra lungo il torrente Bozzetta durante gli anni sessanta, il lago Nicoletti interessa direttamente i fiumi Bozzetta, Ammaro e manna, tributari del Dittaino, e indirettamente lo stesso Dittaino con la traversa di Castellazzo di Tavi ed il lombardi Girgia con la Traversa di Girgia.

Il lago, di non grandi dimensioni, assume una forma bifida accentuata quando raggiunge le massime dimensioni con la quota di sversamento (ultimamente nel 1998).Il territorio appartiene ai comuni di Enna e Leonforte per quanto riguarda lo specchio d'acqua e anche di Calascibetta per le parti ripariali poste a nord ovest.

La diga è facilmente raggiungibile sia dalla SS 121 e dalla SP dell'Erbavusa che ebbe il suo tracciato alterato proprio dalla costruzione dell'alveo.

La qualità delle acque del lago è ottimale anche se, essendo il bacino afferente sostanzialmente caratterizzato al litotipi argillosi o quarzarenitici appartenenti alle formazioni del flysch numidico, il trasporto solido è elevato e la trasparenza delle acque è estremamente ridotta.

Forte è anche l'interrimento del bacino che è solo parzialmente frenato dalla vegetazione ripariale superstite sulle sezioni a monte dei fiumi intercettati e da alcuni boschi di eucaliptus appositamente piantati attorno il bacino stesso.

Oggi il ago è sede dell'unico circolo nautico esistente in provincia di Enna ed è stato .luogo di manifestazioni sportive sia di livello europeo (Coppa Europa di Sci nautico) che di livello mondiale (prova di Coppa del Mondo di Sci nautico).

Naturalisticamente il bacino è divenuto sede di una nutrita colonia di svassi maggiori, oramai stanziali, di una folta schiera di folaghe ma anche luogo di sposta di diverse specie di anatidi e di ardeidi migratori.

 





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